martedì, Aprile 13

Usa: una economia fondata sulla guerra

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Verso la fine degli anni ’30, l’economia statunitense subiva ancora gli effetti disastrosi della crisi scoppiata nel 1929. Il New Deal varato dal presidente Franklin Delano Roosevelt, nel cui ambito la spesa pubblica crebbe dai 10 miliardi di dollari del 1929 agli oltre 17 nel 1939, non aveva infatti evitato un fragoroso crollo del Pil, che nello stesso periodo si ridusse da 104 a 91 miliardi di dollari, né impedito al tasso di disoccupazione di passare dal 3 al 17%. La situazione cominciò a mutare con lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, dapprima impegnando il sistema industriale Usa a sfornare un numero crescente di armamenti destinati a Gran Bretagna e Francia, e successivamente, con l’ingresso degli Stati Uniti innescato da Pearl Harbor, determinando la trasformazione della macchina produttiva nazionale in una vera e propria economia di guerra. Alle aziende storicamente ancorate al settore bellico si unirono imprese civili come la General Motors, le quali si videro costrette ad inserire sempre più lavoratori nelle catene di montaggio per soddisfare l’insaziabile domanda di navi da guerra e missili di Washington. Il che consentì al governo di conseguire il molteplice risultato di stimolare la ripresa industriale (che aumentò del 50%), far crescere il Pil (che raddoppiò), imprimere una forte spinta occupazionale al sistema economico (il tasso di disoccupazione crollò nell’arco di pochi mesi) e di acquisire un’invidiabile potenza militare.

L’aumento della spesa pubblica per sostenere il riarmo riuscì quindi a trainare la crescita economica del Paese, anche perché generalmente i fondi stanziati a favore della difesa tendono a tradursi in finanziamenti per ricerca e sviluppo nei campi strategici dell’alta tecnologia, che ricadono a pioggia su tutto il comparto produttivo. Riflettendo su questo tema, l’economista Tyler Cowen ha scritto sulle pagine del ‘New York Times’ che: «anche se può sembrare contro-intuitivo, il mantenimento di un clima di pace generalizzata può rendere meno urgente, e quindi meno probabile, il raggiungimento di alti tassi  di crescita economica. Il che non significa che la guerra migliora l’andamento dell’economia, perché naturalmente il conflitto genera morte e distruzione. L’argomento è anche diverso dalla tesi keynesiana secondo cui la preparazione della guerra fa aumentare la spesa pubblica e mette le persone al lavoro. Piuttosto, la possibilità stessa di una guerra aumenta il livello di attenzione dei governi, spingendoli ad agire correttamente riguardo ad alcune decisioni fondamentali – come investire nella scienza o semplicemente liberalizzare l’economia. A livello delle singole nazioni, questa attenzione finisce per migliorare le prospettive a più lungo termine […]. Può apparire ripugnante la ricerca un aspetto positivo della guerra,  ma uno sguardo alla storia americana suggerisce che non possiamo respingere  l’idea così facilmente. Innovazioni fondamentali come l’energia nucleare, il computer e l’aviazione moderna sono state tutte spinte da un governo americano desideroso di sconfiggere le potenze dell’Asse o, più tardi, di vincere la Guerra Fredda. Internet è stato inizialmente progettato per aiutare questo Paese a reggere un eventuale conflitto nucleare, e la Silicon Valley deve le sue origini alle forniture militari, non alle start-up imprenditoriali di oggi. Il lancio sovietico del satellite Sputnik ha stimolato l’interesse americano nel campo della scienza e della tecnologia, a beneficio della conseguente crescita economica […]. La guerra determina automaticamente un clima di urgenza che porta il sistema-Paese ad ottenere risultati in tempi molto ristretti. Il ‘progetto Manhattan’, ad esempio, ha richiesto appena sei anni per produrre una bomba atomica funzionale, partendo praticamente dal niente, e al suo apice ha consumato lo 0,4% della produzione economica americana. In questi giorni è difficile immaginare un risultato rapido e decisivo comparabile a quello […]. Il vivere in un mondo pacifico caratterizzato da una crescita del PIL del 2% annuo porta con sé alcuni grandi vantaggi che non si ottengono con una crescita del 4% e molti più morti in guerra. La vera domanda è se possiamo fare di meglio, e se la recente diffusione della pace è una semplice bolla temporanea che aspetta solo di essere fatta scoppiare». Per rispondere a questa domanda è bene prestare attenzione al susseguirsi degli eventi a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale.

L’abnorme sviluppo del settore manifatturiero Usa verificatosi tra il 1941 e il 1945 aveva quasi azzerato la disoccupazione, ma aveva anche beneficiato dell’ineguaglia­bile stimolo economico rappresentato dalla guerra, il cui termine portò i dirigenti statunitensi a ritenere che il limitato mercato interno non avrebbe mai potuto assorbire le merci sfornate dall’enorme apparato produttivo statunitense. Secondo alcune stime, il calo della domanda internazionale dovuto alla fine della guerra avrebbe nuovamente ingrossato le fila dei disoccupati di oltre 7 milioni di persone, ed anche la bilancia dei pagamenti avrebbe subito forti contraccolpi. Il Piano Marshall consentì di risolvere questi problemi, facendo ricadere sugli Stati Uniti il compito di rimettere in sesto il sistema capitalistico mondiale. In conformità ai princìpi stabiliti dal piano, gli Usa cominciarono ad offrire crediti e a garantire, grazie al controllo esercitato dalle loro imprese, materie prime dai prezzi espressi in dollari. Con i crediti ottenuti, i Paesi europei avrebbero acquistato macchinari e derrate alimentari. Questa semplice strategia coniugava di fatto gli interessi delle società finanziarie, delle multinazionali della energia e delle imprese manifatturiere che ambivano ad effettuare investimenti diretti in Europa. Così, il deflusso di denaro dagli Usa tramite crediti ed investimenti diretti rientrava sotto forma di pagamento dei prodotti fabbricati negli Stati Uniti (macchinari e derrate) o delle proprietà di società Usa (petrolio ed altre multinazionali). A Washington pensarono di aver ottenuto la quadratura del cerchio, in quanto tale sistema non solo consentiva alle multinazionali statunitensi di penetrare efficacemente in nuovi mercati, ma, attraverso l’erogazione di crediti espressi in dollari, permetteva ai Paesi europei di ottenere materie prime e petrolio senza costringerli a ricavarsi nuove colonie.

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