domenica, Settembre 26

USA2020: Biden non cambierà la politica dello spazio USA Il nuovo Presidente proseguirà con Artemis e con i relativi accordi che ci vedono protagonisti. Più preoccupante di qualunque cambiamento in USA è la situazione in casa nostra. Abbiamo perso la partita ESA

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L’insolita frenesia dell’Election Day ha coinvolto anche Kathleen Rubins, Michael Hopkins, Victor Glover e Shannon Walker, i quattro astronauti di cittadinanza americana attualmente a bordo della Stazione Spaziale Internazionale che, come tanti cittadini dell’Union, lo scorso 3 novembre hanno votato per il loro Presidente. Da 400 km. di quota è stata necessaria la scheda cifrata trasmessa da uno dei computer di bordo, secondo una procedura già collaudata dalla Nasa fin dalle prime orbite dell’avamposto delle Terra. Che le donne e gli uomini dello spazio abbiano attribuito la loro preferenza a Donald Trump o a Joe Biden a noi non interessa.

È vero, al momento in cui scriviamo, l’esito dell’elezione presidenziale ha una sua certezza, ma le intemperanze che tycoon Donald Trump non lesina di esibire nell’illusione della sua potenza, potrebbe ancora cospirare contro la storia della democrazia del Paese che lui ha governato per un solo modesto mandato.

In ogni caso, nonostante una impensabile ipotesi di ribaltamento dalla Corte Suprema, prendiamo per scontato quello che ha deciso il popolo e dopo il suo promettente speech alle 20.00 locali di sabato scorso dal suo quartier generale di Wilmington, consideriamo Joe Biden il 46° presidente degli Stati Uniti d’America e Kamala Harris la sua vice.

Sicuramente il nuovo inquilino della Casa Bianca-pur nella continuità storica che contraddistingue le antiche democrazie- genererà le sue discontinuità all’assetto della Nazione che si appresta a guidare.

Noi pensiamo che molte decisioni strategiche dei prossimi quattro anni saranno diverse da quelle varate dal vecchio magnate e ci auguriamo che ad un sovranismo aggressivo si sostituisca un più pacato interesse al dialogo tra i popoli. È quello che del resto ha espresso poche ore fa Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione Europea.

Ma dal nostro punto di osservazione ci domandiamo con la necessaria ansia che cosa accadrà alla preziosa nicchia dello spazio con una nuova Amministrazione.

Senatore federale dal 1972 per il Partito Democratico, nel 2008 ‘Dash’ Biden diventa vicepresidente di Barak Obama per otto anni, e nel corso della sua carriera politica il futuro presidente non ha mostrato eccessivo interesse nel settore delle cose spaziali, né del resto il Delaware, suo collegio elettorale, uno Stato di tre contee situato sulla East Coast tra Maryland, New Jersey e Pennsylvania, vanta sedi di agenzie o di impianti industriali del settore.

L’Italia ha motivo di essere fortemente interessata all’argomento, vista la sua partecipazione a Artemis, il nuovo programma lunare scaturito dalla direttiva dell’11 dicembre 2017 e validato dal Congresso in febbraio 2020 con un aumento del finanziamento del 12% del bilancio dell’esercizio 2021 della Nasa, proprio per sostenerne lo sviluppo.

Artemis -la dea della Luna- vale circa 30 miliardi fino al 2025 per l’ente spaziale americano diretto da Jim Bridenstine e avrà complessivamente la durata di una decina d’anni, con il coinvolgimento di Australia, Canada, Giappone, Lussemburgo, Emirati Arabi e Gran Bretagna. E prima tra tutte in Europa, l’Italia.

In questo piano il nostro Paese ha un target di affari di oltre 200 milioni di dollari all’anno, con un’organizzazione di sviluppo laborioso e altamente tecnologico, che vede impegnate industrie nazionali, ingegneri e tecnici sfornati da università italiane e da un contesto di alto valore professionale e scientifico dell’intero ecosistema industriale nazionale e non solo quindi la filiera dello spazio.

Siamo onestamente tra i più convinti che una nuova Amministrazione non verrà meno a una responsabilità industriale, economica e geopolitica presa, sia pur da un Presidente che non sempre si è distinto per eleganza e equilibrio verso l’esterno.

Probabilmente il poco entusiasmo mostrato dalla componente democratica in questi anni per l’esplorazione del sistema solare genererà qualche rallentamento e la possibilità del cambio di alcune funzioni apicali potrebbe raffreddare alcuni aspetti attribuiti alla missione.

E che un cambio di timone alla guida degli Stati Uniti possa avere poco impatto sui programmi spaziali è autorevole parere anche di Riccardo Fraccaro, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega allo spazio, il quale già in ottobre dichiarava alla rivista ‘Forbes’: «Chiunque si troverà a governare gli Stati Uniti non potrà sottovalutare la valenza del programma Artemis e delle partnership strategiche come quelle con l’Italia».

Più preoccupante di qualunque cambiamento in USA, a nostro modo di vedere, è la situazione in casa nostra, dove c’è sempre in agguato qualche libero battitore pronto a sfibrare il gioco di squadra, invocato da tutti e applicato sostanzialmente da quasi nessuno. E senza soprattutto una forza interna in grado di neutralizzare gli egoismi del fuoco amico.

Diciamocelo pure: abbiamo assistito nei giorni scorsi al fallimento del progetto di un direttore generale italiano all’Agenzia Spaziale Europea (ESA) a causa di molti fattori, sconosciuti ai più e comunque comprensibili a molti. L’Italia ha perso una grande occasione di avere un suo rappresentante della più alta soglia della politica spaziale europea per la poca capacità di discernimento, organizzativa e politica. Eppure sembrava che l’impianto fosse stato preparato con scrupolo.
Nel collegio dei valutatori, leggiamo da una pubblicazione molto credibile qual è ‘StartMag’ e ripresa anche dall’informatissimo blog di Cesare Albanesi, c’era anche Silvano Casini, tra i più esperti conoscitori dei meccanismi della politica spaziale europea e mondiale. Quello, ricordiamo, che rimise in piedi l’Agenzia Spaziale Italiana a metà anni Novanta, dopo anni e anni di gestioni disastrose. Poi qualcosa non ha funzionato. Che siano stati accordi presi in precedenti incontri e non condivisi adeguatamente, che siano state leggerezze o esibizione di dissidi interni, l’Italia ha perso la partita. Bene. Anzi, male. Malissimo! L’Italia non deve perdere anche questa.

Pertanto Artemis -al netto di impreviste contingenze attribuibili ai budget affaticati dai costi della nuova fase di pandemia- non dovrà subire intoppi da bande di sobillatori o da sacche di gestori inesperti. Questa volta la posta è alta, diciamocelo francamente, eventuali defaillance porterebbero a una infedeltà agli impegni presi che ci farebbe entrare definitivamente in una lista nera da cui sarebbe difficile uscire e ancora più costoso restarci.  

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