venerdì, Dicembre 3

USA: Trump fa Trump e i repubblicani glielo permettono All’interno del GOP, si fatica ancora a metabolizzare la sconfitta e ad analizzare in maniera serena quanto le varie divisioni interne abbiano concorso a determinarla

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Anche se lontano dai riflettori, Donald Trump continua a essere un elemento centrale nelle dinamiche interne del Partito repubblicano statunitense. Negli ultimi mesi, alcuni commentatori si sono chiesti se la sua presa sul partito non stia diminuendo; tuttavia, un recente sondaggio della ‘CNN’ ha rilevato come la grande maggioranza dell’elettorato repubblicano continui a ritenere l’ex Presidente la figura più adatta a guidare, oggi, il GOP e consideri la linea che Trump ha seguito nei quattro anni passati alla Casa Bianca come la più efficace in vista del voto di midterm del prossimo anno. Trump è tuttora molto attivo nella vita pubblica, offrendo il suo appoggio ai candidati repubblicani nelle elezioni che si tengono regolarmente in varie parti del Paese, premendo sui congressmen che si riconoscono nelle sue posizioni perché ostacolino l’azione dell’amministrazione e portando avanti – nonostante le ripetute sconfitte – una battaglia legale ‘di retroguardia’ per invalidare gli esiti del voto dello scorso anno. Il tutto grazie anche ai finanziamenti raccolti dalla galassia di comitati a lui riconducibili e che – per la prima metà del 2021 – sono stati stimati nell’ordine degli 82 milioni di dollari.

Basterebbe solo quest’ultimo dato per fotografare la popolarità di cui l’ex Presidente continua a godere; una popolarità che contrasta in maniera evidente con le critiche che gli elettori repubblicani indirizzano ai leader del partito in Congresso, il cui operato è giudicato in modo negativo dal 70% del campione di un sondaggio condotto sempre dalla ‘CNN’ nello scorso mese di agosto. La convinzione – diffusa in larga parte dell’elettorato repubblicano e ormai parte importante della suaidentificazione politica – che la vittoria nelle elezioni del 2020 sia stata in qualche modo ‘rubata’ al Presidente uscente concorre a rafforzare la posizione di Trump. All’interno del partito, anche figure che, nei giorni successivi ai ‘Capitol riots’ del 6 gennaio, avevano preso le distanze dalla Casa Bianca, hanno cominciato, negli ultimi mesi, a sfumare le proprie posizioni. Sono queste le basi della prova di forza che si sta svolgendo questi giorni, con l’ex Presidente che ha ventilato la possibilità di un’astensione di massa dei suoi sostenitori nelle elezioni del 2022 e 2024 se i vertici repubblicani non si impegneranno a sostenere esplicitamente la sua battaglia per la revisione dei risultati dello scorso voto presidenziale.

La mossa – che sinora non sembra avere avuto risposta – rischia di accentuare le divisioni già presenti nel partito. I vertici repubblicani si sono detti fiduciosi rispetto al risultato del prossimo anno; alcune voci hanno, però, invitato gli iscritti a sostenere, nei rispettivi collegi, i candidati democratici, per impedire la vittoria dell’’estremismo trumpiano’ e riportare il partito nelle mani dei ‘conservatori pragmatici’. Si tratta di posizioni minoritarie e – con ogni probabilità – destinate a rimanere tali, viste le critiche rivolte anche a un establishment accusato di non essere veramente interessato a frenare la deriva in atto; in ogni caso, sono indicative delle tensioni che esistono nel GOP e che potrebbero ricevere un’ulteriore spinta nel caso in cui Donald Trump dovesse formalizzare la sua candidatura alle presidenziali del 2024. Al momento, questo resta il maggiore interrogativo; un interrogativo che non sarà verosimilmente risolto prima del voto del prossimo anno e in funzione degli esiti di quest’ultimo. Un chiaro successo dei candidati ‘trumpiani’ nelle elezioni di midterm finirebbe, infatti, per sgombrare il campo da molte ambiguità che affliggono oggi il dibattito all’interno del Partito repubblicano.

Su questo sfondo, quelli che appaiono più disorientati sono gli elettori moderati, i cui spazi di rappresentanza si riducono a mano a mano che, per esigenze di consensouna fetta crescente del repubblicanesimo ‘mainstream’ abbraccia – almeno in pubblico – le posizioni trumpiane. Le implicazioni per il partito di questo stato di cose sono notevoli. Da alcune parti è stato notato come l’astensione del voto ‘mainstream’ sia costata al GOP la perdita dei due seggi senatoriali della Georgia a gennaio 2021 e come la stessa dinamica possa avere influito, lo scorso anno, sugli esiti del voto presidenziale in Stati come l’Arizona o la stessa Georgia. Tuttavia, questo punto è stato preso in considerazione solo marginalmente nell’analisi post-voto condotta dal partito (il c.d. ‘post mortem’) e resa nota lo scorso agosto, analisi che ha preferito evidenziare comeda parte democratica, sia stata “sfruttata la pandemia” a proprio vantaggio per modificare le procedure di voto e spianare la strada al successo di Joe Biden. Un’altra dimostrazione di come – all’interno del GOP – si fatichi ancora a metabolizzare la sconfitta e ad analizzare in maniera serena quanto le varie divisioni interne abbiano concorso a determinarla.

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