domenica, Settembre 19

USA: sistema sanitario travolto dal coronavirus Al di là della propaganda di Trump, il sistema è fragile, 2,8 letti d'ospedale ogni 1.000 persone, circa 46.500 posti letto per terapia intensiva, 160.000 ventilatori. Secondo le proiezioni, nel caso di focolaio moderato, serviranno 200.000 letti in terapia intensiva, e non ci sono

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Ora anche Donald Trump si dimostra preoccupato per il COVID-19. Nella notte europea tra mercoledì 11 e giovedì 12 ha fatto un discorso alla Nazione che lo dimostra chiaramente. Poche ore dopo, in caso il Presidente non fosse stato abbastanza chiaro, è intervenuto il vice-Presidente, Mike Pence, il quale ha detto che negli Usa ci saranno «altre migliaia di casi» di coronavirus.
Un sondaggio di Public Opinion Strategies rivela come il
coronavirus nella mente degli americanisia già diventato l’evento principale degli ultimi 10 anni e che l’opinione pubblica appare spaccata sulla risposta messa in campo, con meno della metà degli elettori che afferma che gli Stati Uniti sono preparati per il Coronavirus, per la precisione il 49%, mentre il 46% è di parere opposto.
Il problema è proprio questo, e per quanto Trump si affanni a dire che «l’America è il Paese più grande del mondo. Abbiamo i migliori scienziati, medici, infermieri e operatori sanitari. Abbiamo il più grande sistema sanitario, esperti, scienziati e medici in tutto il mondo», così migliore la sanità USA non è. E a dirlo sono gran parte gli analisti che si occupano di studiare il sistema sanitario del Paese, oltre la cronaca di questi giorni.

Trump, dopo aver passato giorni a minimizzare il problema, cercando di far apparire il ‘virus straniero’ come qualcosa che interessava solo la Cina, e l’Unione Europa, ha ‘cambiato tono’, come stanno sottolineando gli osservatori, e però appare chiaro a tutti che ancora sta cercando di dire il meno possibile, sta, sostengono alcuni, nascondendo dati e informazioni. Tanto che il 10 marzo il comitato editoriale del ‘Wall Street Journalsi è sentito in obbligo di intervenire perchè «è giunto il momento per le autorità competenti di Washington di informare il popolo americano in modo più preciso», «Science may not fully understand this virus yet, but it knows a lot about the reasons for dislocating a nation’s social and economic life. È tempo che i leader lo spieghino a un pubblico americano preoccupato ma resiliente».

La stessa intelligence americana segnala alla Casa Bianca e al Congresso l’impreparazione degli States ad una pandemia, stessa situazione già dichiarata lo scorso anno nel Worldwide Threat Assessment2019, dove, a pagina 21 del documento, si sosteneva testualmente: «The United States will remain vulnerable to the next flu pandemic or large-scale outbreak of a contagious disease that could lead to massive rates of death and disability, severely affect the world economy, strain international resources, and increase calls on the United States for support».

Secondo i dati (non ufficiali) di ieri, 12 marzo, i casi di COVID-19 in USA sarebbero 1.700 e 40 persone sarebbero già morte il Centers for Disease Control and Prevention (CDC), rilascia un report che dovrebbe essere aggiornato quotidianamente, e che però il CDC stesso dichiara essere deficitario.

Il numero tutto sommato ridotto non deve stupire: il problema sono i test per individuare il COVID-19. Il fallimento a 360 gradi sul fronte test sta mascherando la portata dell’epidemia degli Stati Uniti, e come logica conseguenza sta ostacolando gli sforzi per limitarlo.
In USA sono stati condotti solo pochissimi test, i così detti ‘tamponi’ funzionali a rilevare il virus. Non si conosce il numero esatto dei test effettuati, il CDC non lo registra. Alcuni dati all’11 marzo riferiscono di 7.000 test, altri al 12 marzo meno di 11.000 test.

Il problema, infatti, al di là delle dichiarazioni propagandistiche della Casa Bianca, è molteplice.
Mancano i tamponi per effettuare i test -secondo dati forniti dai media americani, a ieri ci sarebbe stato materiale per testare 850mila persone, su di una popolazione che ammonta a 329 milioni.
E’ stata denunciata una «carenza di sostanze chimiche chiave necessarie per avviare ed eseguire le prove», ovvero per ‘confezionare’ il test. «In particolare, un prodotto chiave, realizzato dal colosso dei test diagnostici Qiagen, sta diminuendo l’offerta. La sostanza chimica viene utilizzata per isolare il materiale genetico del virus o RNA, in modo che possa essere testato». Il sistema dell’industria farmaceutica comincia arrancare, e gli Stati Uniti ne pagano il conto.
Il CDC non è stato messo in condizioni di gestire i dati relativamente ai test effettuati, cosa insolita, visto che per le altre malattie tutto viene centralizzato proprio da parte del CDC, in questo caso invece i test sono in capo ai singoli Stati, la cui capacità di testare il virus varia molto. Non mancano i tentativi volontaristici di provare a raccogliere i dati di tutti gli Stati, come il Covid Tracking Project.
Non bastasse, i primi kit inviati a febbraio dal CDC ai laboratori nei diversi Stati avevano dei problemi di funzionamento, fornivanorisultati inconcludenti’ durante la verifica. Si ritiene che uno dei prodotti chimici utilizzati per condurre il test non funzionasse correttamente e che necessitasse di essere rigenerato, riferiscono fonti mediatiche. Anche i laboratori in gradi di effettuare il test scarseggiano.
The Atlantic’, pochi giorni fa, ha realizzato un report in cui si traccia il quadro di questa disastrosa situazione. La conclusione di ‘The Atlantic’, è durissima: «Se la vera portata dell’epidemia fosse conosciuta attraverso i test, la situazione americana sarebbe peggiore. Ma i funzionari e gli operatori sanitari sarebbero in una posizione migliore per combattere il virus. Le decisioni difficili richiedono dati. Per ora, i governi statali e locali non dispongono delle informazioni di cui hanno bisogno».

In tutto ciò la politica della Casa Bianca di Trump è soltanto l’aggravante. Dichiarazioni roboanti, promesse impossibili da mantenere che provengono dalla Casa Bianca rendono solo più evidente il problema e scatenano il malcontento.
Secondo il
Commonwealth Fund, che classifica regolarmente i sistemi sanitari di una manciata di Paesi sviluppati, nel 2017 il più basso rendimento veniva attribuito agli Stati Uniti. La situazione non è cambiata molto.
Infatti, il
Commonwealth Fund, a fronte dell’emergenza COVID-19, nei giorni scorsi esordiva con ‘Coronavirus Reveals Flaws in the U.S. Health System’. Perchè?
I perché sono molti, e alla base c’è il fatto che «negli Stati Uniti,
30 milioni di persone non hanno un’assicurazione sanitaria. Altri 44 milioni hanno una copertura così ridotta che sono sempre preoccupati per i costi di assistenza». In riferimento all’emergenza COVID-19, poi, preoccupa che: «non abbiamo cure primarie adeguate negli Stati Uniti. Abbiamo un enorme deficit rispetto ad altri Paesi avanzati di fornitori di prima linea», «parte della debolezza o della vulnerabilità del sistema sanitario è che non ci sono abbastanza centri di assistenza primaria», e, ovviamente, «l’assistenza sanitaria negli Stati Uniti è troppo cara».

Ma torniamo alla radice, ai problemi sostanziali del sistema.
Gli
Stati Uniti spendono di più per l’assistenza sanitaria -quasi il doppio rispetto alla media dei Paesi OCSE, nel 2018 hanno speso il 16,9% del PIL, una quota di PIL in costante aumento dagli anni ‘80eppure hanno la più bassa aspettativa di vita -due anni in meno rispetto alla media OCSE, e con differenze rispetto alla razza e all’etnia- e i più alti tassi di suicidio tra le 11 Nazioni prese in esame nel recente report di Commonwealth Fund -i tassi di suicidio elevati possono indicare un elevato carico di malattie mentali; ma in gioco entrano anche le variabili socioeconomiche, negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno assistito a un aumento delle ‘morti per disperazione’, che includono suicidi e decessi correlati all’uso di sostanze, tra cui overdose.
Gli USA hanno il più alto gravame di malattie croniche e un tasso di obesità che è due volte superiore alla media OCSE.
Gli americani hanno avuto meno visite mediche rispetto ai coetanei nella maggior parte dei
Paesi, il che sembra essere correlato a una scarsa offerta di medici negli Stati Uniti, e utilizzano alcune tecnologie costose, come la risonanza magnetica e procedure specializzate, come la sostituzione dell’anca, più spesso dei loro coetanei. Non basta: rispetto alle altre Nazioni, gli Stati Uniti hanno il più alto numero di ricoveri per cause prevedibilie il più alto tasso di morti evitabili perché le persone non ricevono cure tempestive e di alta qualità.
La spesa pro capite degli americani da fonti private è la più elevata rispetto a tutti i Paesi esaminati.

Il settore sanitario americano impiega l’11 percento dei lavoratori americani e rappresenta il 24 percento della spesa pubblica.
L’assistenza sanitaria sta crescendo come parte dell’economia e del budget del Governo «in modi che sembrano insostenibili», affermano gli analisti del Brookings Institution. Per una parte questa crescita è corretta e perfino auspicabile (i Paesi con un livello più elevato di produzione pro capite tendono ad avere un livello più elevato di spese sanitarie pro capite), oltre che determinata dall’invecchiamento della popolazione, per l’altra parte, invece, è frutto del sistema sbagliato, ovvero «ricerca di rendita, il potere del monopolio e altri difetti che i mercati dell’assistenza sanitaria talvolta comportano, quali cure non necessarie o prezzi elevati».
Il report del Brookings spiega bene i dettagli di queste storture che conducono, alla fine, al cattivo stato del sistema sanitario americano.

«Una cosa cruciale da capire sulla minaccia del coronavirus», afferma dalle colonne del ‘New York Times’, Aaron E. Carroll, docente di pediatria alla Indiana University School of Medicine, «è la differenza tra il numero totale di persone che potrebbero ammalarsi e il numero che potrebbe ammalarsi allo stesso tempo. Il nostro Paese ha solo 2,8 letti d’ospedale per 1.000 persone», circa «46.500 posti letto per terapia intensiva»,160.000 ventilatori, tra quelli in uso e quelli in riserva.
«
Il pericolo di un sistema ospedaliero travolto è una delle ragioni per cui i funzionari della sanità pubblica sono così preoccupati per la mancanza di test», afferma, dall’University of Iowa, Daniel Diekema, Direttore della Divisione delle malattie infettive.
Secondo le
proiezioni che sono state fatte, in «unfocolaio moderato, circa 200.000 americani avrebbero bisogno di letti in terapia intensiva, afferma il rapporto. E in un grave scoppio, dicono i ricercatori, quel numero salirebbe a 2,9 milioni. Da un lato, questi sono numeri totali, per la durata dell’epidemia. Anche nello scenario più terribile, è improbabile che 2,9 milioni di persone abbiano bisogno di letti in terapia intensiva contemporaneamente. D’altra parte, i letti di terapia intensiva negli Stati Uniti sono già abbastanza pieni, grazie al normale carico di pazienti».
Secondo
Carroll se questa pandemia seguisse fosse simile all’influenza spagnola del 1918, «avremmo bisogno di oltre 740.000 ventilaquestatori».

«Non abbiamo idea di quante persone negli Stati Uniti siano infette. Siamo ancora tristemente indietro nei test. In un contesto metropolitano, se un numero importante di persone viene infettato, i numeri che potrebbero aver bisogno di cure significative travolgeranno facilmente la nostra capacità di fornirla», conclude Carroll.

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