domenica, Aprile 11

Usa-Yemen: roulette russa La nazione più povera della penisola arabica è pressoché implosa sotto il peso di una serie di crisi sovrapposte

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Solo pochi mesi dopo che il Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, a settembre2014, ha esaltato quella dello Yemen come la storia di un successo, un modello da seguire ed emulare in tutto il Medio Oriente, la nazione più povera della penisola arabica è pressoché implosa sotto il peso di una serie di crisi sovrapposte.

«Questa strategia di eliminare i terroristi che ci minacciano mentre supportiamo i nostri partner al fronte è una strategia che abbiamo applicato per anni con successo in Yemen e Somalia», ha affermato Obama davanti al suo pubblico. «Ed è coerente con l’approccio che avevo delineato all’inizio di quest’anno: usare la forza contro chiunque minacci gli interessi centrali dell’America, ma mobilitare i nostri partner ogniqualvolta possibile per rispondere a sfide più ampie di respiro internazionale».

Che Obama abbia o meno effettivamente visto una storia di successo nella transizione di potere negoziata dal Gulf Cooperation Council (GCC) nel 2011, dopo le dimissioni del Presidente Ali Abdullah Saleh, la realtà sul campo ha visto poteri e fazioni rivali non solo sfidare il nuovo ordine politico, ma distruggere dall’interno lo Yemen post-rivoluzionario accuratamente costruito e controllato dagli americani.

Quei `partner´ cui Obama faceva riferimento non sono più al potere. Decaduti il Presidente Abdo Rabbo Mansour Hadi, il Primo Ministro Khaled Baha e tutto il governo dello Yemen, la struttura che doveva supportare la transizione di potere tanto accuratamente negoziata e progettata da Washington insieme ai partner regionali (i Paesi membri del GCC, ovvero Bahrain, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Oman) si è disintegrata.

A tenere le redini del potere sono ora gli houthi, un gruppo che Washington ha chiaramente indicato non detenere alcun favore presso la Casa Bianca a causa dei sospetti legami con l’Iran. Ahmed Mohamed Nasser Ahmed, analista politico yemenita ed ex membro del gruppo di lavoro sui problemi nazionali e giustizia transizionale del GCC, ha dichiarato a `L’Indro´ che “lo Yemen post-rivoluzionario sognato dagli Stati Uniti non esiste più. Qualunque cosa Washington pensava di stare costruendo nel Paese, che fosse il proseguimento della sua politica antiterrorismo o l’avanzamento dei suoi interessi politici, ha chiaramente fallito”.

A gennaio Washington, insieme alle capitali arabe ed europee, ha ritirato il proprio ambasciatore dallo Yemen, facendo del Paese un vuoto diplomatico isolato dal resto del mondo. Nonostante Washington abbia avuto nel corso dell’ultimo anno dei precedenti di ritirata dallo Yemen a causa di minacce terroristiche e altri problemi di sicurezza, secondo Ahmed “questa volta sembra più rigetto politico che non una mossa tattica“I diplomatici americani sono fuggiti dallo Yemen”, aggiunge, “Non si sono semplicemente ritirati. Si è trattato sia di una capitolazione politica sia di una sentenza contro Abdel Malek al-Houthi [il leader degli houthi]. Se ne sono andati senza lasciare aperta nessuna linea di comunicazione con gli houthi. È come il ripetersi del 1979 in Iran”.

Cosa comporterà questo disimpegno politico e militare dallo Yemen per gli Stati Uniti? E soprattutto, gli States possono permettersi di abbandonare lo Yemen a se stesso in nome della ‘correttezza’ politica, quando ci sono gruppi come Al-Qaeda in azione nel Paese arabo?

 

La strategia di Obama

La presa del Palazzo Presidenziale da parte degli houthi il 20 gennaio e le successive dimissioni sia del Presidente Hadi sia del governo hanno alimentato il timore degli americani che il collasso dello Yemen potesse automaticamente pregiudicare i meccanismi impostati da Washington insieme alle forze di sicurezza yemenite e alle loro controparti americane nella guerra ad Al-Qaida.

Al di là del semplice problema della condivisione delle informazioni, c’è anche quello molto spinoso del programma americano di utilizzo dei droni nello Yemen. Laddove il Presidente Hadi si è dimostrato indulgente e disposto a chiudere un occhio sui droni americani in azione nello spazio aereo yemenita, gli houthi hanno dato ad intendere che tale cooperazione non sarebbe continuata sotto un loro governo.

Qui giace la più grande paura dell’America: gli Stati Uniti considerano Al-Qaeda in the Arabian Peninsula (AQAP), facente base in Yemen, come una minaccia alla propria sicurezza, considerandola responsabile di svariati attacchi riusciti sul suolo americano e di molti altri che sono stati sventati. Washington considera lo Yemen un ingranaggio fondamentale della sua rete antiterrorismo. Perdere la propria posizione nel Paese arabo significa rischiare che esso cada in mano al fondamentalismo, come la Siria e l’Iraq, proprio al centro della via del petrolio.

L’inquietudine americana è stata ulteriormente esacerbata dai rapporti secondo cui lo Stato Islamico in Iraq e Siria (ISIS) si starebbe espandendo nello Yemen, dove sarebbe entrato in competizione con la branca locale di Al-Qaida. Inoltre, affermazioni recenti secondo cui ci sarebbe l’AQAP dietro gli attacchi di Parigi hanno gettato ulteriore benzina sul fuoco.

Il 22 gennaio, la CNN ha riportato le parole di funzionari degli Stati Uniti secondo cui l‘ISIS starebbe reclutando truppe nella nazione araba, in competizione diretta con Al-Qaeda. Si legge nell’articolo: «I funzionari americani ritengono che l’ISIS stia cercando reclute in Yemen, ma un funzionario dell’antiterrorismo americano in particolare ha sottolineato come AQAP rimanga la forza dominante nel Paese. L’opinione dei servizi di sicurezza americani è che, mentre è possibile che ci sia una spolverata di lealisti dell’ISIS tra le fila degli estremisti sunniti in Yemen, è probabile che si tratti di ‘militanti di AQAP di medio rango che simpatizzano con la visione dell’ISIS senza uscire dai ranghi’».

Mohammed Abdul-Salam, portavoce degli houthi, ha dichiarato a `L’Indro´: Ansarallah [il braccio armato degli houthi]accoglierà sempre una collaborazione antiterrorismo con gli Stati Uniti, ma i funzionari americani devono capire che qualunque negoziato dovrà essere condotto con i migliori interessi dello Yemen in mente”. E prosegue: La sovranità territoriale dello Yemen e il benessere dei suoi cittadini non sono negoziabili. Non possiamo permettere ad una forza militare straniera di operare sul nostro suolo e prendere di mira la nostra gente. Ci sono altre vie che possono essere esplorate per combattere Al-Qaida, i droni non rappresentano una soluzione attuabile”.

 

Imperialismo americano in panne?

Con gli occhi del mondo puntati sullo Yemen, Washington ha scelto di disimpegnarsi in toto, agendo attraverso le Nazioni Unite e i partner nella regione piuttosto che direttamente. A febbraio il Consiglio di sicurezza dell’ONU ha dichiarato di essere pronto a intraprendere `ulteriori step´ se gli houthi non dovessero riprendere immediatamente le negoziazioni condotte dalle Nazioni Unite per fermare i disordini. Alcuni membri del Consiglio di sicurezza hanno confermato che potrebbero venire erogate delle sanzioni.

Ad ogni modo, la Risoluzione 2201 non richiede agli houthi la cessione del potere in sé, ma soltanto di ritirare le proprie truppe dalle istituzioni statali e di tornare a sedersi al tavolo dei negoziati. Ahmed, l’analista politico, dice a `L’Indro´ che “Il fatto che Washington abbia fatto un passo indietro in Yemen, permettendo all’Arabia Saudita e all’Egitto di accampare richieste e minacciare gli houthi, è un chiaro segno che gli Stati Uniti stanno perdendo la loro posizione in Medio Oriente. E prosegue: “Rifiutandosi di farsi avanti, ricorrendo a politiche soft e subappaltando la politica estera a forze quali l’Arabia Saudita, Washington è diventata obsoleta. I funzionari americani hanno perso ogni contatto con la realtà, quando si parla di Yemen. C’è una differenza fondamentale tra ciò che gli Stati Uniti desiderano vedere e ciò che si trova realmente sul campo”.

Intanto, gli Stati Uniti perdono terreno prezioso mentre le capitali del Medio Oriente, incluse Manama, Damasco, Beirut e Sana’a, escono lentamente dall’ombra americana per entrare nel campo gravitazionale politico dell’Iran.

Ali Reza Zakani, analista politico iraniano di spicco, ha previsto l’indebolimento dell’influenza americana sul Medio Oriente lo scorso settembre, quando dichiarava: «Tre capitali arabe sono finite oggi in mano all’Iran e appartengono ora alla Rivoluzione islamica iraniana». Aggiungeva poi che Sana’a era diventata la quarta capitale prossima a unirsi alla Rivoluzione iraniana. Considerando le dinamiche sul campo e come lo Yemen sia passato da una pacifica transizione di potere a violenti scontri armati tra rivali politici (precisamente gli houthi e al-Islah, la fazione sunnita radicale dello Yemen), sembra che Obama sia stato relegato nell’ombra. Con gli houthi al potere e nessun americano in vista, il vuoto diplomatico yemenita potrebbe non rimanere tale a lungo, soprattutto considerando come altri poteri nella regione e oltre potrebbero servirsi dello Yemen come potente imbuto strategico e politico.

Mojtada Mousavi, analista politico e caporedattore dell’iraniana `View´, ha dichiarato: «Sia l’Iran sia la Russia trarrebbero molto beneficio dall’avere una solida base in Yemen. Per l’Iran equivarrebbe a tenere sotto controllo le ambizioni egemoniche di Al-Saud, mentre la Russia potrebbe servirsi dello Yemen come moneta da giocare nelle negoziazioni con Washington».

E aggiunge: «Perdere lo Yemen a causa di un disaccordo politico non è esattamente la decisione più intelligente che il Presidente Obama potesse prendere, soprattutto considerando che gli houthi e gli Stati Uniti hanno un nemico in comune in Al-Qaeda».

 

Tra cooperazione e inimicizia

Effettivamente, gli Stati Uniti possono permettersi di non riconoscere negli houthi un valido interlocutore, se non un partner, nel quadro della guerra al terrorismo? Commentando la politica di Obama in Yemen, Thomas Buonomo, analista del rischio geopolitico ed ex ufficiale dell’intelligence dell’esercito americano, sottolinea: «Gli Stati Uniti dovrebbero impegnarsi a sostenere governi moderati e inclusivi, e dovrebbero collaborare con gli houthi nella misura in cui questi si dimostrano disponibili a soddisfare quei criteri. Così come in Iraq, l‘influenza iraniana su diverse fazioni sciite non dovrebbe precludere loro la collaborazione americana, ma piuttosto dovrebbe fornire una motivazione ancor più urgente per entrare in contatto, per assicurarsi che le deliberate distorsioni iraniane della politica e delle intenzioni americane non influenzino troppo gruppi quali gli houthi».

Anthony Biswell, analista dello Yemen per IHS Jane, sottolinea come la miopia politica di Washington sullo Yemen sia sintomatica di una mancanza di comprensione. “Washington vede lo Yemen attraverso lenti militari. Lo Yemen è una risorsa militare, per cui la politica e la diplomazia giocano un ruolo di secondo piano. È per questo che l’Arabia Saudita ha potuto essere più visibile degli Stati Uniti nella gestione della crisi politica yemenita. Questa linea, però, è pericolosa da mantenere, dato che ha portato a questo inusuale impasse diplomatico”, ha raccontato a `L’Indro´.

Lo Yemen è virtualmente diventato un’isola politica e diplomatica, isolato dalla comunità internazionale proprio in un momento in cui la sua economia rischia di collassare. Secondo Abdul-Salam, questo mese lo Stato non sarà in grado di soddisfare gli obblighi finanziari, il che significa che i dipendenti statali si trovano davanti al rischio concreto di non ricevere lo stipendio di febbraio. Poiché il collasso economico può portare beneficio ad un solo attore, Al-Qaeda, gli esperti come Biswell e Ahmed si chiedono a che gioco stiano giocando gli Stati Uniti con lo Yemen.

Ahmed ipotizza che Washington si sia messa all’angolo con questo impasse yemenita a causa dell’Arabia Saudita. “Normalizzare le relazioni con gli houthi irriterebbe l’Arabia Saudita: Washington sta considerando di perdere Al-Saud per una riconciliazione tattica con l’Iran, ha spiegato a `L’Indro´. “Credo sia con questo che gli States stanno avendo difficoltà”.

In effetti, il discioglimento dell’alleanza con l’Arabia Saudita porrebbe sostanzialmente fine ad un accordo per la condivisione del potere durato decenni, forzando Washington a ridefinire la propria posizione in Medio Oriente e nel mondo in generale.

 

Traduzione di Elena Gallina

 

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