domenica, Maggio 9

Ustica: desecretato nulla, solo spazzatura

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Poche metafore, sui segreti e i misteri di Ustica, sono più efficaci di quella che riguarda l’audizione parlamentare di Giulio Grassini, al tempo generale e capo del Sisde, il servizio segreto civile. Chiamato a rispondere davanti alla Commissione d’inchiesta, su quella e sulle altre stragi che per un ventennio hanno insanguinato l’Italia, l’ineffabile generale è passato alla storia perché, presa la parola, l’unica cosa che disse fu, appunto, che sì, era proprio Giulio Grassini: nemmeno una parola su tutta la vicenda del Dc9 inabissatosi la sera del 27 giugno 1980 con 81 persone a bordo.

Anche per questo, nel mezzo di una lunga teoria di silenzi e di bugie che si sono succeduti per oltre 30 anni, sono stati in molti a tirare un sospiro di sollievo quando, ormai un anno e mezzo fa, è stato annunciato dal Governo untotal disclosure‘, cioè un’apertura totale, su tutti gli atti e i documenti che riguardano la strage dell’IH-870, nome in codice del Dc9, così come tutte le altre, a cominciare da quella alla stazione di Bologna che è stata da poco commemorata, nel 35° anniversario, con l’ennesima invocazione dei familiari delle vittime ad avere una legge contro il depistaggio, oltre a sbloccare risarcimenti ormai promessi e annunciati da anni. L’operazione trasparenza, che nel caso di Ustica come per gli altri, avrebbe dovuto aprire cassetti e armadi della pubblica amministrazione con la pubblicazione  -in gergo ‘versamento’- di atti e documenti che sono stati col tempo classificati secondo le categorie previste: riservato, riservatissimo, segreto e segretissimo. Nemmeno l’involontaria ironia di quei superlativi ha mai alleggerito la cupa consapevolezza, in chi in quelle stragi, ha perso genitori, fratelli, sorelle, mogli e mariti.

Quel senso di abbandono e di sfiducia che sono aumentati inesorabilmente col passare degli anni e delle richieste di verità rimaste inevase. Anche per questo, proprio il Premier Matteo Renzi, firmando la direttiva, nell’aprile 2014, che avrebbe dovuto scoperchiare vasi di Pandora civili e militari, aveva annunciato senza esitazione che il provvedimento «dispone la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904. Lo faremo nelle prossime settimane», annuncio scritto nero su bianco dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Di settimane in verità ne sono passate molte di più, anche se fin dall’inizio i parenti delle vittime sembravano aver ripreso ad alimentare speranze. «La prima impressione nel leggere questi documenti è positiva», disse Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione parenti delle vittime di Ustica, aggiungendo, però, che «la strada per la verità dovrà essere lastricata di molta pazienza». Che deve essere, però, finita, a giudicare da quello che ha detto l’ex senatrice di recente, parlando di un’operazionemolto negativa‘ e di documentiinutili e deludenti‘. «Che da quella circolare sia conseguita una capacità reale di vedere qualcosa d’importante, non è vero», attacca ancora Bonfietti, «tutto è complicato e capisco le difficoltà, ma quando si fanno dichiarazioni di questo tipo e si alimentano speranze, ci si deve anche mettere in condizione di attuare il provvedimento. E questo non è stato fatto».

Parole dure come pietre a fronte di una trasparenza che evidentemente è stata solo annunciata e dipinta, ma non ha trovato riscontro nell’enorme mole di documenti che gli uffici della pubblica amministrazione, civili e militari, hanno riversato sull’Archivio centrale di Stato il quale, evidentemente, non ha uomini e mezzi per poter adempiere al compito di rendere pubblici tutti quei documenti. Anche perché, si è saputo tra le pieghe della burocrazia, c’è un regolamento che mette un tetto di 800 fotocopie all’anno disponibili, quindi, nel caso di Ustica anche solo i files provenienti dall’Aeronautica militare rendebbero necessari quasi tre lustri. Va anche precisato che non si tratta di una vera e propria campagna per togliere il segreto di Stato, perché come tale è stato apposto in un numero molto limitato di casi. Si tratta, invece, quasi sempre di documenti che sono stati ‘classificati’, secondo i noti criteri, e come tali sono stati tolti dall’attenzione di magistrati, esperti e opinione pubblica. Il primo passo verso questa trasparenza dello Stato verso i propri cittadini, in materie così delicate, risale al 2007, con la riforma dei servizi segreti e del Segreto di Stato. La legge 124 fu il primo passo, ma ci sono voluti altri quattro anni, nel 2011, col decreto Monti che disciplinava appunto le informazioni ‘classificate’ che sono il vero scoglio per arrivare alla verità sul Dc9 abbattuto da un missile nel cielo di Ustica.

Chi sicuramente non ha dubbi, sulla direttiva del Governo e su quello che è successo dopo, ossia che avrebbe potuto succedere, è Daniele Osnato, il legale dei familiari delle vittime nelle cause civili di risarcimento nelle quali i Ministeri della Difesa e dei Trasporti saranno chiamati a pagare lauti indennizzi, dopo la sentenza della Corte d’appello di Palermo che ha respinto il loro ricorso. L’uomo che, come dice lui stesso, ha passato le notti degli ultimi 15 anni a lavorare sulle carte di Ustica, ripetendo in aula cento volte come funziona un radar o come si legge un tracciato aereo. Il legale che, un po’ come un moderno Giorgio Ambrosoli, ha passato appunto interminabili e kafkiane ore in fila per avere documenti e fotocopie che, a quanto pare, non avrà mai. E comunque, non serviranno a niente.
Questa è la pietra tombale su ogni speranza” sintetizza Osnato. “E’ stata solo una tipica operazione all’italiana con cui si elimina la spazzatura e ci si tiene il resto. Di certo non troveremo nulla. Altra cosa da questa desecretazione per delega, in cui i Ministeri e gli uffici decidono cosa è rilevante per noi, sarebbe stato un provvedimento di sequestro immediato disposto dalla Procura, con una squadra di verifica sul posto, che non aveva bisogno di tesserini e che si sarebbe dovuta far consegnare i documenti senza certo avvisare quando e come arrivava. Farsi aprire gli archivi dai soggetti coinvolti che stabiliscono le regole del gioco, è come chiedere all’assassino di fornire le prove del delitto. O perlomeno di farle trovare a chi le chiede”.
L’avvocato Osnato è un fiume in piena, sarà che ormai nella vicenda di Ustica è un uomo solo contro tutti, cioè lo Stato: “Pare addirittura che qualche generale abbia ricevuto encomi per questa attività che tra l’altro sicuramente è costata parecchio alla collettività, ma non ha prodotto e non produrrà nulla: è rimasta solo la spazzatura perché evidentemente le cose importanti son state fatte sparire per tempo. Non un solo fascicolo di Sios o Sismi o altri uffici coinvolti, solo cartelline con fotocopie di articoli di giornali: mi chiedo se a questo sono serviti davvero tanti anni di attività di intelligence. E mi pare che, stando così le cose, alla fine questa operazione risulterà un boomerang di immagine per le istituzioni. Tutte questi ostacoli sono specie di tanti muretti di gomma costruiti intorno a quello principale, per rendere sempre più dfficile il suo abbattimento”.

Anche Elisabetta Lachina, una delle persone che quella lontana notte del 27 giugno ha perso un pezzo di vita e “ho continuato a vivere di Ustica per tutto il resto della vita, perché Ustica è ogni giorno della nostra vita, ci consuma e ci condiziona per sempre”, non è molto ottimista sulla total disclosure dei documenti. “Dopo tanti anni obiettivamente la speranza di ritrovare documenti interessanti e utili per scoprire la verità è molto bassa, ma non c’è solo la ragione. C’è anche il cuore e appunto voglio credere che per motivi di cuore qualcuno abbia magari voluto lasciare un fascicolo, un faldone da qualche parte, salvandolo dall’oblio e lasciandoci una traccia. Un atto di umanità e, in fondo, un granello di sabbia che può mandare all’aria tutto il meccanismo”. Fermo restando, sottolinea, che ormai la consapevolezza è arrivata dove non sono pervenute indagini e sentenze: “Sono tutti colpevoli, questo è il punto, questa è una certezza che abbiamo in fondo già dal lavoro di Priore nel 1999, perché fino a prova contraria tutte le Nazioni che erano presenti in quel teatro di guerra sono complici di chi materialmente ha agito, anche solo per essere lì e aver taciuto tutto questo tempo. Come chi assalta una banca in gruppo, chi fa il palo, chi tiene la pistola, chi mette i soldi nel sacco: non sono tutti ladri allo stesso modo, in fondo?

 

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