mercoledì, Settembre 29

Usa: una economia fondata sulla guerra

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Così, il tessuto economico del ‘vecchio continente’ cominciò a ridurre progressivamente lo scarto con quello Usa, sempre più in difficoltà a tenere il passo degli europei. Washington pensò allora di replicare l’esperimento di quasi vent’anni prima, lanciando una campagna militare in Vietnam nella convinzione che il nuovo sforzo bellico, con un’ulteriore pioggia di denaro sulle industrie militari, avrebbe nuovamente funto da stimolo all’economia nazionale. Qualsiasi genere di renitenza a questo riguardo scomparve assieme a John Kennedy, assassinato in circostanze talmente sospette da indurre alcuni inquirenti come il Procuratore Generale di New Orleans Jim Garrison ad ipotizzare l’esistenza di una cospirazione contro il Presidente ordita dall’oligopolio petrolifero, dall’industria militare e dalle alte sfere di esercito e agenzie governative che avevano tutto da perdere dalla politica di disimpegno che Kennedy aveva annunciato.

Il problema è che l’intervento in Vietnam non fece che aggravare le condizioni economico-finanziarie, trasformando gli Usa da polo capitalistico in cerca di mercati di sbocco in Stato parassitario in deficit cronico con il resto del mondo anche perché sprovvisto, a differenza del vecchio Impero Britannico nei due decenni che precedettero il primo conflitto mondiale, di una colonia come l’India in grado di realizzare eccedenze con l’estero sufficienti a ripianare il proprio disavanzo. Gli ormai insostenibili squilibri finanziari – i cosiddetti ‘deficit gemelli’ – indussero il Presidente Richard Nixon a ripudiare, nell’agosto del 1971, gli accordi di Bretton Woods disancorando il dollaro dall’oro e inaugurando l’epoca delle ‘monete fluttuanti’, il cui valore sarebbe stato determinato – come per qualsiasi altra merce – da domanda e offerta sui mercati internazionali. Da quel momento in poi, gli Stati Uniti corrono costantemente il rischio di incappare in una crisi monetaria causata da deflazione da debito estero, per scongiurare il quale sono costretti ad attirare flussi costanti di investimenti esteri al proprio interno. Fondamentale, sotto questo profilo, risulta la centralità del dollaro negli scambi internazionali e il poderoso apparato militare Usa a difendere questa posizione di vantaggio, grazie ai quali Washington riesce ad obbligare il resto del mondo a rifinanziare permanentemente il proprio deficit estero. La capacità di attrarre gli investimenti di cui sono dotati gli Stati Uniti non è quindi dettata soltanto dalla prospettiva dei lauti profitti che assicura agli investitori, ma anche e soprattutto alla capacità di Washington di tutelare gli interessi del capitale proiettando la propria potenza militare su scala globale. Per questa ragione l’economia statunitense è ormai divenuta strettamente dipendente dalla guerra, di cui Washington può servirsi non solo per frenare l’ascesa delle varie potenze regionali che minacciano di intaccare lo strapotere nordamericano, ma anche per assumere il controllo diretto delle fondamentali aree geostrategiche del pianeta.

È con ogni probabilità iEisenhower’s-farewell-warning1n base a considerazioni di questo tenore che nell’aprile 1950, a pochi mesi dalla catastrofica Guerra di Corea, il National Security Council preparò un documento in cui si identificava nel riarmo la chiave di volta per rilanciare l’economia nazionale e rafforzare la leadership Usa, e si suggeriva persino di creare apposite ‘aree di crisi’ per giustificare questa misura. Da allora, il famigerato oligopolio protetto dalla concorrenza straniera meglio noto come “complesso militar-industriale”, preso di mira dal presidente Dwight Eisenhower nel suo discorso di addio del 1961, si è imposto a cuore pulsante della macchina tecnico-produttiva statunitense, attorno alla quale è andata cristallizzandosi un’élite economico-finanziaria e militare portatrice di interessi strettamente connessi alla ‘politica delle cannoniere’ condotta da Washington. Letta sotto quest’ottica, la ‘guerra al terrorismo’ dichiarata da George W. Bush assume un significato molto preciso, così come le innumerevoli campagne militari lanciate da Washington in tutto il globo.

 

 

Lo si evince in maniera lampante leggendo il rapporto di analisi caricato da una potente banca d’investimento come Morgan Stanley sul proprio sito la mattina dell’11 settembre 2001: «che cosa può ridurre drasticamente il deficit delle partite correnti americane, e per questa via eliminare i rischi più significativi per l’economia degli Stati Uniti e per il dollaro? La risposta è un atto di guerra. L’ultima volta in cui gli Usa hanno registrato un surplus delle partite correnti è stato nel 1991, quando il concorso dei Paesi esteri ai costi sostenuti dall’America per la Guerra del Golfo ha contribuito a generare un avanzo di 3,7 milioni di dollari».

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