sabato, Maggio 8

Usa-Ue, ecco il Ttip Tutti i problemi di questa partnership ancora avvolta nel mistero. La parola agli esperti

0

ttip

Cos’è il Ttip? Uno dei più grandi accordi, a sfondo commerciale, tra l’Europa e gli Stati Uniti. Una grande, anzi vastissima area di libero scambio in linea diretta con la Grande potenza d’oltreoceano. Il Transatlantic Trade and Investment Partnership «è un accordo commerciale che è attualmente in fase di negoziazione tra l’Unione europea e gli Stati Uniti. Mira a rimuovere le barriere commerciali in una vasta gamma di settori economici per rendere più facile comprare e vendere beni e servizi tra l’UE e gli USA. (…) Si vogliono eliminare gli ostacoli dietro il confine doganale – come le differenze di regolamenti tecnici, le norme e le procedure di approvazione. Questi costano tempo inutile e denaro per le aziende che vogliono vendere i loro prodotti su entrambi i mercati. Ad esempio, quando una macchina è approvata sicura nell’Unione europea, deve subire una nuova procedura di approvazione negli Stati Uniti, anche se le norme di sicurezza sono simili». Questo si legge sul sito della Commissione europea.

I negoziati per il Partenariato sono iniziati a luglio 2013, e ben pochi sanno con esattezza i contenuti di questo accordo, anche perché vige una certa segretezza, fondamentalmente  manca un accordo scritto da cui partire. Uno dei problemi è armonizzare i regolamenti interni tra Stati Uniti e Europa, al fine di creare un mercato unico per merci, investimenti e servizi attraverso l’abolizione dei dazi e l’uniformazione di leggi e regolamenti internazionali. Sul tavolo ci sono argomenti come «l’accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, gli appalti pubblici, gli investimenti materiali, l’energia e le materie prime, le materie regolamentari, le misure sanitarie e fitosanitarie, i servizi, i diritti di proprietà intellettuale, lo sviluppo sostenibile, le piccole e medie imprese, la composizione delle controversie, la concorrenza la facilitazione degli scambi, le imprese di proprietà statale».

L’uniformazione di regole e controlli potrebbe essere un’arma a doppio taglio. Facilitare da un lato, e penalizzare dall’altro, come nel caso del settore agroalimentare. Il secondo punto in questione è la clausola ISDS, che prevede che se norme, standard e regolamenti nazionali o europei vigenti andassero a contrastare gli interessi degli investimenti delle imprese, i singoli Stati Nazionali dovrebbero affrontare corti di arbitrato e pagare multe salatissime. L’ISDS, infatti, rappresenta un insieme di regole volte a legiferare sui conflitti tra Stato e imprese, permettendo a queste ultime di scavalcare le giurisdizioni nazionali, rivolgendosi ai tribunali internazionali. Messa così risulta parecchio sibillina e preda di facili interpretazioni.

“Sono temi molto grandi, i contenuti esatti non sono noti completamente, quindi si ignora gran parte dei dettagli. La prima cosa, è che il Ttip è visto come momento di rilancio e arrivo di un processo trentennale di coordinamento delle economia occidentali dell’Europa con quelle degli Stati Uniti”. Questo l’approccio di Pierangelo Isernia, professore di Scienza Politica all’Università di Siena, e responsabile del progetto Transworld . L’accordo ha avuto un valore simbolico proprio perché è arrivato alla fine di un processo di vari decenni, durante i quali gli Stati Uniti e l’ Europa si sono avvicinati – spiega IserniaPerò “questa convergenza ha i suoi problemi. E’ come se uno dei due partner, che ha problemi di crescita, si volesse impegnare in una gara con un altro collega che non ha questi problemi o li ha già risolti. Quando parlo di problemi di crescita, mi riferisco al fatto che le nostre economie (l’area euro) stanno attraversando un processo di transizione di cui non conosciamo l’esito”. Ratificare un trattato di tale proporzione richiede attente valutazioni, anche perché oltre agli aspetti citati potrebbe mettere in discussione anche il ruolo stesso dell’Europa.

“Dal punto di vista ufficiale non è così. L’Europa potrebbe rafforzarsi se riuscisse a ritagliare per i propri prodotti uno spazio ancora maggiore in un mercato come quello americano. I vantaggi del Partenariato transatlantico per l’Europa esistono in alcuni settori. La risposta ufficiosa, personale, è un po’ dubbiosa per una serie di motivi – come afferma Andrea Renda, docente alla Luiss di Analisi economica del Diritto e Diritto alla Concorrenza, direttore del Global Outlook dello IAI. “La coesione sul Trattato da parte degli Usa è sicuramente maggiore rispetto a quella del Commissario Karel De Gucht (commissario uscente) che è un personaggio assolutamente sconosciuto ai più. Inoltre la storia dei negoziati di commercio internazionale degli ultimi anni dell’Unione Europea è una storia di fallimenti dovuti ai veti incrociati dei vari Paesi: non siamo riusciti a concludere il negoziato con i Pesi del Golfo, non siamo riusciti a concludere i negoziati con il Mercosur. La maggiore forza economica pone gli Stati Uniti in vantaggio nel negoziato, perché l’Europa è sofferente. Renda ha aggiunto che “il partenariato è parte di una strategia statunitense non europea. La strategia è stata messa in campo da Obama nel 2009. Creare due corridoi privilegiati, uno a Oriente e uno a Occidente, in cui lanciare due partenariati. Uno transpacifico e uno transatlantico, per rinverdire la posizione degli Usa all’interno del commercio globale. Strategia che non è andata in porto fino in fondo, perché il TPP (partenariato transpacifico) doveva essere completato entro la fine del 2013 e ancora non è finito, e il Ttip che sembrava molto semplice, inizialmente, si sta complicando non poco”.

Alcuni economisti, tra cui il Premio Nobel Joseph Stiglitz, hanno espresso il loro scetticismo sugli effetti che il Ttip potrebbe avere, parlando anche di ulteriore recessione, non penso che rischiamo la recessione, semmai rischiamo l’indifferenza”, sottolinea Renda. A fronte di un’informazione frastagliata e intermittente, c’è chi, come il movimento “Stop Ttip” ha ben chiare le ragioni, secondo cui, il Trattato Transatlantico non deve essere ratificato, in nessun modo. “Il punto sono le famose barriere, non economiche, ma quelle normative, relative agli standard che sono diversi tra gli Usa e l’Europa”. Questa la posizione di Claudio Giambelli del comitato di Roma del movimento contro il Ttip. “Ci sono situazione alterne – continua –in alcuni casi le normative sono più garantiste negli Stati Uniti e per altri in  Europa. Quello che si vuole ottenere è la riduzione al minimo di queste barriere non tariffarie. Soprattutto l’omogeneità. In questo gioco al ribasso chi ci va di mezzo sono le popolazioni, le istituzioni locali. Stiamo parlando della capacità di decisione della democrazia sia a livello generale sia locale. Queste normative riguardano tutti gli aspetti legati ai diritti dei cittadini, alle tutele dell’ambiente e dei lavoratori. Nelle intenzioni di questo trattato dovrebbero essere ridotte ai minimi termini e rese comuni e uguali per creare questo enorme mercato”. Giambelli, inoltre, sottolinea che “ uno degli aspetti, considerato grave anche dalla Germania, è quello del diritto degli investitori transnazionali di citare in giudizio, in un tribunale arbitrale privato (non soggetto a nessun controllo pubblico) i Governi o le autorità che prendessero delle decisioni politiche che potrebbero andare contro le società d’investimenti stesse, creando delle perdite, ma non solo quelle reali e concrete ma anche quelle potenziali”.

 La distanza che esiste tra i due blocchi è evidente soprattutto nella composizione del tessuto economico, ad esempio un paese come l’Italia ha un’economia industriale basata sulle PMI, che vivono di regole differenti rispetto alle multinazionali. In questo caso l’armonizzazione delle regole potrebbe risultare rischiosa. “Si dà per scontato che il settore del business (economico) sia tutto dietro il Ttip. I nostri dati ci indicano, invece, che sia in Europa che negli Usa ci sono forti resistenze al Ttip come è adesso immaginato. L’affermazione che spesso la Commissione fa, che il mondo economico è fortemente dietro al Ttip è un’affermazione che non è esatta. Il mondo economico è diviso, tra PMI presumibilmente meno aperte alle esportazioni, e grandi imprese già più internazionalizzate e globalizzate. In paesi come la Francia, l’Italia e la Germania questo è un problema politico di prima grandezza”. Elemento da non sottovalutare, giustamente, secondo la visione del prof. Isernia.

Inoltre “ci sono alcuni rischi specifici: uno è quello dell’agroalimentare, un altro è quello della protezione dei dati personali che per gli Usa è un diritto negoziabile mentre per noi è un diritto fondamentale – spiega Andrea Renda – Per quanto riguarda l’inserimento nel Partenariato della clausola in base alla quale un’impresa privata possa citare in giudizio, presso un collegio arbitrale internazionale, uno Stato membro o un ente pubblico, nel caso in cui questa dovesse legiferare in modo che possa essere ritenuto contrario allo spirito del Trattato. Non è la prima volta che si fa, è già successo provocando storture di ogni genere. E’ successo nel NAFTA. Il Canada che nel 1997 ha dovuto risarcire un’impresa americana per aver vietato un certo tipo di sostanza, dovette scusarsi pubblicamente e risarcire il danno per il mancato profitto”. Piergiorgio Isernia sottolinea le “buone intenzioni” di partenza: “simbolicamente ci credo, praticamente molto dipenderà dai dettagli. In molti settori è possibile e tutti ne beneficeranno. In altri è più difficile, probabilmente ci danneggerebbe se gli standard non saranno quelli a cui siamo abituati, i consumatori ne andrebbero a perdere. Il bilancio tra questi pro e contro è difficile da fare, perché se certi settori vengono tolti dalla negoziazione è ovvio che tutto diventa più semplice, come ad esempio l’agricoltura. Il problema è che al momento non sappiamo. Accanto al Governo italiano c’è quello francese e quello tedesco che sono sulla stessa linea su determinati argomenti”.

Altro elemento, meno tecnico, è la segretezza con cui si sono svolti e si svolgono gli incontri, e questo rende anche difficile la nascita di un’opinione pubblica consapevole e informata. “Questo Trattato sta andando avanti con centinaia d’incontri – afferma Giambelli – tra il dipartimento del Commercio della Commissione Europea e i lobbisti dei grandi gruppi d’interesse. Tutta la campagna “Stop Ttip” è volta a far prendere consapevolezza. Con l’eventuale ratifica di questo Trattato si andrebbe a perdere, ad esempio, il concetto di welfare, per avere qualche vantaggio economico”. In merito alla trasparenza su alcuni argomenti la Commissione Europea ha indetto una consultazione pubblica, facendo riferimento alla clausola ISDS (sopra citata). “Nessuno sapeva niente. Si è chiusa qualche tempo fa, ci sono qualcosa come 140mila risposte, ma l’Italia non è pervenuta. L’unica cosa che è stata pubblicata sulla risoluzione delle controversie tra investitore privato e Stato, fino ad ora, è il classico diagramma a torta che indica la provenienza geografica delle opinioni e l’Italia non c’è. Il problema di comunicazione d’informazioni sull’Europa è un problema dell’Europa, ma è un problema che viene moltiplicato quando si parla di noi (Italia). Qui di Europa non si parla mai. Tra un paio di settimane la Commissione Europea pubblicherà i risultati della consultazione ed è evidente che saranno prevalentemente negativi, e poi si vedrà cosa succede. Negli Stati Uniti si dice che senza “la clausola delle controversie tra privato e Stato non si fa il Ttip”, vedremo quanto siamo gregari”. 

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->