sabato, Dicembre 4

USA – Talebani: aiuti in cambio di parole, parole, parole USA e talebani sono ritornati sul luogo del delitto, e dopo la prima due giorni di colloquio a Doha il rischio è che gli USA compiano gli stessi errori del passato

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Era stato chiaro fin da agosto che gli Stati Uniti erano interessati a costruire una relazione non conflittuale, e anzi, collaborativa, con il nuovo governo di Kabul, e altrettanto chiaro che i talebani desiderassero la stessa cosa, o almeno che era loro interesse strutturare a relazioni ‘rilassate’ con gli USA. Ora USA e talebani sono ritornati sul luogo del delitto, e dopo la prima due giorni di colloquio a Doha tra le delegazioni USA e talebani, il reciproco desiderio di almeno una ‘pace armata’ prende forma.

Sabato e domenica una delegazione USA, composta da funzionari del Dipartimento di Stato, dell’USAID e della comunità dell’intelligence -assente il rappresentante speciale degli Stati Uniti Zalmay Khalilzad, che per anni ha guidato il dialogo degli Stati Uniti con i talebani-, ha incontrato una delegazione di alti rappresentanti talebani a Doha. E’ stato il primo faccia a faccia ad alto livello da quando Washington ha ritirato le sue truppe dall’Afghanistan e i talebani hanno assunto il controllo Paese.

Al centro dei colloqui: la sicurezza, l’uscita dei cittadini statunitensi e degli afgani alleati con gli USA dall’Afghanistan -compreso il rilasciare del cittadino americano rapito Mark Frerichs- l’impegno dei talebani a non permettere che l’Afghanistan torni a diventare patria di Qaeda o altri gruppi estremisti, la tutela dei diritti umani, in particolare delle donne, l’accesso da parte dell’Afghanistan agli aiuti umanitari nel momento in cui il Paese sta attraversando una grave crisi economica che si sta profilando come crisi umanitaria dalle proporzioni davvero preoccupanti. Il sistema sanitario afghano è crollato e si registra una grave carenza di cibo. La partenza delle forze guidate dagli USA e di molti donatori internazionali ha privato il Paese di sovvenzioni che finanziavano il 75% della spesa pubblica.
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Questo incontro è una continuazione degli impegni pragmatici con i talebani che abbiamo avuto in corso su questioni di vitale interesse nazionale», ha detto un alto funzionario dell’Amministrazione Biden, parlando a ‘Reuters‘ a condizione di anonimato. «Questo incontro non riguarda la concessione di riconoscimenti o il conferimento di legittimità. Rimaniamo chiari che qualsiasi legittimità deve essere guadagnata attraverso le azioni dei talebani. Devono stabilire un track record duraturo», ha detto il funzionario.
Insomma, in questa due giorni gli USA hanno lavorato sul come
impegnarsi con i talebani, a partire dall’intervento per evitare il disastro umanitario, ma senza concedere loro la legittimità che cercano.

Al termine dei colloqui, ieri, sia gli Stati Uniti che i talebani si sono detti soddisfatti. Gli Stati Uniti hanno dichiarato che l’incontro è ‘andato bene’, è stato ‘franco e professionale’. Gli Usa hanno concordato di fornire aiuti umanitari al Paesela fornitura di una robusta assistenza umanitaria, diretta al popolo afghano»-, e aiuteranno anche a vaccinare gli afgani contro il Covid-19,rifiutando però di dare riconoscimento politico al nuovo governo dei talebani. La delegazione USA ha poi ribadito il principio per cui i talebani saranno giudicati dalle loro azioni, non dalle loro parole. «Rimaniamo chiari sul fatto che qualsiasi legittimità deve essere guadagnata attraverso le azioni dei talebani», hanno affermato i rappresentanti USA.

E in quanto a parole i talebani hanno assicurato agli Usa che sono impegnati ad impedire che il territorio afghano sia usato dagli estremisti per lanciare attacchi contro altri Paesi, mentre hanno escluso ogni forma di cooperazione (fin da agosto offerta) con Washington per combattere l’Isis-K. Il Ministro degli Esteri afghano, Amir Khan Muttaqi, ha detto ad ‘Al Jazeera‘ che i rappresentanti dei talebani hanno chiesto agli Stati Uniti di revocare il divieto sulle riserve della banca centrale afghana. I talebani hanno anche avvertito gli Stati Uniti di non ‘destabilizzare’ il regime, e che «le buone relazioni con l’Afghanistan fanno bene a tutti».

Questo incontro e quanto deciso hanno soddisfatto le due parti e potrà essere di aiuto alla popolazione stremata, ma il rischio è che gli USA -e con loro probabilmente un grosso pezzo di Occidente- compiano gli stessi errori del passato, quelli dei colloqui che hanno portato all’accordo di Doha del 29 febbraio 2020.
Il 30 agosto, giorno del completamento delle operazioni di uscita degli USA dall’Afghanistan, il Segretario di Stato americano
Antony Blinken ha affermato che il Dipartimento di Stato potrebbe lavorare con i talebani in aree di reciproco interesse,  ma affinché questa partnership funzioni, i talebani dovranno mantenere le promesse che hanno fatto di governare il Paese in modo diverso rispetto agli anni ’90. Se si può lavorare insieme, bene «ma non lo faremo sulla base della fiducia o della fede. Ogni passo che faremo non si baserà su ciò che dice un governo guidato dai talebani, ma su ciò che fa per essere all’altezza dei suoi impegni».
Fino ad ora i talebani non hanno rispettato praticamente nessuno degli impegni assunti -dai diritti delle donne e delle altre minoranze, fino alla creazione di un governo ‘inclusivo’. Da quando i talebani hanno ottenuto il controllo del Paese, sono stati accusati di gravi violazioni dei diritti umani, inclusa l’uccisione illegale di 13 persone della minoranze sciite hazara. Ugualmente gli Stati Uniti ora fanno concessioni. Lo fanno in nome dell’assistenza umanitaria al popolo afgano, certo, ma questa, vista dai talebani, è una concessione al loro governo, è un retrocedere rispetto a quanto all’inizio determinato.

I «negoziati, si sono svolti in gran parte alle condizioni talebane», annotava poche settimane fa Lisa Curtis, direttrice del programma di sicurezza indo-pacifico presso il Center for a New American Security, in una analisi per il ‘Foreign Affairs‘, riferendosi alle trattative che hanno condotto all’accordo di Dhoa del 2020, che «probabilmente ha accelerato la vittoria dei talebani». E aggiungeva: «Se Biden desidera che la storia giudichi il suo ritiro dall’Afghanistan come una decisione di politica estera accettabile, la sua amministrazione deve fare i conti con questo fallimento diplomatico e iniziare ad adottare un approccio più duro e realistico nei confronti dei talebani. Farlo è l’unico modo per prevenire il riemergere di un focolaio terroristico globale».
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Tre anni di negoziati hanno rafforzato i talebani della linea dura, molti dei quali ora svolgono ruoli centrali nel nuovo governo ad interim, incluso il leader della rete Haqqani, collegato ad al Qaeda, Sirajuddin Haqqani. Mentre elaborano una strategia post-ritiro, i funzionari statunitensi devono quindi cambiare la loro tattica diplomatica, giudicando i talebani dalle loro azioni prima di concedere loro il riconoscimento internazionale o l’assistenza economica. Questo approccio, unito a una nuova strategia antiterrorismo, è il modo migliore per proteggere gli interessi vitali degli Stati Uniti negli anni a venire». L’assistenza economica, invece,con questi incontri, è stata assicurata senza prima aver ottenuto nulla in cambio.
Lisa Curtis analizza dettagliatamente gli errori compiuti dagli Stati Uniti durante le precedenti trattative concludendo che «le concessioni statunitensi hanno indebolito il governo Ghani», e «stringendo un accordo politico con il nemico del governo da 20 anni, Washington ha finito per consegnare il Paese ai talebani».

«I politici di Washington devono imparare dai loro errori negoziali e modificare di conseguenza la strategia diplomatica degli Stati Uniti. Una parte cruciale di questo processo sarà lo sviluppo di unastrategia di collaborazione con l’Unione Europea, il Regno Unito e altri Stati che la pensano allo stesso modo per fare pressione sui talebani affinché rispettino specifici diritti umani e condizioni antiterrorismo». «Coordinandosi strettamente con alleati e partner e stabilendo condizioni chiare per l’impegno, Washington ha le migliori possibilità di plasmare con successo il comportamento futuro dei talebani. Trovare il giusto equilibrio è particolarmente critico qui, poiché quasi il 70 per cento del budget del governo afghano proveniva da aiuti esteri. La comunità dei donatori deve determinare come soddisfare i bisogni fondamentali degli afgani senza ricompensare i talebani con il riconoscimento diplomatico e l’assistenza economica prima che il gruppo se li sia guadagnati» . «I paesi donatori dovrebbero chiarire che ulteriori limiti ai diritti delle donne e alla partecipazione alla società, all’istruzione e all’economia avranno un impatto sulla capacità dei talebani di accedere ai finanziamenti internazionali. Gli Stati Uniti devono anche mantenere le sanzioni del Dipartimento del Tesoro contro gli individui coinvolti nel terrorismo. Washington non dovrebbe acconsentire alle richieste dei talebani di rimuovere le sanzioni semplicemente perché questi leader ora detengono posizioni di potere. Inoltre, gli Stati Uniti dovrebbero astenersi dallo sbloccare 9 miliardi di dollari di beni afgani detenuti dagli USA fintanto che leader terroristi come Sirajuddin Haqqani rimarranno parte del governo talebano. In particolare, gli Stati Uniti e i loro alleati europei dovrebbero chiarire che, a meno che i talebani non stabiliscano un governo più inclusivo, la deroga delle Nazioni Unite che consentiva ai leader talebani sanzionati di viaggiare a livello internazionale sarà ritirata quando verrà rinnovata entro la fine dell’anno. Come hanno notato ex funzionari del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, i talebani hanno abusato della rinuncia per ottenere legittimità internazionale mentre continuano a fare la guerra e ad assassinare leader della società civile afghana, giornalisti e attivisti per i diritti umani».

I colloqui proseguiranno nelle prossime settimane, è possibile che gli aiuti umanitari concessi siano un biglietto da visita e che le prossime trattative accolgano il suggerimento al ‘do ut des’ degli analisti come Lisa Curtis, ovvero che gli USA si attengano a quanto da Blinken solennemente dichiarato, ma per ora così non è stato. Al momento i talebani hanno nuovamente portato a casa un successo spendendo solo promesse.

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