mercoledì, Dicembre 8

USA – Vaticano: nostalgia (Biden) e profezia (Francesco) vis-à-vis “Biden è ‘America is back’ che è l’America del ‘900; Bergoglio è un Papa del XXI secolo che, solo anagraficamente, è calato nel ‘900, ma che è culturalmente proiettato a prendere in mano il vessillo della sinistra mondiale“, “che ha fatto uscire la Chiesa dalla NATO” per “guardare più ad Est” dove “si sta spostando il baricentro del mondo”. Intervista a Piero Schiavazzi, Docente di Geopolitica Vaticana

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Per descrivere l’incontro di domani tra Papa Francesco e il Presidente americano Joe Biden, il secondo tra un Presidente USA cattolico e un Pontefice dopo quello del 1963 tra John F. Kennedy e Paolo VI, paiono cucite su misura le parole che cantava il cantautore spagnolo Jarabe de Palo: ‘Da che punto guardi il mondo tutto dipende’.
Infatti, nonostante i sorrisi più ampi di Bergoglio rispetto a quelli che mostrò quattro anni fa mentre accoglieva Donald Trump, sotto traccia, la distanza tra Santa Sede e Stati Uniti resta perché guardano ad orizzonti diversi: Biden, veterano della politica americana, sembra avere lo sguardo all’indietro, esemplificando la ‘nostalgia’ e una riedizione del ‘kennedismo’ senza averne il carisma, ma che sembra, agli occhi vaticani, fuori tempo; Bergoglio, sebbene ottuagenario, sembra, invece, incarnare la ‘profezia’, sembra guardare al XXI secolo, quindi ad una ‘Chiesa fuori dalla NATO’ e molto più spostata verso l’Oriente, perché è lì che si gioca il futuro del mondo. In quest’ottica, la Cina, quella che Washington vuole contenere, è per Francesco quella da abbracciare. In altri termini, il Papa della ‘Terza Guerra Mondiale a pezzi’ si deve relazionare con un Presidente USA rimasto alla Guerra Fredda.
Ciò nonostante, su alcuni temi, come l’ambiente o l’economia, sembrano andare nella stessa direzione, ma con diverse intensità: se quella di Biden è riformatrice, quella di Bergoglio è rivoluzionaria. Una gradazione che Biden non può permettersi pena il rischio di spaccare ulteriormente un’America, uscita già fortemente polarizzata dalle elezioni. Inevitabilmente, dunque, emerge una sfasatura che, di certo, un incontro vis-à-vis non potrà cancellare.
Cosa aspettarsi, dunque, dal bilaterale in Vaticano tra Francesco e Biden? Quali i temi più divisivi? Lo abbiamo chiesto a Piero Schiavazzi, Docente di Geopolitica Vaticana della Link Campus University oltre che Vaticanista di ‘Huffington Post’ e ‘Limes’.
Professor Schiavazzi, quello di domani tra Joe Biden e Papa Francesco sarà il secondo incontro nella storia tra un Presidente cattolico degli USA e il vescovo di Roma, dopo quello del 2 luglio 1963, quando John F. Kennedy fu ricevuto in Vaticano da Papa Paolo VI. È un paragone calzante?
Penso che il paragone sia assolutamente appropriato e che il problema fondamentale sia proprio questo, ossia che sono passati sei decadi. Lì si incontravano un Papa e un Presidente americano del ‘900, qui si incontrano un Papa del XXI secolo e l’ultimo Presidente statunitense del ‘900 post-datato. Questo è il problema: Biden rappresenta un prolungamento del ‘kennedismo’ senza il carisma mentre Bergoglio, pur essendo ottuagenario, è in anticipo sui tempi perché è il primo Papa della globalizzazione. C’è, dunque, una sfasatura temporale: mentre Giovanni XXIII e Kennedy erano sincronici e, quindi, rappresentavano ambedue delle novità sincronizzate l’una sull’altra, qui c’è una sfasatura temporale evidente poiché Biden è un Presidente post-datato, è entrato in Senato nel 1973, pochi anni dopo quell’incontro di Kennedy, ed è rimasto a quell’epoca. La Chiesa, nel frattempo, è cambiata.
Possiamo dire, allora, che l’ideale Presidente USA per Papà Francesco era Barack Obama o l’attuale Vice di Biden, Kamala Harris?
Il punto è che nel ‘900 il rinnovamento passava per via ideologica, era il secolo delle ideologie, delle grandi correnti ideali di pensiero: da questo punto di vista, il kennedismo, insieme alla visione giovannea, rappresentano grandi correnti correnti della seconda metà del XX secolo che si incontrano. Oggi, nel XXI secolo, il rinnovamento passa per via geografica ed antropologica, non più per via ideologica: per capire Francesco, bisogna partire dal presupposto che è il Papa del ‘meticciato’ ed è il primo a dire nell’enciclica ‘Fratelli Tutti’ che la principale novità negli Stati Uniti è la ‘crescita del tasso di presenza dei latinos’, che stanno cambiando il modo di pensare americano. Il cambiamento, quindi, per Francesco passa attraverso la demografia e l’antropologia, e non più tramite le idee e i partiti come nel ‘900. La sintonia perfetta si sarebbe avuta con Kamala Harris, una donna, figlia di un indiano e di un jamaicano. Pensiamo anche a Barack Obama. Questo è il ‘meticciato’, cioè il rinnovamento passa attraverso il sangue. Biden, invece, è l’espressione più classica – mia parola più azzeccata per chi è in Senato dal 1973 – dell’America: è un ‘remake’ (parola americanissima) e Hollywood ci insegna che i remake non sempre, anzi quasi mai, vengono bene, fanno sempre rimpiangere gli originali anche quando si spendono i migliori attori che non riescono mai a riprodurre il carisma dell’originale. Questo perché le aspettative del mondo sono cambiate nel senso che, dovendo mutuare un altro paragone dall’industria automobilistica, diremmo che Biden è un meraviglioso ‘restyling’: quando si fa un restyling o una seconda edizione, apporta dei significativi miglioramenti al motore o alla carrozzeria, ma non degli stravolgimenti tant’è che quella grandiosa operazione obamiana che è stata l’’Obamacare’, Biden la vuole migliorare. La politica di Biden cos’è se non uno straordinario restyling della visione roosveltiana e kennediana, i principali pilastri del ‘900. Ma nel frattempo, sono cambiate le strade e servono altri modelli di macchine per percorrerle. Negli anni ‘60 le ‘world car’ non c’erano, oggi ci sono; quella era un’America che voleva insegnare qualche cosa al mondo, voleva esportare la propria visione e Biden si colloca all’interno di una visione che Bergoglio ha rimosso. E qual’è la visione della sinistra liberal americana? La visione è quella della ‘rivelazione per via istituzionale’, un Paese che ha il mandato di incarnare meglio di altri, nel mondo contemporaneo, i valori cristiani. Questo è ‘In God We Trust’ che ‘Civilità Cattolica’ ha stroncato affermando che ogni Paese agisce solo ed esclusivamente per l’interesse nazionale, qualunque sia il manto di vernice che ci mette. L’unico modo di mondializzare è quello di dire che le razze non hanno futuro ed andare verso una forma di meticciato: ecco perché Obama ha rappresentato la vera novità per l’America e, non a caso, la rivoluzione dell’Obamacare l’ha fatta Obama. Ma come si mette un cattolico del Delawere -cioè dell’East Cost, delle 13 colonie, puritano, che, sebbene cattolico, ha radici capitalistiche – con un Papa che parla di ‘reddito universale di base’ per tutti i poveri della Terra, andando ben oltre il capitalismo? Kennedy si ritrovava all’interno di un orizzonte capitalistico rinnovato roosveltiano e questa è l’idea della sinistra liberal americana. Se la sinistra liberal americana apporta dei correttivi al capitalismo, Bergoglio propone il superamento del capitalismo. Nel frattempo, un mese prima esatto dell’elezione di Biden, è arrivata la ‘Fratelli Tutti’ che sostiene la secondarietà della proprietà privata rispetto alla destinazione universale, una novità per la Chiesa che ha sempre parlato di funzione sociale. Ma c’è di più: afferma che ogni Stato è anche dello straniero. Se c’è un popolo che ti sta vicino e ha fame e tu non sei in grado di condividere con lui, in via sovranazionale, (si parla di migranti economici) la distribuzione, quel popolo ha diritto a venire. Qui siamo molto oltre il capitalismo, cosa che Giovanni XXIII non ha mai fatto con la ‘Pacem in Terris’, che è in un’ottica roosveltiana, così come è anche la ‘Populorum Progressio‘ di Paolo VI. A questo conato rivoluzionario nel dire che i fondamenti dello Stato moderno – la proprietà e il confine –  sono oggi superati, la sovranità degli Stati diventa relativa – ed è l’altra novità di ‘Fratelli Tutti’, insieme al reddito universale di base – siamo entrati in un’altra visione dell’economia. E perché lo stiamo facendo? Perché la Chiesa si è disancorata dall’Occidente ed il baricentro del pianeta si sta spostando.
Come definirebbe, allora, Biden dal punto di vista del suo cattolicesimo? Un cattolico morale, ma non sociale?
Agli occhi di un sudamericano come Bergoglio – progressista nel sociale e conservatore nella morale – Biden è, allo stesso tempo, troppo di sinistra è troppo di destra. È troppo di destra in economia, è un restyling del New Deal quando ormai siamo entrati nell’epoca rivoluzionaria delle ‘world car’ che deve far salire a bordo i diseredati della Terra; è troppo di sinistra, invece, perché incarna il prototipo di quei cattolici o di quella sinistra – così la legge Bergoglio – che cerca di surrogare o compensare con i diritti civili l’assenza di una politica economica e sociale sufficientemente radicale. Questa è la visione di Francesco secondo cui Biden esprime quel profilo di cattolico del Massachusetts la cui apertura avviene fondamentalmente sui temi morali, mentre sono molto più prudenti – e sono da capire – le aperture in materia economica. Sono da capire perché l’America è oggi spaccata come non mai e quella di Biden è fondamentalmente una politica di riconciliazione nazionale visto che hanno rischiato una mezza guerra civile il 6 gennaio scorso con l’attacco al Campidoglio. Dalle elezioni presidenziali, l’America è uscita spaccata come non era mai successo.
Il passaggio da Trump a Biden ha visto Papa Francesco tirare un sospiro di sollievo?
Papa Francesco ha tirato un sospiro di sollievo perché si ritrova un’America meno ostile, ma si ritrova un’America che va in una direzione separata ed altra rispetto alla Chiesa: rispetto alla Cina, c’è un’assoluta continuità tra Trump e Biden. Anzi, Trump non era arrivato all’alleanza tripolare, tutta bianca, con Australia e Gran Bretagna, l’AUKUS. Mentre Biden è assolutamente in continuità con Obama e Trump nel filo che si chiama ‘Pivot to Asia’ – non consideriamo che ognuno la interpreti con il proprio carattere più o meno muscolare perché questo può indurci nell’errore che il copione sia cambiato mentre, invece, è rimasto lo stesso – Bergoglio ha invece fatto l’opposto: se si va a vedere gli ultimi concistori e le nomine cardinalizie, si può notare come sia un ‘Pivot to Asia’ al contrario: Francesco ha dato cardinali a tutte quante le nazioni e alle grandi città che circondano la Cina, ma quella è una strategia di avvicinamento, è un tentativo di abbraccio, un corteggiamento, non un contenimento come quella dell’America, la cui punta di maggiore ostilità – i sottomarini nucleari – è stata raggiunta con Biden, non con Trump. Quindi, è vero che Trump era quello roboante, che ha fatto sentire il rumore (e basta) dei cannoni (che oggi sappiamo erano a salve), mentre quello che arriverà domani nello studio di Francesco è colui che ripete la frase ‘America is back’, che, tuttavia, ha una doppia lettura: l’America è tornata o è rimasta indietro? Agli occhi di Bergoglio, quell’’America is back’ sottintende un ‘Mi hanno rimandato Kennedy’. E Francesco, con la sua ironia creola, risponderebbe: ‘Lo vedo’.
A proposito di Cina e delle relazioni tra Pechino e Santa Sede, pochi giorni fa, un articolo di Massimo Franco, esperto di cose vaticane del ‘Corriere della Sera’, riportava questa dichiarazione: «La Cina vorrebbe che rompessimo le relazioni diplomatiche con Taiwan, promettendo in cambio di inaugurare quelle con noi. Ma abbiamo sempre risposto che prima Pechino deve permetterci di aprire una nunziatura apostolica nella capitale. Solo a quel punto potremo rivedere i nostri rapporti col governo di Taipei. Siccome quel passo non è mai stato fatto, le cose rimangono com’erano. E speriamo che la situazione non peggiori…». A pronunciare queste parole sarebbe stata un’alta fonte vaticana, preannunciando nessuna presa di posizione da parte della Santa Sede rispetto al dossier spinoso della Cina, che recentemente ha alzato il livello di tensione con Taiwan (riconosciuta da pochissime nazioni, tra cui il Vaticano), ma con la quale, peraltro, è stato sottoscritto un accordo segreto per la nomina dei vescovi in territorio cinese.  
Anche nel caso non fossi d’accordo, sono in difficoltà in quanto Massimo Franco è mio amico fraterno, ma ha una visione diversa e più critica della mia rispetto a Bergoglio. Venendo al quadro, la dichiarazione riportata da Franco è verosimile, ma è un’ombra cinese e un gioco delle parti nel senso che la dichiarazione rivela che ambedue sono d’accordo nella sostanza, ma devono solo mettersi d’accordo su chi farà la prima mossa. In altre parole, sono due innamorati, Turandot e il Principe Calaf di Puccini, che devono decidere chi dei due deve dare per primo la prova d’amore, ma che non dubitano del fatto di essere ambedue innamorati l’uno dell’altro e che, quindi, irreversibilmente, sono attratti. Questa fonte vaticana ha spacciato per notizia una non-notizia. È solo questione di tempo.
Biden, tuttavia, malvede questo ‘avvicinamento’. 
Assolutamente sì. Considerato a prescindere dalla Cina, Biden è visto da Bergoglio come un ‘remake’ del New Deal in un’epoca in cui le richieste della Santa Sede in dottrina sociale sono molto più estreme e molto più radicali. Perché Giovanni XXIII non poteva permettersele? Perché il grande nemico della Chiesa era il comunismo ed era impensabile un Papa che parlasse di reddito universale di base o della secondarietà della proprietà privata rispetto alla destinazione universale, per non parlare della rimozione dei confini degli Stati. Oggi, invece, la Chiesa, venuto meno il comunismo, ha imbracciato lei la causa dei proletari e dei diseredati del mondo. Chi è, attualmente, il leader più a sinistra della Terra se non Francesco? Questo è il problema del rapporto bipolare tra la Chiesa e l’America una cui parte, per la prima volta nella storia, non si riconosce nell’inquilino della Casa Bianca. Il problema di Biden è ricucire e, quindi, è impossibile che si metta a fare l’oltranzista sulle tasse o in politica economica. Sarebbe un modo per andare verso uno scisma tra mezza America e lui. Quindi, Biden non può permettersi di seguire il Papa in economia, ma neanche in geopolitica (anche se non dipende da lui) perché qui è in corso la ‘deriva dei Continenti’ e cioè la Chiesa si sta riposizionando in quanto ogni Papa ha il dovere di far stare la sua istituzione al centro del mondo e il baricentro del pianeta si sta spostando ad Oriente e, quindi, la Chiesa si è staccata dall’Occidente mentre l’incontro tra Giovanni XXIII e Kennedy si collocava ancora al centro del mondo occidentale, la Chiesa era all’interno della cornice occidentale e garantita dall’ombrello americano. Quando si fa il paragone con l’incontro di sessant’anni fa, bisogna sottolineare che quell’incontro avveniva tra due leader del mondo occidentale. L’incontro di domani è tra il capo dell’Occidente e il capo di un’istituzione che, a differenza di sei decadi fa, non è più all’interno di questo campo. Ecco perché sostengo che l’incontro di sabato mattina tra Francesco e il leader indiano Narendra Modi è più importante: anche se non ce lo fanno andare giocando sul Covid-19, il Papa ha fretta perché sta invecchiando, ma vuole andare in India perché, insieme alla Cina, sono le due nazioni che fanno 2,7 miliardi di abitanti. L’America ha solo 330 milioni di abitanti e, tra l’altro, negli Stati Uniti, la religione tiene benissimo – c’è solo un problema di competizione tra pentacostali e cattolici – a differenza dell’Europa dove è rarefatta. Se la Chiesa, in questo secolo, non va dove ci sono 2,7 miliardi di persone, è fuori dal mondo, diventa periferica. E questo è l’unico ambito in cui il ‘Papa delle periferie’ non vuole che la sua istituzione sia periferica.
Biden si attende, però, una presa di posizione, un cambio di rotta vaticana rispetto alla Cina.
Questi discorsi si fanno andando a vedere dove stanno i centri di potere. Chi ha il potere nella Chiesa? Il Papa. E quando non c’è il Papa, dov’è il potere? Nel collegio cardinalizio che eleggerà il Papa. È lì che si vanno a fare i conti. Chi sono i grandi elettori? Oggi c’è una massiccia presenza di tutti quei Paesi, di quelle ‘basi navali’ (per usare il parallelo con il Pivot americano) che segnalano un vero e proprio slancio amoroso verso la Cina. Questa è una redistribuzione del potere che è avvenuta nella Chiesa; in America, invece, tra una presidenza e l’altra, c’è un allineamento e una continuità nel contenimento. A molti sfugge, inoltre, che con l’accordo AUKUS tra Stati Uniti, Australia e Regno Unito, con la Presidenza Biden è stato raggiunto il punto più ostile.
Rispetto alla questione dei diritti umani e della democrazia su cui Biden punta molto per creare uno spartiacque netto rispetto alla Cina, la Santa Sede dove si colloca?
Questo è il fianco scoperto del Vaticano perché se si va a vedere ‘Fratelli Tutti’, non si parla quasi mai di diritti politici, ovvero democrazia, voto, opposizione, parlamento, partiti, il ‘modello americano’ e ‘occidentale’, quello che i cinesi non vogliono. Il mantra di ‘Fratelli Tutti’ sono i diritti umani a cui il Papa aggiunge spessissimo l’aggettivo ‘fondamentali’ a significare ‘per ora accontentiamoci del minimo comun denominatore’. In altri termini, questo Papa non è affatto convinto che la democrazia sarà il regime maggioritario, cosa che si credeva all’indomani del 1989 quando tutti noi abbiamo pensato che il modello occidentale di democrazia competitiva si sarebbe espanso al mondo intero. Trent’anni dopo, vediamo che, invece, aumentano le ‘democrature’, le ‘autocrazie’: ad esempio, la Russia non è una democrazia piena, la Turchia è peggiorata. Quella a cui stiamo assistendo è, dunque, un’involuzione e, nella visione di Bergoglio, la Chiesa non deve schierarsi. C’era una volta Papa Paolo VI, e prima di lui Giovanni XXIII, durante i cui pontificati, dopo aver litigato per cent’anni con il liberalismo, la Chiesa, con il Concilio Vaticano II, lo battezza e ne fa l’’undicesimo comandamento’. Per Woytila così come per Ratzinger, la democrazia è il regime cattolico cristiano per definizione, gli altri sono peccato e barbarie. Diventa un’appendice, un corollario dell’evangelizzazione. Arriva Bergoglio che di questo non è affatto convinto e sa che, se i missionari si presentano a parlare di libertà e di diritti politici, in Cina non entreranno mai. E, quindi, Francesco si limita a parlare di ‘diritti umani fondamentali’: giusto processo, non ci devono essere i killer di Stato, ci deve essere libertà religiosa, non si usa la tortura, ma non c’è la democrazia così come non ci sono i diritti politici che, invece, costituiscono l’’undicesimo comandamento’ dei Papi del ‘900. Ecco perché dico che si incontra l’ultimo Presidente americano del ‘900. La domanda è: Biden è un multilateralista oppure uno che ha scatenato l’Afghanistan perché gli fa comodo la spina nel fianco della Russia e della Cina, che ha il problema dei musulmani Uiguri  e dello Xijiang? Nel primo millennio la Croce è stata piantata in Europa, nel secondo in America, nel terzo sarà piantata in Asia. Da questo destino un Papa non può sfuggire, altrimenti rischierebbe di mettere la Chiesa fuori dalla storia. Anche in questo caso, non ci devono essere equivoci: qualunque Papa, anche il più conservatore e meno bergogliano, non potrà che fare i conti con lo spostamento dei pesi economici e democrafici ad Est. La demografia del mondo, la base azionaria di riferimento della Chiesa cattolica – come si legge nell’ultimo annuario – si sta spostando a Sud-Est. La Chiesa è obbligata, non può scegliere. Non può tornare un Papa filo-americano, non è possibile: ci potrà essere un Papa che sorride di più agli americani, come farà domani Bergoglio passata la paura di Trump, ma la sostanza del distacco, cioè che la ‘Chiesa è uscita dalla NATO e non ci torna più’, è incontrovertibile. Quella di Giovanni XXIII era una Chiesa che stava dentro la NATO e, se noi non cogliamo questo, perdiamo di vista la realtà. Va precisato, inoltre, che Biden ha abbandonato l’Afghanistan perché intende concentrare la sua potenza militare in altri quadranti del globo, correrebbero a difendere coreani e giapponesi. Fanno finta, talvolta, di fargli credere che non li difenderebbero per indurli a spendere di più nella difesa, ma correrebbero a difenderli.
E come si inserisce, in questo contesto, il dialogo del Vaticano con la Russia, i cui rapporti con gli Stati Uniti sono sempre più tesi? 
Putin non viene al G20, altrimenti avrebbe avuto un ulteriore incontro con Francesco. Il Presidente russo, come noto, è un campione di judo, e gli incontri tra Bergoglio e Putin sono paragonabili a delle esibizioni di judo. Qual’è la regola fondamentale del judo? Sfruttare l’energia dei muscoli dell’altro. Putin e Francesco sono complementari perché il Papa ha bisogno di Putin per andare in Russia; Putin ha bisogno del soft power perché è l’uomo che spaventa di più la Terra e, soprattutto, noi europei. È uno scambio alla pari dove ognuno fa leva sull’energia dell’altro. Tuttavia, in questo momento, non è rilevante ai fini del rapporto con l’America perché Francesco si è arenato. Dopo l’incontro del 2016 con Kyrill a Cuba, sembrava che veramente che, a distanza di due anni, potesse andare in Russia, poiché l’innamoramento che ha avuto Francesco per Putin comincia sulla ‘via di Damasco’, comincia con un G20, con il grande debutto del Papa in politica internazionale: siamo ai primi di settembre del 2013 e c’è il G20 a San Pietroburgo e, mentre Obama ha deciso di farla finita con Assad perché aveva gassificato dei bambini e manda le portaerei che attraversano Suez armate di Tomawack pronti ad abbattere il palazzo presidenziale (oggi sappiamo che questa mossa avrebbe regalato la Siria all’ISIS), Francesco, a sorpresa (lì tutti capiscono che è un Papa fuori dall’Occidente), con indipendenza di agire assolutamente anomala se fosse stato un leader occidentale, si mette di traverso e scrive a Putin pregandolo di intervenire, un affronto colossale ad Obama. Putin, allora, compra una pagina del ‘New York Times’ in cui rende noto agli americani della lettera di Francesco, mettendo in difficoltà Obama che aveva già annunciato i suoi piani. Al G20, si capisce che Francesco è fuori da un rapporto privilegiato con l’America, ma va tranquillo come se l’America non esistesse: che vogliamo di più antimericanismo di così? L’innamoramento verso Putin è andato scemando quando il Presidente russo ha privilegiato l’’essere interno’, ad esempio, in Ucraina.
Un atteggiamento che abbiamo visto anche in altri teatri di crisi, dove il Vaticano ha giocato un ruolo svincolato dall’America. Pensiamo all’Iran.
Siamo nel gennaio 2014 quando c’è il famoso simposio dell’Accademia delle Scienze Sociali, che pesa come un dicastero, ma è un organismo autonomo perché ne fanno parte ebrei, protestanti, cattolici, e che fa degli statement, che, nella forma, non impegnano la Santa Sede, ma nella sostanza sì visto che niente esce da lì che non sia approvato dai vertici vaticani. In quell’occasione, l’Accademia afferma che ‘mai si raggiungerà la stabilità in Medio Oriente se non si coinvolgerà al tavolo la Repubblica Islamica dell’Iran’. Passano dieci mesi e ad ottobre Parolin, dinnanzi ai nunzi del Medio Oriente, ratifica quella posizione e,  quindi, è corretto dire che il Gruppo di contatto che ha portato all’accordo sul nucleare iraniano è 5+2, dove figura anche la Santa Sede. Questo – credo, ma non ne sono troppo convinto – potrebbe essere l’unica cosa, insieme all’ambiente, in cui potrebbe esserci più sintonia con Francesco.
Ecco, sull’ambiente, Francesco vede Biden andare nella giusta direzione?
Che Biden riesca a far passare questo piano contro il cambiamento climatico da 500 miliardi non credo. L’America è troppo spaccata. Questa COP26 conta tantissimo per la Santa Sede, che manda per dieci giorni il Segretario di Stato, il Cardinale Parolin, perché è un’attuazione della ‘Laudato Sì’ di Francesco. Tuttavia, la Santa Sede sa benissimo che Biden non può dire ‘emissioni zero’ perché spaccherebbe ancora di più l’America. Sanno benissimo che il Presidente americano è obbligato ad una politica sociale socialdemocratica, moderatamente progressista. Se la parola ‘socialista’, ai tempi di Giovanni XXIII, era troppo per un Papa, per Bergoglio è troppo poco. Quello del reddito universale di base è un conato comunistico che si dovrebbe raggiungere con la tassazione globale delle multinazionali e dei paradisi fiscali. L’altro assunto bergogliano: la terra di uno Stato è anche dello straniero che ha fame. Parliamoci chiaro: Bergoglio ritiene che, mischiando le razze, si attenuano le differenze di cultura e c’è meno colonizzazione ideologica. Per Francesco, contrario all’imposizione di un modello culturale, Biden è per definizione il portatore di un modello culturale. Negli anni ‘60 del secolo scorso, la Chiesa non metteva in discussione il modello culturale americano. Anzi, il fatto che a guidarlo fosse un cattolico come Kennedy voleva dire battezzarlo e togliergli il copyright ai protestanti. Oggi che sia un cattolico a guidare un modello che la Chiesa non legittima, perché sostiene ‘guai a pensare che una Nazione possa avere una patente di cattolicità maggiore delle altre’, è la rottura del costantinismo e della visione carolingia per cui ci sono dei sovrani che si mettono a disposizione della Chiesa, i quali – è l’idea di Bergoglio – alla fine, anche se non lo dicono, agiranno sempre per il loro interesse nazionale. La domanda poi è: è realistico pensare che il Senato voti il piano di Biden col voto differenziale di Kamala Harris? Sarebbe pensabile per un Presidente che deve ricucire? Faranno una via di mezzo. È una politica riformatrice, mentre questo Papa è un rivoluzionario. Biden farà una politica incisiva di forte riduzione delle emissioni, con tanti soldi, ma per attuare quello che vuole Francesco, bisognerebbe mortificare politicamente tutta l’industria americana del petrolio di scisto. Possono gli Stati Uniti permettersi di rinunciare all’autonomia energetica e di essere ricattati dal Medio Oriente o dalla Russia? E con tutta la spaccatura con cui l’attuale Presidente è uscito dalle elezioni, è in grado Biden di farlo? Anche Kamala Harris, prototipo ideale del meticciato auspicato dal Papa, è andata dal Presidente del Guatemala a dire ‘per favore, non venite’ mentre in ‘Fratelli Tutti’ c’è un invito al Centro America a venire perché stanno migliorando il modo di pensare dell’America. La stessa Kamala Harris, dunque, non ha potuto seguire il Papa fino in fondo tanto è radicale. Ricordiamo i due binari di fondo su cui ci muoviamo: c’è un binario soggettivo, antropologico ed ideologico per cui Biden è ‘America is back’ che è l’America del ‘900; Bergoglio è un Papa del XXI secolo che, solo anagraficamente calato nel ‘900, ma è culturalmente proiettato a prendere in mano il vessillo della sinistra mondiale. Se da una parte c’e la ‘nostalgia’, dall’altra la ‘profezia’. Nella ‘Laudato Sì’, Francesco fa notare come ci siano dei Paesi che ritengono che l’uguaglianza sia mettere tutti allo stesso livello di partenza e poi lasciar vincere il migliore. E questo è il mito americano. ‘Io, invece, ritengo che, anche se contrariamente alle leggi dell’economia, sia necessario tornare indietro a prendere chi non ce la fa’, prosegue Bergoglio, contraddicendo il mito americano. Del resto, quando si propone il reddito universale di base, il superamento delle frontiere e della proprietà – tutti elementi su cui è costruita la modernità- si configura come il ‘Papa della post-modernità’.
E quando Bergoglio vede i respingimenti americani al confine?
Biden dice ‘non venite’ mentre Trump diceva ‘Vi costruiamo il muro’. Biden non può permettersi di seguire Francesco perché ha le elezioni di midterm. Detto questo, ci sarà grande simpatia perché ciascuno dei due rappresenta per gli altri il ‘meno peggio’.
Sulla questione dei vaccini, Biden ha fatto molto. E questo la Santa Sede glielo riconosce. 
Ci mancherebbe altro, ma quello è tutto il G20. In tempi di globalizzazione, o vaccini il mondo intero oppure sono guai. C’è molta solidarietà, ma anche molto interesse nazionale.
Su Venezuela e Corea del Nord, il Vaticano sta provando a giocare un ruolo di mediatore, ma Biden sembra, in questo momento, non prendere ancora di petto questi dossier. Cosa cambierà dopo l’incontro di domani?
Per quanto riguarda il Venezuela, il momento chiave è il gennaio 2019 quando Francesco ha scelto di esaltare Panama – noto scambio tra Nord e Sud America, oltre che la Nazione più meticcia – dove si reca con il suo ‘esercito’, la Giornata Mondiale della Gioventù, pronto ad invadere il Nord, mentre, sempre a Panama, passano, a suon di dollari, i pentacostali pronti ad erodere fedeli nel Sud. Scoppia in quel momento la rivolta di Guaidò. Tutto l’Occidente (sia i Paesi di destra che di sinistra, americani ed europei), in blocco, solidarizza con Guaidò. In nome di cosa? In nome della democrazia liberale rappresentativa, ossia il modello occidentale.   La Chiesa non prende posizione, rimane neutrale perché in Chavez Bergoglio continua a riconoscere dei conati di un socialismo spirituale che esporta in tutto il Sud America energie comunistiche ed egualitarie, su base spiritualistica e non materialistica. Riconosce l’anima del chavismo. Sul Venezuela, in questo senso, Bergoglio somigliava più a Putin o a Xi Jinping o agli ayatollah iraniani che non all’Europa o agli Stati Uniti. L’altro Paese che non prende posizione è l’Italia di Conte, di Di Maio e Salvini mentre oggi il Tevere è ‘larghissimo’ perché il governo Draghi-Giorgetti è il più filo-americano degli ultimi anni e che esordisce con un allineamento totale atlantista.
E questo per Biden è una buona notizia? 
Rispetto al governo che era entrato nelle Vie della Seta e che aveva una politica estera completamente allineata alla Santa Sede, spingendo per un abbraccio verso la Cina, oggi, con Mario Draghi, c’è un‘Italia che è totalmente allineata agli Stati Uniti mentre c’è un Papato che ha consumato un distacco, che ha rotto gli ormeggi. Se pensiamo all’affossamento della Legge Zan, l’ottica quirinalizia non c’entra nulla: il Vaticano è stato rassicurato da Draghi dopo la nota diplomatica. Il Vaticano sapeva di avere un amico a Palazzo Chigi che, però, ha chiesto di non essere ostacolato nel suo allineamento all’Occidente.
E la questione coreana?
La questione coreana è molto diversa da quella venezuelana perché Kim Jong Un è il ‘diavolo’ e, però, se arriva un invito del ‘diavolo’, Bergoglio all’’inferno’ ci va. Questo perché è un ‘inferno’ dove non rischia di scottarsi. La situazione può solo migliorare andando là perché un Papa che arriva liberalizza, dà respiro. Del resto, Kim Jong Un, pur di avere la gratificazione che un Papa va da lui, qualche concessione la farebbe. Non si può chiedere a ‘San Francesco’ di non andare a mettere la mano nella bocca del lupo. Geopoliticamente, nell’affresco francescano di questo pontificato, sarebbe come mettere la mano nella bocca del lupo che ringhia.
E considerato il legame ‘di sangue’ tra Pyongyang e Pechino, sarebbe anche un altro modo per ‘corteggiare’, per ‘abbracciare’ la Cina, il che non guasta per Bergoglio. 
Prenderebbe due piccioni con una fava.
Non è solo l’America a vivere un momento di forte polarizzazione. Anche la Chiesa cattolica americana vive un momento di tensione interna che recentemente è divampata sulla questione dell’aborto e della comunione ai politici favorevoli, in particolare al Presidente Joe Biden e a sua moglie. Tra due settimane, alla sessione autunnale della Conferenza dei vescovi cattolici USA a Baltimora, si discuterà un documento a riguardo. 
La Congregazione per la dottrina della fede si è già pronunciata questa estate. Il Papa ha detto che ‘non è che siamo favorevoli all’aborto, ma non vogliamo che si pensi che la Chiesa pensa solo a quello’. È una scusa molto ecclesialese. L’hanno, di fatto, frenati. È arrivata la lettera del 15 giugno con la quale il Vaticano è stato chiarissimo: ‘sarebbe fuorviante se l’affermazione circa il carattere preminente dell’interruzione di gravidanza desse l’impressione che eutanasia ed aborto da soli costituissero le sole materie morali dell’inquinamento sociale e morale cattolico: e cioè, non si dovrebbe dare la comunione a chi non paga le tasse o erige i muri? È vero che è peccato sostenere l’aborto, ma se non diamo la comunione solo per quello, è come voler dire che mettiamo l’accento solo su quei peccati quando ce ne sono altri’. Roma ha parlato e mi sembrerebbe strano se votassero contro. Il Papa si ritrova come in quelle torture antiche in cui venivi tirato da due vuoi che alla fine ti squartavano: le due locomotrici finanziarie della Chiesa, la Conferenza episcopale tedesca e quella americana, tirano in direzioni opposte, la prima verso sinistra con il sacerdozio alle donne e le unioni omosessuali, la seconda verso destra perché hanno la concorrenza dei pentacostali. Si rischia molto ed è il motivo per cui, nel Sinodo in corso, una parte dei problemi sono stati sollevati e un’altra parte è uscita fuori da solo. Problemi che solo un concilio potrà risolvere, dove molti di cinquemila vescovi provengono da molto lontano e presentano idee molto diverse, la Chiesa rischia di finire dilaniata.
E gli scandali della pedofilia hanno accelerato questo processo?
Sì, lo hanno accelerato e lo hanno reso un po’ impazzito.
Come si spiega la saldatura di parte dei vescovi cattolici USA tra l’essere filo-repubblicani/filo-trumpiani e l’essere anti-bergogliani?
Il Papa sta cercando di introdurre dei vescovi progressisti nell’episcopato americano. Il campione è Blase Cupich è stato fatto da Francesco il Vescovo di Chicago. Teniamo presente che la Conferenza episcopale ha eletto come suo Presidente l’Arcivescovo di Los Angeles, José Horacio Gómez . Bergoglio ha fatto sette concistori da quando è Papa e, durante questi, per la più grande diocesi d’America per estensione, Los Angeles, tutta cattolica per i latinos, non ha mai fatto Cardinale il Vescovo Gómez perché è dell’Opus Dei, è un conservatore moderato e gli ha preferito dei progressisti come Cupich, che non ha mai avuto chance perché non prendeva mai voti in quanto poco amato dai confratelli e lo ha fatto Cardinale a Chicago. Non solo. Lo fa venire a Roma una volta al mese perché lo ha messo nella Congregazione dei Vescovi che è quel collegio di vescovi che fa lo screening dei nuovi vescovi delle città importante che verranno decisi sulla base di una terna mandata dai nunzi dopo un sondaggio nel territorio. La terra viene valutata, prima del Papa, questo collegio di Vescovi a Roma. Hanno messo Cupich in questo perché è colui che deve orientare le nomine dei vescovi americani a sinistra, sebbene ci siano gli anticorpi di rigetto a Cupich che non è molto amato in quanto non rispecchia lo spirito conservatore della maggior parte dei vescovi americani. I vescovi americani hanno rieletto loro Presidente, a maggioranza, Gómez, nonostante Francesco gli abbia rifiutato la berretta cardinalizia per sette concistori. Quindi, quand’anche Cupich dal Collegio dei Vescovi cerchi di far eleggere gente che gli somigli, più di tanto non lo può fare perché c’è il rischio di perdere i fedeli. In altre parole, non si va contro le leggi della fisica. Là ci sono dei vasi comunicanti: la base dei fedeli americani, se vede che la Chiesa va troppo a sinistra, si dirige verso i pentacostali. Ed è la stessa ragione per cui se la Chiesa rimane troppo conservatrice, molti cattolici tedeschi vanno verso i protestanti. Oggi l’appartenenza alle Chiese è aperta, c’è una transumanza e, quindi, più di tanto, il Papa non può permettersi di imporre una dirigenza di sinistra all’episcopato americano. Perché, altrimenti, perde i fedeli. E questo spiega perché Bergoglio non può spingere troppo e aspetta l’incontro con Modi per avere il via libera di andare in India.
E questo spiega perché le dichiarazione di Monsignor Viganò hanno avuto molto seguito in America.
Esatto. Oggi, Viganò, in termini giornalistici, è folclore, ma il problema c’è stato quando è scoppiato il caso McCarrick nel 2018. All’epoca, hanno cercato di attribuire al Papa una copertura che è stato dimostrato essere non vera. Attualmente, però, Viganò ha delle posizioni così eccentriche che non fanno più notizia. Mediante Viganò, si è provato a scatenare uno scisma culturale, una guerra civile religiosa, una rottura tra la Chiesa americana e il Papa. Non è riuscita all’epoca, con il Philadelphia report sulla pedofilia, non è risultata convincente questa idea che il Papa avesse coperto McCarrick e l’innesco di scisma è rientrato.
Il fatto che il Papa abbia sterilizzato la polemica sull’aborto rischia di dare nuova benzina agli anti-bergogliani nell’episcopato americano?
È difficile, in questo momento, trovare un elemento di divisione tra il Papa e i vescovi sull’aborto perché nella storia della Chiesa recente non si ricorda un Papa così drastico, che è arrivato a dire che l’aborto è ‘un killer assoldato per uccidere una vita’. Lo ha detto una settimana fa. Nessuno era arrivato ad essere così diretto. Quindi, come si fa ad accusare Bergoglio di accondiscendenza sull’aborto? Nel 2016, Bergoglio aveva ‘sburocratizzato’ l’aborto: se una fedele confessava l’aborto, il prete non dava l’assoluzione, ma invitava a tornare una settimana dopo perché doveva sentire il vescovo. Questa, agli occhi di Bergoglio, appariva un passaggio burocratico dentro il sacramento che fa del prete, in quel momento, Gesù Cristo per il penitente. Bergoglio ha aumentato le pene. Ci si dovrebbe chiedere perché l’Argentina, che nel 2010 è la prima a votare il matrimonio omosessuale, è poi l’ultima a votare l’aborto? In Occidente, la sequenza dei cosiddetti ‘diritti civili’ parte col divorzio fino ad arrivare all’eutanasia e ai matrimoni gay. In Argentina avviene il contrario perché per Bergoglio l’aborto non è un diritto civile, bensì un’oppressione e soppressione del più debole e nega laicamente la ragion d’essere dello Stato. Il Papa rifiuta l’approccio confessionale all’aborto e dice che l’approccio è soppressione del più debole mentre lo Stato nasce per tutelarlo. Per risolvere il problema dell’aborto clandestino, si finisce per sopprimere il più debole.
Tutto sommato, un Presidente cattolico, come è Biden, può essere più un vantaggio o uno svantaggio per la Santa Sede?
È assolutamente un vantaggio rispetto al Papa più a sinistra di sempre in contrasto con il Presidente americano più a destra di sempre perché questo accentuava ed esasperava una frattura che c’è nel momento in cui è in atto una separazione tra il Vaticano e l’America. Il Vaticano è uscito dalla NATO e dall’Occidente nel momento in cui l’alleanza AUKUS punta i missili sottomarini dal Mar dei Coralli contro la Cina. È migliorato il tono e il clima, ma il tema di fondo della ‘deriva dei Continenti’ e la separazione necessaria dall’America rimangono. E poi c’è quella sottile antipatia che un sudamericano prova nei confronti di un nordamericano puritano.
La cosiddetta lobby ‘Better Church governance group’ continua a lavorare anche con Biden alla Casa Bianca?
Queste sono lobby che lavorano sempre, in tutti i conclavi. Non dimentichiamo che è stato eletto un Papa nonostante la Presidenza Kirchner facesse girare un dossier che accusava Francesco di collusione con i generali argentini. L’ultimo conclave ha dimostrato che ci sono sempre state, ma non sono rilevanti.
Secondo Lei, ha più aspettative Biden da Francesco o viceversa?
Secondo me, è un incontro che non si può non fare e, quindi, le aspettative sono abbastanza ridimensionate. Per questo, credo che, invece, l’incontro con Modi potrebbe riservare più sorprese. L’interesse verso l’Oriente è dato dal fatto che i dati statistici dicono che il cattolicesimo cresce di classe dirigente ad Oriente, ma che, soprattutto, lì cresce il mondo. Quindi, o stai là o vai fuori. Inoltre, il cattolicesimo, che in Asia cresce al pari della popolazione, in Africa cresce addirittura di più della già forte crescita della popolazione. Francesco dà l’Europa per persa e pensa che l’evangelizzazione del Vecchio Continente possa avvenire solo attraverso la demografia e i migranti che vengono dall’Africa subsahariana, a differenza dell’America dove c’è quella religione civile per cui per un Presidente americano sarebbe impensabile iniziare un discorso di insediamento senza invocare Dio. Per questi motivi, quello con Biden si concluderà con nient’altro che una grande dichiarazione sui temi che li uniscono di più che è l’ambiente e i vaccini.
A proposito di ambiente, invece, Cina e Russia sembrano piuttosto riottosi a prendere degli impegni. E questo complica la posizione di Bergoglio? 
Nella ‘Laudato Sì’, il Papa invita l’Occidente a rallentare il progresso perché c’è una parte di mondo che è rimasta indietro, che oggi ha la tecnologia per fare la rincorsa e non vuole le prediche sulle emissioni da parte di chi ha inquinato il Pianeta ed oggi ha una posizione di vantaggio. L’unica soluzione è, secondo il Papa, che chi è andato troppo avanti, si fermi e aspetti gli altri. C’è una forte componente di ‘decrescita’ che l’America non può accettare.
In conclusione, come il Papa guarda al G20 che si aprirà a Roma tra due giorni?
È una vita che i Papi mandano i messaggi al G7-G8-G20. Non si aspetta molto.

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