venerdì, Luglio 30

USA2020: l’America è più debole Trump ha costantemente preso di mira le istituzioni, la sua autoproclamazione di vittoria è stato l’ultimo colpo ad un Paese che non ha saputo cogliere l’occasione per ritrovare il posto che gli spetta nel mondo, secondo gli osservatori

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Al secondo giorno di scrutinio, gli Stati Uniti d’America non hanno ancora un Presidente, a tenere il mondo in ostaggio sono i voti di Alaska, Arizona, Georgia, Nevada, Carolina del Nord, Pennsylvania.
Era stato previsto che il lavoro di spoglio delle schede sarebbe stato complicato e lungo, anche molto lungo, causa l’enorme molte di voti postali. Altresì, era stato previsto che la notte elettorale, quella tra il 3 e il 4 ottobre, avrebbe, nelle prime ore, restituito risultati molto diversi rispetto ai risultati finali, causa il voto postale scrutinato sostanzialmente per ultimo e con la lentezza di cui sopra. Erano stati previsti incidenti, sia da parte dei sostenitori di Trump sia da parte dei sostenitori di Biden, nel post-voto. Era previsto che Donald Trump contestasse i voti postali, il conteggio dei voti, chiedesse il riconteggio in alcuni Stati e che intentasse un mucchio di cause legali.

Non era previsto il flop dei sondaggi (per l’ennesima volta), in particolare che potessero sbagliare di così tanto circa l’elettorato del Presidente uscente Donald Trump -dato da 8 a fino 17 punti percentuali indietro rispetto al candidato democratico, Joe Biden, fino agli ultimissimi giorni prima dell’election day.

Non era previsto, soprattutto, che Trump si è autoproclamasse vincitore prima che fosse terminato il conteggio dei voti, chiedendo di bloccare lo spoglio, e annunciando ricorso alla Corte Suprema (ricorso alla Corte Suprema, invece, ampiamente previsto).

Siamo «in corsa per vincere», anche se sappiamo che «ci vorrà un pò di tempo» perchè ogni voto possa essere contato, ha dichiarato al termine della nottata elettorale il candidato dei Democratici, Joe Biden.
Ci vorrà pazienza, ha aggiunto, «Sapevamo che sarebbe durata molto, forse fino a domani, forse di più».
Pochi minuti dopo, Donald Trump in un messaggio via Twitter gli ha risposto dicendo che i democratici vogliono rubare l’elezione, che lui non lo permetterà, e parla del suo risultato come una vittoria.

Poi, poco dopo l’affondo: parlando dalla East Room della Casa Bianca, il Presidente ha detto: «Ci stiamo preparando a una grande celebrazione. Stavamo vincendo ovunque, e di colpo tutto è stato annullato. Andremo alla Corte Suprema Usa,vogliamo che tutte le votazioni si fermino. Non vogliamo che vengano trovati altri voti alle 4 di mattina, che vengano aggiunti poi alla lista». Questa, ha continuato il Presidente, è «una frode contro il popolo americano. E’ un imbarazzo per il nostro Paese», si legge nel comunicato stampa diramato dalla Casa Bianca.

Imbarazzo per il nostro Paese’, ha detto Trump, e in effetti da ieri un pezzo consistente di America si sente in imbarazzo. In imbarazzo, ma di più, umiliata e preoccupata per la credibilità delPaese da decenni considerato faro della democrazia.
Primi tra tutti i repubblicani della vecchia scuola, quelli che non hanno mai aderito a un elefantino schiacciato su Trump. «E’ un momento penoso», ha commentato il giurista repubblicano esperto in sistemi elettorali Ben Ginsberg, e ha proseguito affermando  «Ciò che il Presidente ha detto non solo è senza precedenti e non solo manca di fondamento giuridico, ma è decisamente un cattivo servizio a tutti quegli uomini e quelle donne che stanno correndo coi Repubblicani oggi. Non ho mai visto nulla di lontanamente vicino a questo».

Le osservazioni di Trump, ha subito commentato ‘CNN’ -tra le testate più anti-trumpiane che subito hanno sollevato il problema dell’attacco alla democrazia e alla Costituzione- «sostanzialmente equivalevano a una richiesta che i voti legalmente espressi dei cittadini americani non vengano registrati in un atto storico di privazione del diritto di voto. E hanno avvicinato il potenziale incubo costituzionale che molti hanno temuto da quando Trump ha iniziato a offuscare un’elezione che apparentemente temeva di poter perdere mesi fa». Non solo: «Durante la sua presidenza, Trump ha costantemente preso di mira le istituzioni che hanno sostenuto il governo americano per decenni. Ha attaccato la magistratura, i servizi di intelligence e ha chiarito ad esempio che crede che il Dipartimento di Giustizia dovrebbe essere fedele a lui piuttosto che alla legge. Ha anche detto che come presidente ha il potere assoluto secondo la Costituzione di fare quello che vuole».

«Questa non è ancora una crisi costituzionale, ma un Presidente che rivendica una carica che non ha vinto (anche se potrebbe) è una crisi a sé stante», affermaThe Atlantic’ spiegando come l’autoproclamazione della vittoria da parte di Trump può avere conseguenze ben al di fuori degli States, oltre esprimere il declino della Nazione e di una certa idea di democrazia occidentale. Washington è nel caos, «è l’ idea dell’America che rischia di essere sommersa, un’idea su cui gran parte del mondo è cresciuto a fare affidamento e, in effetti, ha adottato».

Autoproclamandosi eletto Presidente è andato oltre: si è messo sullo stesso piano di quei Paesi dove la democrazia è traballante e che Washington, come afferma oggi James Griffiths, dalle colonne della ‘CNN’, a «‘mostrare impegno per il processo democratico e lo stato di diritto’».

La brutta campagna «aveva già rovinato la posizione del sistema democratico statunitense all’estero, ma la vista del leader americano che cerca apertamente di delegittimare il voto è stata ancora uno shock per molti. I commenti di Trump sono stati accolti con orrore in molti Paesi e un po ‘di gioia in altri, dove i critici degli Stati Uniti hanno a lungo accusato Washington di ipocrisia riguardo ai diritti democratici». L‘exMinistro degli Esteri di Londra, Jeremy Hunt, ha detto alla ‘BBC’ che i fatti fanno sorridere persone come il Presidente Putin e Il Presidente Xi aggiungendo «Dobbiamo ricordare che qui è in gioco la reputazione della democrazia nel mondo».

Per anni, prosegue Griffiths, «gli Stati Uniti si sono presentati come una sorta di arbitro del processo democratico in tutto il mondo, inviando osservatori alle urne, sostenendo l’opposizione democratica e criticando i paesi per brogli o indebolimento delle elezioni. È probabile che questo senso di autorità morale venga ora messo in discussione in alcune parti del mondo».

Arick Wierson, ancora dalle colonne di ‘CNN’,sottolinea come nella notte elettorale molti media internazionali hanno concentrato la loro attenzione sul fatto che negli Stati Uniti vi è un grosso gruppo di elettori intenzionati a confermare la loro fiducia a Trump, piuttosto che raccontare la rivolta morale che nel Paese si è innescata in occasione di questo voto «e questo la dice lunga su chi siamo come nazione».
«È ormai più che ovvio che una buona fetta di elettori americani sta bene con un Presidente che dissacra simboli del potere americano come la Casa Bianca, dove ha detto innumerevoli bugiepromosso infinite false verità infranto una serie di norme che hanno trasceso la politica per generazioni».

«L’America, il Paese che storicamente è stato in grado di fondersi attorno a questioni bipartitiche come la promozione del libero scambio e la creazione di forti alleanze internazionali, a quanto pare non c’è più».

E gli fa eco ‘The Atlantic: «Se il 2016 è stato il ‘terremoto populista’ in cui Donald Trump ha dimostrato che uno stile di politica iconoclasta e antiestablishment era possibile negli Stati Uniti, il 2020 ha rappresentato un’opportunità per una correzione anti-populista, quella in cui gli elettori si sarebbero opposti in massa al Trumpismo e a favore di una forma di governo pluralista e più tollerante sotto Joe Biden. Quel ripristino politico non è avvenuto. Invece, gli americani hanno dimostrato ancora una volta che il loro è un paese profondamente diviso, dove il populismo,nonostante tutti i suoi fallimenti e le sue false promesse, rimane una forza attraente e durevole. Anche se Biden riuscisse a vincere la Casa Bianca,il populismo americano è qui per restare».

L’America è più debole dopo il 3 novembre,indipendentemente da quando si riuscirà a sapere chi avrà vinto. Il problema non è il ritardo nel raggiungimento dei risultati finali e consolidati. I media ricordano che per gran parte del XIX secolo,  ci sono voluti giorni, se non settimane,perché il vincitore venisse dichiarato. Anche nelle elezioni più recenti, la dichiarazione di un vincitore di solito va oltre la notte delle elezioni, poiché il conteggio dei voti Stato per Stato può spesso trascinarsi per ore o giorni, anche senza una pandemia. Nel 2000 non si seppe chi sarebbe stato il Presidente fino al 12 dicembre, più di un mese dopo il giorno delle elezioni. Nè che qualcosa nella macchina elettorale al momento di contare i voti si sia inceppato, o che il sistema elettorale nel suo complesso sia o possa sembrare superato.
Piuttosto il problema è che Biden dovrà tentare di unificare due pezzi della Nazione che guardano al mondo da punti di vista completamente opposti, e dovrà ridare credibilità agli USA sullo scenario internazionale, avendo ridato onore alla Casa Bianca agli occhi degli americani.
Il lavoro di Biden sarà complicato dal fatto che dovrà «fare i conti con un nuovo, terzo vettore di influenza e pressione: un ex presidente combattuto che non avrà scrupoli a esprimere le sue opinioni con rabbia su di base fedele e molto probabilmente scontenta».

«Dare altri quattro anni a un uomo così profondamente deriso dai leader occidentali sulla scena internazionale non farà che incoraggiare ulteriormente i nostri avversari e lascerà i nostri alleati tradizionali alla ricerca di nuove partnership economiche e patti di sicurezza. I nostri amici in tutto il mondo non possono più contare su di noi per fare la cosa giusta.

Non importa chi vinca queste elezioni, l’America è già più debole per questo. Abbiamo avuto l’opportunità come paese di voltare pagina su questo capitolo oscuro della nostra storia, ma noi, come popolo e nazione, siamo stati ben inferiori».

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