domenica, Maggio 9

Uzbekistan e Kazakistan: amici-nemici field_506ffb1d3dbe2

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Il 24 dicembre scorso, Islam Karimov, Presidente dell’Uzbekistan, ha convertito in legge l’accordo tra il suo Paese e il Kazakistan sulla cooperazione e l’amicizia, firmato lo scorso giugno a Tashkent durante una visita del Presidente kazako Nursultan Nazarbayev. A prima vista, il solito elenco di articoli pieni di priorità e intenti irrealizzabili, ma una parte importante riguarda l’uso delle risorse idriche nella regione centroasiatica. Questo, per i due Paesi leader dell’Asia centrale, è un tema di fondamentale importanza, perché chi controlla l’acqua controlla l’agricoltura e chi controlla l’agricoltura controlla la stabilità politica, per parafrasare una famosa massima di Halford Mackinder, il padre della teoria geopolitica dell’Heartland.

L’esperto uzbeko Farkhod Tolipov ritiene che l’accordo sia «una svolta fondamentale nelle relazioni tra Uzbekistan e Kazakistan». Secondo Tolipov, «i due Paesi sono due pivot, ma non sono diventati due leader della regione centroasiatica». Dal 2010, tuttavia, i due presidenti si sono spesi per sfatare ‘il mito della competizione’, come disse Nazarbayev durante una visita a Tashkent. Gli incontri si sono intensificati e diverse incomprensioni si sono ricucite. Il nuovo trattato dipartnership strategica è da considerare il culmine di questo processo.

Nel 2012, il volume degli scambi tra i due Paesi ha sfiorato il 2,8 miliardi di dollari. L’interpenetrazione delle economie dei due vicini è molto profonda, anche visti i numeri delle rispettive minoranze che vivono al di fuori dei propri confini nazionali: circa 810 mila kazaki risiedono in Uzbekistan, principalmente nella regione kazaka del Karakalpakstan, mentre circa 460 mila uzbeki vivono in Kazakistan, nelle regioni del morente Lago d’Aral e nel sud del Paese, vicino l’antica città uzbeka di Shymkent, oggi in Kazakistan. I confini tracciati da Iosif Stalin circa ottant’anni fa continuano ad avere un’eredità nel ventunesimo secolo.

Su questi confini si è raggiunto un accordo proprio lo scorso dicembre, quando è stato ratificato il documento che sancisce il percorso della frontiera. Senza considerare il Karakalpakstan, ancora problematico, il tratto di confine di più di ottocento chilometri tra il sud del Kazakistan e il nord-est dell’Uzbekistan, dove si trova la capitale Tashkent, si prestava ancora a diatribe diplomatiche. Poco più di una settimana fa, il Presidente della regione Ongtiustyk, Askar Myrzakhmetov, ha espresso la propria soddisfazione dal suo ufficio nel capoluogo Shymkent. «La risoluzione della disputa sulla frontiera traduce in termini diplomatici il miglioramento delle relazioni commerciali tra i due Paesi».

Nel passato anche recente, i dibattiti sui confini e le pretese territoriali si sono spesso colorate di nazionalismo, che si rifanno in entrambi i casi alle dinastie più forti che hanno dominato l’Asia centrale nei secoli precedenti all’invasione zarista. Queste visioni contrastanti hanno causato gravi incomprensioni anche nella gestione delle risorse idriche centroasiatiche, vitali per l’agricoltura e per la generazione di elettricità. Le contese tra Tagikistan e Uzbekistan rivelano una rivalità tra Paesi a monte e Paesi a valle, che risentirebbero della creazione di dighe o di deviazioni dei fiumi. Le politiche sovietiche degli anni sessanta hanno già combinato abbastanza guai ambientali ed economici.

La popolazione uzbeka ha superato i trenta milioni e i ritmi di crescita demografica e di produzione agricola hanno bisogno di acqua per sostenersi. Le minacce indirette del Presidente tagiko Emomalii Rahmon che vuole costruire la diga di Rogun sul fiume Vakhsh, arteria fondamentale per l’ecosistema centroasiatico hanno indispettito più volte Karimov. Ma d’altra parte, come ci hanno dichiarato alcuni studenti tagiki di politica internazionale, “la diga sarebbe un progetto che renderebbe il Tagikistan una potenza regionale in termini di energia idroelettrica. Il Paese è montagnoso, ostico e piccolo, per quale motivo non dovremmo sfruttare l’unica risorsa che la nostra posizione geografica ci concede?”. Questo atteggiamento potrebbe sembrare egoistico, ma è da inserire in un contesto di sfide e dispetti che stanno atomizzando l’Asia centrale in un’arena di rivalità regionali. Se si ascoltano le dichiarazioni dei portavoce kyrgyzi sullo stesso tema, il ragionamento non cambia. Anche per questo motivo, l’avvicinamento tra Astana e Tashkent è da considerare una svolta.

Tuttavia, Kazakistan e Uzbekistan non hanno molte armi per fermare le decisioni dei Paesi a monte. La Russia, nel frattempo, dà una mano a Tagikistan e Kyrgyzstan che, appunto per la loro precaria struttura economica, continuano a inviare lavoratori migranti verso i grandi centri urbani russi. Per Mosca, migliorare la posizione economica dei Paesi centroasiatici più deboli (e guadagnarci un margine) serve anche a contrastare l’ondata migratoria, che pure si è rivelata vitale per le occupazioni ‘meno nobili’ per i giovani russi. Al di fuori delle dinamiche più complesse, già nel 2012, Kazakistan e Uzbekistan avevano formato un coro di dissenso verso il comportamento dei vicini meridionali. E se Nazarbayev e Karimov dicono all’unisono «a noi non va bene questo comportamento», si può star certi che non prendono la situazione alla leggera.

Forse è proprio per affrontare questo problema che l’Uzbekistan ha abbracciato una politica estera più multilaterale e fondata sulla partecipazione alle strutture regionali. In questo contesto, Tashkent è finalmente entrata a far parte della zona di libero scambio della Comunità degli Stati Indipendenti, nata dopo il collasso dell’Unione Sovietica. Karimov ha ratificato il Trattato proprio alla fine di dicembre, aprendo il Paese al commercio con gli altri vicini centroasiatici (eccetto il Turkmenistan), con la Russia e con le Repubbliche occidentali. In totale, adesso, i Paesi aderenti alla zona di libero scambio sono nove. I prodotti agricoli uzbeki, frutta, verdure e soprattutto cotone, troveranno meno ostacoli negli scambi commerciali. Il turnover con la Russia superò i 7 miliardi di dollari nel 2012, facendone il primo partner di Tashkent.

Durante il meeting dello scorso giugno, Nazarbayev ha parlato di fiducia’. Secondo il Presidente kazako, è proprio questa a mancare tra i Paesi centroasiatici, soprattutto in termini di risorse idriche e commercio. In un periodo nel quale la fiducia degli investitori stranieri sta svanendo, i Paesi vicini devono collaborare, e per avere successo hanno proprio bisogno di fiducia. Quest’ultima è mancata proprio ieri a Tethys Petroleum, una compagnia che si occupa di estrazione di idrocarburi in tutta l’area centroasiatica. Del 2 gennaio, l’annuncio ufficiale dell’abbandono dei giacimenti in Uzbekistan da parte della multinazionale canadese (e il contemporaneo riorientamento della propria attenzione sulla Georgia). Se il 2013 si era concluso con la posa di una pietra miliare nei rapporti diplomatici in Asia centrale, il 2014 non è cominciato con la stessa nota positiva per Tashkent. Di sicuro, l’anno appena cominciato non sarà avaro di sorprese.

 

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