mercoledì, Ottobre 20

USA: un partito di Trump? Non è detto Se, da una parte, il Partito repubblicano appare fortemente dipendente dalla figura di Trump, dall’altra è vero anche il contrario

0

La possibilità apparentemente ventilata da Donald Trump di dare vita a un nuovo partito (‘Patriot Party’) ha agitato ulteriormente le acque turbolente della politica statunitense. Secondo il ‘Wall Street Journal (che per primo ha diffuso la notizia, attribuendola a fonti vicine all’ex Presidente), dietro questa scelta vi sarebbero gli screzi con vari esponenti repubblicani in seguito alle critiche mosse da questi alla Casa Bianca dopo le violenze del 6 gennaio. Se confermata, la notizia sarebbe un ulteriore indice sia di quanto tesi sono i rapporti all’interno del Grand Old Party, sia della forza che Donald Trump è convinto di avere in un partito al quale ha comunque dato – negli anni della presidenza – un’impronta forte. Ovviamente è presto per capire se e quanto l’ipotetica ‘terza forza’ potrà farsi spazio nel sistema sostanzialmente bipartitico degli Stati Uniti (nelle elezioni di novembre, i candidati ‘altri’ hanno raccolto appena l’1,8% del voto popolare, per la maggior parte a favore del candidato libertarian Jo Jorgensen); è tuttavia chiaro come questa possibilità sia guardata con preoccupazione da molte parti.

In passato non sono mancati i tentativi di dare vita a partiti ‘terzi’, come il Progressive Party, fondato da Theodore Roosevelt dopo la sconfitta nella corsa alla nomination repubblicana del 1912. Proprio nelle elezioni del 1912, Roosevelt, pur battuto dal candidato democratico, Thomas Woodrow Wilson, sarebbe riuscito a superare quello repubblicano, il Presidente uscente William Taft. Si tratta, tuttavia, dell’unico caso nella storia politica degli Stati Uniti in cui un candidato terzo sia riuscito a superare quello di uno dei due partiti maggiori. Più frequente è il caso di figure singole che si propongono come alternative a un bipartitismo giudicato logoro e non sufficientemente rappresentativo: fra queste, in tempi recenti, il governatore democratico dell’Alabama George Wallace nelle elezioni presidenziali del 1968 (sotto l’ombrello dell’American Independent Party, fondato l’anno prima da Bill e Eileen Shearer) o il miliardario Ross Perot in quelle del 1992 e del 1996, queste ultime sotto l’ombrello del Reform Party, da lui stesso fondato e per la cui nomination, nel 2000, avrebbe corso anche Donald Trump.

I risultati di Wallace e Perot sono stati limitati. Wallace, nel 1968, ha raccolto il 13,5% del voto popolare contro il 43,4% del repubblicano Richard Nixon e il 42,7% del democratico Hubert Humphrey, mentre il miglior risultato di Perot è stato il 18,9% raccolto nel 1992 a fronte del 43,0% di Bill Clinton e del 37,4% del Presidente uscente George H.W. Bush. All’epoca del voto (così come quattro anni dopo, quando all’8,4% di consensi raccolti da Perot è stata imputata la sconfitta di Bob Dole), diversi esponenti repubblicani sono stati concordi nell’attribuire all’azione ‘ di disturbo’ svolta da Perot la sconfitta del proprio candidato e, anche se un’analisi più approfondita ha messo in discussione questa interpretazione, l’annuncio della possibile ‘secessione’ di Trump ha riacceso in molti il timore del ripetersi di un simile scenario. Fra l’altro, a differenza di Perot, Trump appare in grado di muovere, oggi, un volume significativo di voti chiaramenteGOP, mentre all’interno del partito, nonostante le ambizioni di molti ‘papabili’, nessuno sembra in grado di proporsi come un punto di aggregazione alternativo.

Non a caso, figure ritenute vicine a Donald Trump come il senatore del South Carolina Lindsey Graham hanno auspicato, per l’ex Presidente, un futuro dentro il partito, mentre altre (fra cui il senatore del Kentucky Rand Paulhanno sostenuto che un voto di condanna nella procedura di impeachment avviata dalla Camera dei rappresentanti il 13 gennaio ‘distruggerebbe’ il GOP portando a una massiccia fuga di eletti e di elettori. Occorre, però, considerare anche come, al di là delle disponibilità finanziare di Trump e del seguito che ha dentro al partito e fra il suo elettorato, non sia facile data la normativa in vigore e i crescenti costi della politica dare vita a una terza forza dotata di un vero potere condizionante su piano nazionale. Se quindi, da una parte, il Partito repubblicano appare fortemente dipendente dalla figura di Trump, dall’altra è vero anche il contrario. Tutto ciò mentre il partito stesso sembra ancora fare fatica a elaborare gli esiti del voto di novembre e adattarsi al fatto che per i prossimi due anni dovrà gestire il non facile ruolo di opposizione minoritaria in entrambe le camere del Congresso.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->