lunedì, Novembre 29

USA, Secessione 2.0: il dannato sogno degli Stati Uniti disaggregati American secession: negli Stati Uniti, ci sarebbe oltre un terzo di popolazione favorevole alla secessione, e circa il 46% degli elettori delle elezioni presidenziali del 2020. Il sogno impossibile della dissoluzione è davvero sogno o sintomo di malattia della democrazia?

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Secessione 2.0 che spaccherebbe gli USA, dividerebbe l’America rossa dall’America blu, piuttosto che una divisione per aree geografiche omogenee dal punto di vista politico-culturale, piuttosto che la più ‘semplice’ uscita di uno Stato dall’unione, per esempio ‘Texit’ -l’uscita del Texas-, fino ad arrivare alle secessioni tra Contee all’interno dello Stato, o meglio la ‘fuga’ di Contee da uno Stato all’altro: stiamo parlando dell’American secession, la secessione americana, non quella del 1861, bensì quella della quale si vagheggia da anni, e che ora è entrata nel dibattito politico pubblico, quella -per ora solo potenziale- del XXI secolo.
La secessione USA, cioè a dire
la spaccatura degli Stati Uniti d’America, è uno di quei temi rimasti sempre a sobbollire che in questo momento storico, pur non essendo ancora mainstream, si sta imponendo come un sentiment politico sempre più condiviso tra gli americani.

Nello scorso 2020 a riattizzare la discussione sul tema ci avevano pensato due libri. Da destra, FH Buckley, della George Mason University, ha pubblicato ‘American Secession‘, nel quale sosteneva che «gli Stati Uniti sono maturi per la secessione» e che «c’è molto da dire per una rottura americana» (sebbene Buckley sia favorevole a ciò che chiama ‘home rule‘ per gli Stati, una sorta di Secession Lite, un nuovo patto costituzionale che conferisce loro molta più autorità). Da sinistra, Richard Kreitner di ‘The Nation‘ ha scritto ‘Break It Up‘, sostenendo che «gli Stati Uniti non sono mai stati all’altezza del loro nome, e mai lo saranno», «dobbiamo finalmente finire il lavoro di ricostruzione o rinunciare completamente all’Unione», e traccia il racconto dell’impulso disunionista che permane il Paese e lo attraversa.
Uno
studio della Hofstra University, condotto prima delle elezioni presidenziali, aveva rilevato che quasi la metà dei repubblicani era a favore della secessione a livello statale se Joe Biden avesse vinto le elezioni. Ma la campagna elettorale era caldissima e ‘sporca’, per tanto quella ipotesi di secessione poteva essere letta come una reazione radicale e dettata dagli umori della campagna elettorale.

Nel corso di questo 2021, poi, due importanti sondaggi nazionali e annesse analisi hanno rilasciato dati che confermano la tendenza in crescita degli americani a ritenere la secessione come auspicabile, per quanto -come precisa l’analisi correlata a uno di questi sondaggi- sia molto improbabile che le risposte degli intervistati siano frutto di una attenta considerazione del problema secessione.
I due sondaggi nazionali sono: il
sondaggio realizzato dal Bright Line Watch in collaborazione con YouGov, suddiviso in due tornate, quella di gennaio-febbraio 2021 e quella digiugno 2021; il sondaggio realizzato dal Center for Politics dell’Università della Virginia in collaborazione con Project Home Fire, rilasciato a fine settembre 2021.
Negli Stati Uniti, secondo queste rilevazioni, ci sarebbe oltre un terzo di popolazione favorevole alla secessione, e circa il 46% degli elettori delle elezioni presidenziali del 2020.

Procediamo con ordine partendo dal lavoro condotto dal Bright Line Watch.
Gennaio-Febbraio 2021: quando viene presentata una proposta per il loro Stato di separarsi dagli Stati Uniti, quasi un americano su tre (precisamente il 29%) è disposto a considerare la prospettiva. I repubblicani (33%) sostengono la secessione più dei democratici (21%), ma i democratici sono più inclini alla secessione rispetto ai repubblicani nelle aree in cui tendono a detenere il potere.
Giugno 2021: complessivamente, il 37% degli intervistati ha indicato una ‘disponibilità alla secessione‘ (l’8% in più a distanza di meno di 6 mesi).

A gennaio-febbraio si evidenzia come sia la prima volta che entra nel sondaggio periodico di Bright Line Watch il tema della secessione, chiedendo agli intervistati «le loro opinioni su uno scenario in cui gli Stati Uniti si dividano in più di un Paese. La secessione è una proposta veramente radicale. Fino a poco tempo l’avremmo considerato troppo marginale per includerlo in un sondaggio. Ma i legislatori statali del Mississippi e del Texas e i leader statali del GOP in Texas e Wyoming hanno apertamente sostenuto la secessione negli ultimi mesi, spingendoci a progettare due elementi di indagine per valutare le percezioni di questa idea. Avvertiamo che questi elementi del sondaggio riflettono le reazioni iniziali degli intervistati su un problema che è molto improbabile che abbiano considerato attentamente.

La nostra prima domanda è generica e inquadrata in termini di riduzione del conflitto: “Alcune persone dicono che le divisioni all’interno del nostro Paese sono diventate così profonde che faremmo meglio a dividerci in regioni più affini che si auto-governerebbero separatamente. Sostieni o ti opponi all’idea che gli Stati Uniti si dividano in più di una Nazione?” Complessivamente, il 29% degli intervistati ha sostenuto la dissoluzione del Paese in regioni con idee simili (fortemente del 10%, leggermente del 19%). Il sostegno è stato più alto tra i repubblicani (35%) e gli indipendenti (37%) rispetto a solo il 21% tra i democratici. Sebbene la maggior parte degli americani rifiuti la prospettiva della secessione, questi risultati suggeriscono almeno che una sostanziale minoranza di persone non rifiuta istintivamente l’idea». Le risposte inquadrano «la dissoluzione come un modo per mitigare il conflitto».
La domanda successiva cerca di delineare la realtà geografica dopo la secessione «Abbiamo quindi chiesto: “Sosterresti o ti opporresti alla separazione [del tuo Stato] dagli Stati Uniti per aderire a una nuova unione? [con elenco di Stati nella nuova unione]?”». Bright Line Watch ha costruito cinque potenziali nuove aggregazioni e inserito gli Stati rilevanti per gli intervistati nella formulazione della domanda sopra. Queste proposte di aggregazioni offerte agli intervistati sono così composte:

Pacific: California, Washington, Oregon, Hawaii e Alaska
Mountain: Idaho, Montana, Wyoming, Utah, Colorado, Nevada, Arizona e New Mexico
South: Texas, Oklahoma, Arkansas, Louisiana, Mississippi, Alabama, Georgia, Florida, Carolina del Sud, Carolina del Nord, Virginia, Kentucky e Tennessee
Heartland: Michigan, Ohio, West Virginia, Illinois, Indiana, Minnesota, Wisconsin, Iowa, Missouri, North Dakota, South Dakota, Kansas e Nebraska
Northeast:: Maine, New Hampshire, Vermont, Massachusetts, Rhode Island, Connecticut, New York, New Jersey, Pennsylvania, Maryland, Delaware e Distretto di Columbia

«I livelli di supporto sono non banali, complessivamente alti», prosegue l’analisi di Bright Line Watch . «Le tre regioni costiere mostrano la maggiore apertura alla scissione dall’unione, con il Sud e l’Ovest al 33% complessivamente e il Nordest appena dietro al 32%. Le regioni senza sbocco sul mare di Heartland e Mountain si attestano rispettivamente al 24% e al 28%.

Il sostegno corrisponde anche al contestopartigianoregionale. Nelle regioni del Pacifico e del nord-est, entrambe di un blu intenso e prevedibilmente dominate dal Partito Democratico (o dai suoi discendenti post-secessione), i Democratici sono maggiormente a favore della secessione, seguiti da indipendenti e repubblicani. Nelle regioni rosso intenso della montagna e del sud, questo schema è invertito con i repubblicani più suscettibili alla secessione. Nell’Heartland, un insieme di Stati per lo più rossi che comprende anche il viola Michigan, Minnesota e Wisconsin, gli indipendenti sono il gruppo più incline alla secessione».

A giugno vengono poste agli intervistati le stesse domande di gennaio, in una prospettiva, sostengono dal Bright Line Watch, in cui il Presidente Biden «si è prefissato l’obiettivo di riunire un Paese segnato da divisioni partigiane e regionali. I nostri sondaggi cercano di valutare se persiste l’animosità che ha caratterizzato l’era Trump».

Come nel precedente sondaggio, «i livelli di sostegno espresso alla secessione sono sorprendentemente alti, con il 37% degli intervistati che indica complessivamente la volontà di separarsi. All’interno di ogni regione, il gruppo partigiano dominante è il più favorevole alla secessione. I repubblicani sono più secessionisti nelle regioni meridionali e montane, mentre sono i democratici sulla costa occidentale e nel nord-est. Nella regione dell’Heartland, sono gli indipendenti partigiani che trovano l’idea più attraente.

Questi modelli sono coerenti con il nostro sondaggio di gennaio/febbraio, ma i cambiamenti da allora sono preoccupanti». Il sondaggio di gennaio era stato effettuato poche settimane dopo la rivolta del 6 gennaio. I sondaggisti avevano previsto che entro l’estate l’animosità politica si sarebbe placata, «per puro esaurimento», dopo il dramma Trump. Sbagliavano. «Invece di diminuire il sostegno alla secessione, negli ultimi sei mesi, è aumentato in ogni regione e in quasi tutti i gruppi partigiani. L’aumento è più drammatico dove il supporto era già più alto (e ha il più grande precedente storico): tra i repubblicani nel sud, dove il sostegno alla secessione è balzato dal 50% di gennaio/febbraio al 66% di giugno. Anche il sostegno dei repubblicani nella regione della Montagna è aumentato, di 7 punti, dal 36% al 43%. Tra i Democratici in Occidente, una maggioranza quasi del 47% (più 6 punti) sostiene una divisione, così come il 39% (più 5 punti) nel nord-est. Il supporto è salito di 9 punti anche tra gli indipendenti nell’Heartland, raggiungendo il 43%». Conclude l’analisi: «L’ampia e crescente disponibilità degli intervistati ad abbracciare queste alternative è motivo di preoccupazione».

Il secondo sondaggio, quello del Center for Politics dell’Università della Virginia in collaborazione con Project Home Fire, volto a scandagliare le divisioni sociali, politiche e psicologiche tra coloro che hanno votato per Donald Trump e coloro che hanno votato per Joe Biden nel 2020, restituisce un 46% degli elettori delle elezioni presidenziali del 2020 che sono «almeno in qualche modo d’accordo»con la secessione.
Il quesito posto è stato in termini di affermazione: «“
La situazione in America ha raggiunto il punto che sarei favorevole alla separazione degli[VOTANTI TRUMP: Stati ‘rossi’ più conservatori / VOTANTI BIDEN: stati ‘blu’ più progressisti] dall’unione per dare vita al Paese separato”. Il sostegno a questa affermazione è stato piuttosto ampio: tra gli elettori di Trump, almeno il 52% è d’accordo con questa affermazione, così come il 41% degli elettori di Biden».
Per comprendere i dati, «il team di Project Home Fire ha condotto analisi per apprendere quali tipi di atteggiamenti e opinioni sono più comuni tra coloro che sono a favore della secessione, rispetto a coloro che non sono d’accordo sul fatto che gli Stati che si orientano nella propria direzione politica dovrebbero separarsi dall’unione. I risultati di questa analisi più approfondita sono sorprendenti».
Si rileva che «la credenza nelle teorie della cospirazione è più coerentemente correlata con gli elettori di Biden e Trump che favoriscono la secessione». Inoltre, le «convinzioni autoritarie» -ad esempio: svincolo delle azioni del Presidente dal Congresso; diffidenza verso le persone che sono etnicamente o culturalmente diverse; contrarietà assoluta al vaccino contro il Covid-19; rifiuto degli immigrati considerati come gente che ruba lavoro agli americani; possibilità di censura di certe informazioni; la convinzione che “i gruppi superiori dovrebbero dominare i gruppi inferiori”- «sono significativamente più diffuse tra gli elettori che sostengono la secessione».
Circa le caratteristiche demografiche tra gli elettori che, almeno in parte, favoriscono la secessione dei loro Stati» in raggruppamenti per Stati politicamente compatibili/affini, «hanno generalmente maggiori probabilità di essere:
tra i 30 e i 64 anni; impiegati a tempo pieno; maschioe sposato con figli che vivono in casa; persone che si definiscono ‘cristiani evangelici‘».

In primo luogo bisogna chiarire che negli Stati Uniti la secessione non è prevista, il che equivale a dire che non è possibile. La Costituzione degli Stati Uniti contiene procedure per l’ammissione di nuovi Stati nella Nazione, ma nessuna per l’uscita di uno Stato. La Corte Suprema ha stabilito, nel 1869, che gli Stati Uniti sono ununione indistruttibiledalla quale nessuno Stato può separarsi. Il defunto giudice della Corte Suprema Antonin Scalia, un’icona conservatrice, in una lettera del 2006 ebbe a dire: «Se c’è stata una questione costituzionale risolta dalla guerra civile, è che non c’è il diritto alla secessione». Commenta Eric McDaniel, professore associato di American politics presso l’Università del Texas -uno degli Stati in cui più sono forti da sempre le spinte alla secessione-: «La guerra civile ha svolto un ruolo molto importante nello stabilire il potere del governo federale e nel cementare che il governo federale ha l’ultima parola su queste questioni».
Per quanto l’impossibilità della secessione appaia chiara ai più tra i migliori giuristi del Paese, il tema fa comunque discutere, fiumi d’inchiostro sono stati versati per dibattere in punta di Costituzione la questione.

Le ragioni in forza delle quali si chiede la secessione sono varie e molto spesso intersecate. Sono ragioni, spesso oscure e balbettate dagli stessi secessionisti, che vanno dalla diversità culturale e valoriale, alla partigianeria, ai problemi economici e le disuguaglianze economico-sociali.
Secondo quanto ha sostenuto e motivato lo scrittore Casey Michel su ‘
Politico l’anno scorso, i secessionisti «oscillano tra ‘valori’ non specificati, accenni vaghi alle ‘differenze culturali’ e una vasta cospirazione democratica». «Contrariamente, ad esempio, alla crisi della secessione del 1860-61,l’attuale retorica non ha un solo chiaro propellente che non sia una batosta difficile da ingoiare alle urne», afferma Michel, riferendosi ai risultati delle presidenziali di novembre 2020. E secondo il docente, i «sostenitori della rottura di legami secolari non vogliono necessariamente rompere. Invece, stanno usando la secessione come una sorta di copertura retorica per una strategia di opposizione che è esplosa periodicamente nel corso della storia americana: ostruzionismo dilagante. Questo non è un replay dell’ascesa della Confederazione nel 1861, quanto piuttosto della nascita del Tea Party nel 2009: una dura guerra di logoramento combattuta dall’interno del governo, usando l’arma legislativa letale del ‘no’». Insomma, il secessionismo moderno non riguarda tanto l’uscita dall’unione, quanto il tentativo di ostacolare le iniziative del governo che non piacciono a certi gruppi. Michel parla di un ‘Trumpian Tea Party’ che «continuerà a usare le minacce secessioniste per ottenere ciò che vuole», facendo rientrare il secessionismo nella categoria delle minacce alla democrazia americana in logoramento.

Ostruzionismo motivato dal dissenso che interessa molti Stati in cui aree metropolitane popolose decidono in gran parte la traiettoria politica dello Stato con le aree rurali che si sentono trascurate e penalizzate. «C’è una forte percezione nelle aree rurali che le aree urbane stiano assorbendo tutte le risorse dello Stato e le spendano in cose che non sono in linea con i valori e gli interessi rurali e le preoccupazioni rurali. Non è necessariamente così, ma è un forte percezione. E così questi sforzi di secessione guadagnano forza», afferma la politologa Katherine J. Cramer. Così, le divisioni vengono strumentalizzate dai politici che incoraggiando la rottura dei confini a favore dell’adesione ad altri Stati o giurisdizioni che la pensano allo stesso modo. «La partigianeria e la geografia sono strettamente allineate», secondo Cramer.
«La disuguaglianza economica è aumentata nel tempo dall’inizio degli anni ’70 circa», afferma Cramer. «Abbiamo anche assistito a un cambiamento nelle fortune economiche delle aree rurali e cambiamenti nella composizione partigiana delle nostre legislazioni statali. C’è stata una sorta di confluenza tra tendenze economiche e tendenze politiche e la natura dell’economia. E questo ha portato alla faziosità che si sovrappone alla geografia in modo molto intenso in questo momento, così che le nostre aree rurali sono più repubblicane e le nostre aree democratiche sono le aree urbane».
Anche Anthony Pipa, del Centro per lo sviluppo sostenibile Brookings Institution, punta il dito sulla disuguaglianza economica e afferma che
«le comunità rurali hanno avuto difficoltà a tornare al punto in cui le cose erano prima della recessione del 2008 rispetto alle altre comunità. E così, anche prima che arrivasse il COVID, i tassi di partecipazione al lavoro e i tassi di occupazione nelle comunità rurali non erano tornati ai livelli pre-2008 entro il 2019. Mentre nelle aree metropolitane e suburbane, non solo sono tornati, sono cresciuti. Penso che in termini di prosperità economica e benessere generale, ci sia la sensazione che le comunità rurali vengano lasciate indietro».

Secondo Cramer, la secessione è una risposta estrema che sostanzialmente ammette l’impotenza politica dei politici. E come dire: «Non possiamo trovare un modo per riconciliare i nostri interessi o fare una politica che sia nell’interesse del più ampio bene pubblico del nostro Stato. Quindi ci dividiamo». Questo è «ammettere che non c’è modo per noi di guarire, il che è molto triste», conclude Cramer.

«Non c’è dubbio che il Paese sia profondamente lacerato lungo linee politiche, culturali e religiose, anche se non è ovvio che la contesa velenosa della nostra epoca sia peggiore di quella, diciamo, degli anni ’90 o ’70: il conflitto politico e culturale è endemico in un Paese democratico grande, rumoroso e diversificato come il nostro», afferma Rich Lowry, editore della rivista conservatrice ‘National Review‘ e opinionista di ‘Politico Magazine‘. «Detto questo, un divorzio nazionale non è raccomandabile. Gli ostacoli pratici sono ovvi e insuperabili e i probabili effetti sarebbero molto sgraditi ai suoi proponenti. Se un patriottismo insufficiente è uno dei mali dell’America contemporanea, il National Divorce equivarrebbe a prescrivere una forte dose di arsenico come cura. Brucerebbe l’America per salvare l’America, o almeno quelle parti di essa considerate salvabili».

Prosegue Lowry: «Gli effetti deleteri di una rottura sarebbero enormi. Gli Stati Uniti disaggregati sarebbero immediatamente meno potenti. In effetti, Russia e Cina sarebbero deliziate e presumibilmente crederebbero che meriteremmo di sperimentare l’equivalente del crollo dell’Unione Sovietica o della dinastia Qing, rispettivamente. Tra le catastrofi che si augurano a un avversario, i movimenti secessionisti che potrebbero portare a conflitti civili sono in cima alla lista. Le conseguenze economiche potrebbero essere gravi. Gli Stati Uniti d’America sono una vasta zona di libero scambio continentale, che crea un vasto mercato interno che ci fa stare tutti meglio. Scambiarlo con quello che potrebbe essere un mercato balcanizzato per Stato o regione sarebbe una grave perdita. Infine, il naufragio degli Stati Uniti causa le divisioni interne sarebbe un duro colpo al prestigio della democrazia liberale».

Stephen M. Walt, editorialista di ‘Foreign Policy‘ e professore di relazioni internazionali del centro Robert e Renée Belfer all’Università di Harvard, afferma: «il vantaggio unico dell’America è stato il suo status di unica grande potenza nell’emisfero occidentale, e quindi l‘unicaegemone regionalenella storia politica moderna. Espandendosi in tutto il Nord America, assimilando gli immigrati in arrivo e mantenendo alti tassi di natalità per molti anni, quelle che originariamente erano 13 colonie deboli e poco connesse sono diventate la più grande economia del mondo in poco più di un secolo».
Walt richiama la guerra di secessione, «la vittoria del Nord nella guerra civile fu un momento critico con implicazioni di vasta portata.
Preservare l’unione ha permesso al Paese di completare la sua espansione occidentale e alla fine di accumulare capacità che sminuivano i suoi vicini. Se il Sud avesse vinto la guerra e ottenuto l’indipendenza, i due Paesi risultanti sarebbero stati ciascuno più deboli e quasi certamente sarebbero rimasti rivali cauti per molti anni. Si può facilmente immaginare che i due Stati avrebbero combattuto di nuovo, e le potenze straniere si sarebbero intromesse negli affari emisferici alleandosi con il Nord o il Sud o con il Messico e il Canada. La politica internazionale nell’America settentrionale e centrale sarebbe diventata più simile al continente multipolare dell’Europa, dove le grandi potenze rivali si temevano a vicenda, si contendevano il potere e l’influenza e occasionalmente combattevano guerre punitive».
«
I movimenti secessionisti fanno parte della scena politica da molto tempo, ovviamente, e in genere non sono molto importanti». E però,«alcuni sondaggi suggeriscono che il sostegno a varie proposte secessioniste è sgradevolmente alto e un numero crescente di persone (prevalentemente di destra politica) è ora disposto a minacciare la violenza fisica contro i funzionari eletti che si oppongono».
Walt, sottolineando che «non è che l’impulso ‘ostruzionista secessionista’ sia interamente confinato alla destra politica», individua due
rischi. «Il più ovvio (e probabile) è che la polarizzazione e l’ostruzionismo rendono impossibile per il governo intraprendere un’azione tempestiva ed efficace in ambiti politici critici, indipendentemente da quale partito sia al potere. Devo ricordare agli americani che questa tendenza a spararci sui piedi è esattamente ciò su cui conta il Presidente cinese Xi Jinping ed è fondamentale per le affermazioni della Cina secondo cui ha un modello politico superiore? La possibilità meno probabile, ma più preoccupante, è che le divisioni esistenti si induriscano e le chiacchiere di oggi sulla secessione inizino a prendere un vero slancio politico. Penso che questo risultato sia probabile? Certamente no. Le Nazioni raramente si disgregano e le guerre civili sono ancora meno comuni tra le democrazie, a meno che -ecco la parte spaventosa- le loro istituzioni politiche siano deboli o in fallimento. Ma questo pericolo non dovrebbe essere completamente ignorato. Alcune democrazie si sono divise negli ultimi decenni e gli sforzi secessionisti possono essere una distrazione costosa anche quando alla fine falliscono».
«I discorsi ‘sciolti’ sulla secessione, l’opposizione ai vaccini, l’ignoranza del vigilantismo e l’incessante alimentare le guerre culturali minano ogni speranza di avere una politica estera di successo, per non parlare di vincere una gara geopolitica con un concorrente alla pari». E «se l’impulso secessionista dovesse mai prendere slancio e riuscire a frantumare il Paese, sperpererebbe la risorsa geopolitica più vitale degli Stati Uniti. O per dirla più semplicemente: ‘Insieme stiamo in piedi; separati cadiamo‘».

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