martedì, Maggio 11

USA: tasse, Biden tra due fuochi Una situazione che – nonostante la maggioranza democratica in entrambe le camere del Congresso – rischia di impattare negativamente sulla capacità del Presidente di raggiungere in concreto gli obiettivi che si è posto

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Uno dei punti qualificanti della campagna che ha portato Joe Biden alla presidenza degli Stati Uniti è stata la promessa di una riforma radicale del sistema fiscale, riforma imperniata su un marcato aumento della pressione a carico delle grandi società e delle fasce più ricche della popolazione. I massicci – e costosi – pacchetti di stimolo adottati dal Congresso negli scorsi mesi hanno dato a questa priorità ‘ideologica’ una particolare urgenza. Agli inizi di marzo, fra l’altro, il Legislativo ha approvato un nuovo pacchetto per un valore di 1,9 trilioni di dollarimentre finanziamenti per altri due trilioni di dollari sono in discussione in questi giorni, nel quadro di un ampio progetto dell’amministrazione per l’ammodernamento delle infrastrutture del Paese, la riduzione delle emissioni inquinanti e il potenziamento del comparto ‘green’ dell’economia. È un programma ambizioso, i cui costi si sommano ai 6,6, trilioni di dollari di spesa pubblica del 2020 che non potranno non influire su un deficit federale che, sempre nel 2020, soprattutto per effetto della pandemia, si è attestato intorno ai 3,3, trilioni di dollari.

Per la Casa Bianca, reperire risorse a sostegno della ripresa post-COVID-19 è, quindi, una priorità. Da questo punto di vista appare significativo che Biden abbia associato apertamente la volontà di portare dal 21 al 28% l’aliquota minima di tassazione sulle imprese, di cancellare parte dei benefici fiscali introdotti dall’amministrazione Trump e di adottare nuove misure per limitare il trasferimento offshore dei profitti d’impresa alla necessità di alimentare il nuovo programma di ammodernamento infrastrutturale. Altrettanto significativo appare l’annuncio dello stesso Biden di volere avviare negoziati con altri Paesi per coordinare le rispettive politiche fiscali, così da evitare una potenzialmente pericolosa concorrenza al ribasso sulle aliquote; una necessità che è stata espressa dal Segretario al tesoro, Janet Yellen, già lo scorso gennaio, prima ancora della sua conferma da parte del Senato. Proprio il Segretario al tesoro ha, inoltre, ripetutamente rilevato come – a differenza di quanto fatto sinora – i nuovi pacchetti di stimolo non debbano essere interamente finanziati con un aumento del deficit federale.

Dietro al ‘fiscal programdi Biden non ci sono, però, solo considerazioni di natura contingente. La ricerca di maggiore equità sociale è un punto centrale nell’agenda dell’amministrazione e la leva fiscale è considerata lo strumento privilegiato per conseguire questo obiettivo. L’idea è quella di alleggerire il carico che oggi grava sulla classe media, spostandone larga parte sulle grandi imprese e gli scaglioni di reddito più elevati, la cui aliquota dovrebbe tornare al 39,6% contro il 37% attuale. Secondo le stime del Tax Policy Centre di Urban Institute e Brookings Institutions, l’obiettivo è un aumento del gettito di circa quattro trilioni di dollari nei prossimi dieci anni, la stragrande maggioranza del quale (93% circa) a carico dei percettori di redditi superiori a 170.000 dollari/anno (20% circa della popolazione) e con quasi il 75% del quale a carico dei percettori di redditi oltre gli 837.000 dollari/anno (1% circa della popolazione). In percentuale, la riduzione del reddito after tax’ per questo gruppo sarebbe intorno al 17%, a fronte di una riduzione nell’ordine dello 0,2% per i redditi più bassi (primo quintile).

Ovviamente, un simile programma è destinato a incontrare forti resistenze. Le aperture fatte al Partito repubblicano su contenuti e modalità di finanziamento del ‘pacchetto infrastrutture’ sono indice della volontà di cercare di depotenziare almeno parte di queste. La complessità della questione (la riforma proposta non è limitata alle aliquote, ma prevede, fra l’altro, la rimodulazione/compattamento degli scaglioni di reddito, la revisione del sistema delle detrazioni e l’irrigidimento dei criteri per accedervi) offre ampi spazi di negoziato. L’incognita è la posizione dei congressmen democratici. Se, infatti, le misure anticipate sono state criticate ‘da destra’ (ma anche da osservatori indipendenti) per i possibili effetti deprimenti sull’economia, ‘da sinistra’ sono state attaccate per la presunta mancanza di ambizione. Una volta ancora, l’amministrazione appare, quindi, ‘presa fra due fuochi: una situazione che – nonostante la maggioranza democratica in entrambe le camere del Congresso – rischia di impattare negativamente sulla capacità del Presidente di raggiungere in concreto gli obiettivi che si è posto.

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