martedì, Maggio 18

USA – UE: un’alleanza non proprio Santa Dopo la tre giorni di Blinken e l'intervento in Consiglio europeo di Biden, l'Europa si allea con gli USA nel piano per una politica comune nei riguardi della Cina. Atlantic Council a inizio settimana aveva presentato lo studio di un progetto per la cooperazione transatlantica che pare essere molto aderente a quanto Bruxelles e Washington stanno costruendo

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Prima la tre giorni del Segretario di Stato Tony Blinken a Bruxelles, in quella che ‘Reuters‘ definisce come una «’offensiva di fascinoper riconquistare il sostegno degli alleati messi da parte durante quattro anni difficili sotto il predecessore repubblicano del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden, Donald Trump». Poi, ieri, Joe Biden è intervenuto al Consiglio europeo.

Blinken aveva detto chiaramente «Sono venuto qui con un obiettivo particolare in mente, ed era quello di chiarire la determinazione degli Stati Uniti a rivitalizzare le nostre alleanze e partnership». Alleanza in primo luogo contro la Cina. E infatti, Blinken, al termine delle sue giornate brussellesi, ha ottenuto il sostegno dell’Unione europea per un piano degli Stati Uniti per affrontare insieme il potere cinese. E subito la ‘prova d’amore’ di Bruxelles: i Ventisette il 22 marzo hanno deciso di applicare le sanzioni per violazione dei i diritti umani. Ad essere colpiti sono stati quattro funzionari e una entità cinesi per abusi contro la comunità uigura. Una decisione concertata con l’Amministrazione Biden che in settimana aveva assunto medesima decisione sanzionatoria.

Biden poi, in sede di Consiglio, ha sostenuto come Usa e Ue debbano essere uniti e insieme fronteggiare i regimi autoritari, nella difesa dei diritti umani e della cyber sicurezza. Chiaro riferimento alla Cina. E poche ore prima, nella prima conferenza stampa da quando è alla Casa Bianca, aveva chiarito la sua linea. «Non vogliamo conflitto ma concorrenza leale», «Non cerchiamo il conflitto con la Cina anche se sappiamo che ci sarà serrata competizione, per la quale insistiamo che la Cina giochi secondo le regole internazionali, secondo la concorrenza leale». Lascia aperta la porta del negoziato con Xi Jinping, «a patto che giochi secondo le regole».

All’Europa, il Presidente USA ha assicurato di essere intenzionato a ristabilire un rapporto economico e commerciale «organico» con l’Unione europea, secondo alcuni osservatori addirittura dando la priorità alla UE rispetto al Regno Unito, e ha garantito collaborazione per quanto riguarda i vaccini -le dosi in eccesso degli USA e forse interventi sulle case produttrici a sostegno delle forniture dirette ai 27.

Insomma, al termine di questa settimana ‘americana’, Bruxelles parrebbe decisa: alleanza con gli USA, contro la Cina e però anche contro la Russia, in cambio di una ‘protezione’ economica e sanitaria. Le scappatelle cinesi sono archiviate. A provare a difendere la ‘sovranità europea’ è intervenuta Angela Merkel, che, come riferisce ‘Politico‘, nel corso della conferenza stampa a chiusura del Consiglio, alla domanda se stretti legami con gli Stati Uniti possano minacciare gli interessi economici tedeschi in Cina, Merkel ha sottolineato il suo desiderio che l’UE sia percepita come un attore indipendente e sovrano che forma la propria politica cinese. «Non si tratta solo di interessi economici, ma anche di essere all’altezza di quella che chiamiamo anche sovranità europea», ha detto. «Ciò significa che abbiamo una base di valori comune con gli Stati Uniti d’America, ovviamente, che è del tutto indiscusso e chiaro, ma abbiamo anche i nostri interessi dall’altra parte».

All’inizio di questa settimana transatlantica, Atlantic Council, uno tra i massimi think tank di Washington in fatto di leadership americana e politica estera, ha pubblicato ‘The China plan: A transatlantic blueprint for strategic competition, uno studio, frutto di un lavoro durato un anno, di molti esperti di Stati Uniti, Europa, Asia, sulla minaccia cinese agli interessi transatlantici.

Lo studio, «identifica aree di convergenza, divergenza e asimmetria negli atteggiamenti transatlantici nei confronti della Cina, sostenendo con forza che una risposta transatlantica è urgente e necessaria per impedire alla Cina di rifare l’ordine basato su regole a suo esclusivo vantaggio. Si conclude con dieci passaggi raccomandati per ridurre al minimo le divergenze come mezzo per costruire un progetto transatlantico coordinato per confrontarsi, competere e, ove possibile, cooperare con la Cina». Il rapporto esprime la ferma convinzione che in questo momento storico ci siano tutte le condizioni per un collaborazione che diventi progetto comune tra le Nazioni transatlantiche nel loro rapporto difficile con la Cina,

Lo studio di Atlantic Council individua tre principali tendenze in via di sviluppo che insieme forniscono «sia un’opportunità che un requisito per le Nazioni transatlantiche per compiere uno sforzo concertato per promuovere e proteggere i propri interessi difronte a un ampio spettro di politiche cinesi assertive. La maggiore assertività della Cina nelle sue relazioni internazionali,combinata con il consenso bipartisan negli Stati Uniti sulla minaccia che la Cina rappresenta e il crescente malcontento per il comportamento dannoso cinese in Europa, creano un ambiente maturo per una più stretta collaborazione tra le Nazioni transatlantiche».

La prima tendenza è che «la Cina di Xi è diventata più autoritaria, rivolta all’esterno e risoluta nel promuovere i suoi interessi».

«Con il Presidente Xi Jinping, il Partito Comunista Cinese (PCC) ha assunto una posizione più dominante nella governance in Cina, l’economia è diventata più guidata dallo Stato e i valori liberali occidentali sono stati esplicitamente rinnegati. Altresì, Pechino ha assunto un approccio esteriore più assertivo, a volte aggressivamente coercitivo. La forza economica garantisce a Pechino una solida piattaforma su cui basare le sue azioni internazionali. «Ma al di là dell’economia e del commercio, le insicurezze interne del PCC sono ora proiettate verso l’esterno, sotto forma di rafforzamento della leadership delle Nazioni autocratiche esportando tecnologie di sorveglianza e controllo, infiltrandosi nelle strutture di leadership delle organizzazioni internazionali con rappresentanti di Stato-partito, tentando di controllare il discorso pubblico all’interno dei Paesi democratici dove di mezzo ci sono gli interessi cinesi, o allineando la Cina più vicino alla Russia, all’Iran e ad altri potenti Paesi non democratici. Le accresciute minacce militari a Taiwan, India, Giappone, Vietnam e praticamente a tutti i pretendenti rivali nelle controversie territoriali marittime cinesi, sono un altro aspetto di questo cambiamento nella politica. Di conseguenza, il rischio di un conflitto aperto in Asia che coinvolge la Cina è aumentato durante lo scorso anno».

La seconda tendenza è che negli Stati Uniti «ora esiste un accordo bipartisan sul fatto che il modo migliore per trattare con la Cina è affrontarla in modo unitario con i partner globali. Un recente sondaggio del Pew Research Center ha rilevato che il 73% degli americani ha espresso una visione sfavorevole della Cina. L’Amministrazione Trump ha perseguito sforzi unilaterali irregolari per sfidare la Cina fino alla fine del suo mandato, lasciando molti partner europei alienati e riluttanti a perseguire azioni unitarie di concerto con Washington. Il Presidente Biden ha indicato che sfiderà la Cina in modo simile all’Amministrazione Trump, ma con uno stile e un’enfasi diversi. Biden ha detto che si concentrerà sulle regole internazionali della strada e sarà estremamente competitivo, ma cercherà di evitare conflitti» disponibile alla collaborazione con la Cina «quando è negli interessi degli Stati Uniti e degli alleati. Il coordinamento delle politiche con alleati e partner è un fulcro dell’agenda di politica estera di Biden».

La terza tendenza è che «i leader europei sono diventati più scettici nei confronti della Cina». Il che fa ritenere che sia aperta la strada per «una cooperazione transatlantica rafforzata» sulla linea del contrasto all’assertività cinese.

«Molti leader europei hanno recentemente invertito la rotta e si stanno preoccupando per le politiche cinesi, emettendo osservazioni critiche senza precedenti, tra cui un appello per una maggiore unità tra le Nazioni democratiche per gestire una Cina in ascesa. L’Alto Rappresentante dell’Unione Europea (UE) Josep Borrell ritiene che “l’Occidente è stato ingenuo riguardo alla Cina“, mentre il Segretario generale della NATO Jens Stoltenberg ha dichiarato: “In un mondo di maggiore concorrenza globale, dove vediamo la Cina avvicinarsi a noi dal Dall’Artico al cyber-spazio, la NATO ha bisogno di un approccio più globale“. Numerosi leader nazionali e dell’UE hanno espresso preoccupazioni simili.
La Francia e il Regno Unito in particolare hanno espresso la loro forte opposizione alle violazioni dei diritti umani da parte della Cina e ai tentativi di limitare la libertà di navigazione. La Germania è stata meno energica, ma ha costantemente offerto un porto sicuro ai dissidenti cinesi. La Svezia è andata oltre nei suoi sforzi per frenare le influenze autoritarie ponendo fine a tutti gli istituti Confucio e ai programmi di partenariato urbano. Alcuni Paesi che avevano precedentemente aderito ai 17 + 1 della Cina», la Cooperation between China and Central and Eastern European Countries, «come la Lituania e la Repubblica Ceca, hanno recentemente intensificato i loro contatti con Taiwan, indicando un indebolimento di quel quadro. Diverse Nazioni europee si stanno ritirando dall’utilizzo dell’infrastruttura di comunicazione 5G di Huawei. D’altro canto, molti Paesi europei mantengono ancora forti legami con la Cina e alcuni, come la Grecia e l’Ungheria, hanno bloccato le dichiarazioni dell’UE che condannano la situazione dei diritti umani della Cina». In generale, tuttavia, afferma il rapporto «le Nazioni europee saranno propense a cooperare con l’Amministrazione Biden. Nel dicembre 2020 l’UE e la Cina hanno concluso in linea di principio l’accordo globale UE-Cina sugli investimenti (CAI), concepito per uniformare le condizioni di investimento». La Cina potrebbe ritenere che questo accordo mini la costruzione per un approccio transatlantico globale nei suoi confronti. «L’UE deve ora dimostrare che la Cina ha torto. Questo modesto accordo non dovrebbe essere la scusa per il passo indietro dell’Europa sulla cooperazione transatlantica».

Lo studio dell’Atlantic Council fornisce un «modello per l’Amministrazione Biden» impegnata ad aggregare i partner europei e asiatici per rivolgersi alla Cina. Si tratta di un progetto per la cooperazione transatlantica in otto punti.

«1° Creare un nuovo meccanismo di coordinamento transatlantico sulla Cina.

Sviluppare un’immagine comune dell’intelligence transatlantica delle intenzioni strategiche cinesi.

Progettare obiettivi transatlantici comuni per affrontare la Cina.

4° Sulla base di questi obiettivi, costruire un approccio strategico transatlantico comune alla Cina che combini rivalità, competizione e cooperazione.

5° Progettare iniziative specifiche in aree di convergenza transatlantica per contrastare il comportamento aggressivo cinese.

Gestire gli approcci alla Cina in aree di divergenza e asimmetria transatlantica, riducendo le differenze laddove possibile.

Cooperare con la Cina in aree di interesse comune globale verificando la conformità cinese.

Coordinare ogni fase con i partner in Asia».

Gli estensori del progetto hanno ben chiare le difficoltà e gli ostacoli, che identificano in ‘aree di divergenza‘, aree in cui gli interessi transatlantici possono divergere degli interessi europei, unitamente a ‘aree di convergenza‘ degli interessi transatlantici, aree in cui esistono interessi asimmetrici. «Identificando le aree di divergenza, è possibile evitare controversie transatlantiche e si possono ancora progettare iniziative. Comprendendo le aree di interesse asimmetrico, le priorità possono essere meglio comprese e gestite».

«Le aree di maggiore potenziale convergenza transatlantica riguardano principalmente i valori: le pratiche cinesi in materia di diritti umani, la concorrenza globale sui mezzi di governo, le pratiche diplomatiche coercitive della Cina e le operazioni di influenza della Cina in tutto il mondo. Queste questioni vanno al cuore di ciò che rappresentano le Nazioni transatlantiche. In queste aree, dovrebbero esserci ampie potenzialità e opportunità per i partner transatlantici di progettare approcci comuni per proteggere le istituzioni democratiche e i diritti umani. La Cina è in grado di intimidire molte Nazioni transatlantiche, impedendo loro di agire da sole su questi valori o addirittura di parlare. Solo con un approccio transatlantico più concertato e unificato le sanzioni o la vergogna possono avere un impatto sul comportamento cinese».

«Le aree di minore convergenza, includono le pratiche economiche della Cina e i suoi sforzi per dominare le nuove tecnologie e fissare standard tecnologici internazionali. La divergenza tra i partner transatlantici qui era dovuta inizialmente al fatto che molte Nazioni avevano registrato benefici immediati dai loro legami economici e tecnologici con la Cina, ignorando i rischi a lungo termine e meno evidenti. Divergenze sono emerse nella gestione della questione Huawei 5G ed è dimostrata anche dal fatto che sia gli Stati Uniti che l’UE hanno negoziato separatamente patti commerciali e di investimento con la Cina. Ciononostante, dall’inizio della pandemia COVID-19, la Cina ha esagerato in un numero sufficiente di casi, per tanto i partner transatlantici stanno trovando sempre più un terreno comune anche su queste questioni. Un punto di partenza è contrastare i sussidi cinesi, gli investimenti in cerca di leva finanziaria, le dipendenze dall’offerta, lo spionaggio informatico».

Gli interessi transatlantici asimmetrici sono individuati nel settore delle sfide militari e di sicurezza. «Esiste un accordo generale sulle grandi sfide presentate dall’ascesa militare cinese, ma la geografia in molti casi crea priorità e responsabilità diverse. Gli Stati Uniti sono una potenza del Pacifico e dell’Atlantico con impegni formali per difendere diverse Nazioni asiatiche e obblighi informali per proteggere la sicurezza degli altri nella regione. Hanno capacità militari sufficienti per scoraggiare e sfidare la Cina e, se necessario, difendere i suoi interessi nell’Indo-Pacifico. Con la possibile eccezione della Francia, l’Europa non ha né impegni di sicurezza simili né capacità militari per contrastare la Cina. Le sue priorità in materia di sicurezza generalmente non sono in Asia. Le priorità degli Stati Uniti in Asia stanno aumentando mentre la Cina emerge come una grande potenza globale. Tuttavia, le conseguenze sulla sicurezza per l’Europa di un conflitto militare sino-americano sono molto più gravi di quanto generalmente si pensi. Con le forze statunitensi impegnate in Asia, meno capacità statunitensi disponibili sarebbero dedicate alla sicurezza europea, il commercio europeo con la Cina verrebbe seriamente compromesso se non completamente interrotto, si verificherebbero attacchi globali ai sistemi informatici e spaziali e l’articolo 5 della NATO sulla difesa collettiva potrebbe essere innescato. L’Europa deve rafforzare il suo ruolo nella deterrenza del conflitto in Asia e portare un carico militare maggiore per scoraggiare la Russia in Europa se gli Stati Uniti avessero bisogno di dirottare più forze in Asia. Esiste una convergenza transatlantica significativa rispetto all’impatto della penetrazione strategica cinese nell’Europa e nelle vicinanze, ma finora nelle capitali europee c’è un consenso limitato su come rispondere».

Il rapporto di Atlantic Council sottolinea come la velocità sia importante nello sviluppo di una strategia transatlantica consolidata. E si dice convinto che «i partner democratici degli Stati Uniti vogliono fermare le attività maligne della Cina senza iniziare un’altra guerra fredda o interrompere tutti i legami con la Cina. Sono sempre più pronti a unire le forze per definire e difendere meglio i loro interessi comuni con gli Stati Uniti. Il successo, tuttavia, richiede di lavorare in uno spirito di collaborazione che non è dettato unilateralmente da Washington». Una collaborazione senza la pretesa di gestione unilaterale da parte di Washington è probabilmente quella che dopo il Consiglio europeo partecipato da Biden di ieri si tenterà di costruire, sulla falsa riga del progetto suggerito da Atlantic Council. Uno spazio dove vengono sapientemente mixati interessi convergenti, divergenti, asimmetrici. Un’Alleanza non proprio Santa. 

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