sabato, Settembre 25

USA: Trump salvo a scapito dei repubblicani Nonostante il punto a favore segnato da Donald Trump, il braccio di ferro all’interno del Partito repubblicano sembra destinato a continuare

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Il voto negativo del Senato al secondo impeachment di Donald Trump, lo scorso 13 febbraio, era un risultato ampiamente prevedibile, nonostante la presa di distanza di molti congressmen dal Presidente dopo gli eventi del 6 gennaio. Al termine del dibattimento, solo sette senatori repubblicani si sono pronunciati per la condanna dell’ex Presidente: nonostante la presenza di alcuni nomi ‘di peso’, sempre troppo pochi per raggiungere la maggioranza qualificata richiesta dalla procedura. Si chiude quindi, almeno sul piano formale, la vicenda dei ‘Capitol riots’. Rimane, invece, aperto lo strascico di polemiche che ha seguito gli eventi, così come rimane aperta questione dell’eventuale futuro politico di Donald Trump e delle ricadute che questo potrà avere su quello del Grand Old Party. La mancata condanna di Trump fa, infatti, cadere la possibilità di una sua interdizione dai pubblici uffici (possibilità che era stata ventilata sin dall’inizio della vicenda ma che era subordinata a un voto di condanna) e rilancia, dentro il partito, il confronto/scontro fra trumpiani e antitrumpiani.

Rispetto a questo confronto, il voto del 13 febbraio ha rappresentato un momento importante. Il voto repubblicano sull’impeachment ha rappresentato, infatti, una sorta di ‘conta’ delle forze all’interno del partito, tanto più importante se si tiene conto di come l’incertezza intorno al futuro di Trump abbia portato, nelle scorse settimane, a un certo sbandamento nelle file dei legislatori. Da questo punto di vista, i risultati della ‘conta’ sembrano rafforzare la posizione di Trump e rilanciarne le ambizioni all’interno dello stesso GOP. Fra l’altro, gli elettori e gli organi locali del partito negli Stati i cui senatori si sono espressi a favore della condanna, hanno espresso in molti casi stupore – se non risentimento – per questa decisione; una prova ulteriore della presa che Donald Trump continua ad avere sulla ‘base’ repubblicana e dello scollamento che esiste fra questa e i suoi rappresentanti al Congresso. Fra l’altro, proprio questa presunta capacità di farsi portare degli umori della ‘base’ contro la ‘politica politicante’ di Washington è stata una delle chiavi del successo di Trump nel 2016.

Ci sono, tuttavia, altri aspetti da tenere in considerazione. In vari casi, la scelta dei congressmen repubblicani di votare contro la mozione di condanna si è basata su considerazioni diverse rispetto al ‘semplice’ giudizio sull’azione dell’ex Presidente. Riserve sulla costituzionalità del procedimento, per esempio, hanno influito sulla scelta di molti senatori che pure hanno espresso dubbi sul comportamento tenuto da Trump in occasione dei ‘Capitol riots’. Sarebbe, quindi, semplicistico valutare il peso politico che lo stesso Trump possiede oggi nel Partito repubblicano in base ai soli equilibri emersi dal voto del 13 febbraio. Anche il leader della minoranza in Senato, Mitch McConnel, pur esprimendosi contro la mozione di condanna sulla base del fatto che un ex Presidente non potrebbe costituzionalmente essere oggetto di impeachment, ha parlato con durezza nei confronti dell’ex Presidente, sostenendo che non vi siano dubbi riguardo al suo essere praticamente e moralmente responsabile degli eventi del 6 gennaio e definendo la sua condotta ‘vergognosa’ e ‘disonorevole.

Nonostante il punto a favore segnato da Donald Trump, il braccio di ferro all’interno del Partito repubblicano sembra, quindi, destinato a continuare. Dopo le voci delle scorse settimane intorno alla presunta volontà dell’ex Presidente di dare vita a un proprio partito, altre voci hanno cominciato a circolare riguardo alla possibile scissione dal GOP di un’ala antitrumpiana. Al di là dalla credibilità che tali voci possono avere, esse sono indicative di una situazione interna rimane difficile. È uno scenario che pone problemi anche all’amministrazione in carica. La frattura interna al mondo repubblicano rischia, infatti, di rendere difficile la politica di ‘healing’ che Joe Biden ha affermato più volte di volere perseguire. Una radicalizzazione delle posizioni repubblicane rischia, inoltre, alimentare una parallela radicalizzazione di quelle democratiche, di cui la prima vittima potrebbe essere proprio Biden. Su questo sfondo, lo scontro che, sul tema dell’impeachment, ha visto opporsi il Presidente al suo stesso partito, rischia di essere solo un anticipo di quanto potrà accadere in futuro.

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