lunedì, 6 Febbraio
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USA – Russia: una coesistenza competitiva

La ‘guerra di parole’ degli scorsi giorni fra Joe Biden e il Presidente russo, Vladimir Putin, ha rilanciato in modo inatteso la questione dei rapporti fra Mosca e Washington dopo che – nonostante gli screzi sull’‘affaire Navalnyl’accordo raggiunto intorno alla proroga quinquennale del trattato New START sembrava avere riaperto la strada della collaborazione fra le due capitali. Ancora una volta, oggetto del contendere sono le presunte ingerenze russe nella vota politica statunitense, in particolare quello che sarebbe stato il ruolo svolto dal Cremlino nelle elezioni presidenziali del 2020 per favorire la rielezione di Donald Trump. La reazione russa è stata prevedibilmente dura. Fra l’altro, il presidente della commissione esteri del Consiglio della Federazione (la camera alta dalla Duma), Konstantin Kosachev, ha definito le dichiarazioni di Biden uno spartiacque nelle relazioni fra Stati Uniti e Russia, etichettandole come inaccettabili in qualsiasi circostanza e richiedendo scuse ufficiali, pena ritorsioni da parte di Mosca, che ha già ritirato il suo ambasciatore a Washington, ufficialmente “per consultazioni”, al fine di evitare che le relazioni bilaterali si degradino in maniera irreversibile”.

Che, con l’arrivo di Biden alla Casa Bianca, i rapporti fra Stati Uniti e Russia non sarebbero stati facili era un punto su cui tutti gli osservatori concordavano. Da vicepresidente, negli anni dell’amministrazione Obama, Biden aveva avuto una parte importante nel definire la strategia di Washington di fronte alla crisi ucraina; in seguito, da candidato alla presidenza, aveva abbracciato la posizione del Partito democratico riguardo al ruolo destabilizzante svolto da Mosca nelle elezioni del 2016. L’enfasi posta, in campagna elettorale, sul tema dei diritti umani era un altro elemento che lasciava prevedere possibili tensioni. Incidentalmente, proprio intorno al tema dei diritti umani si sono concentrate, in questi mesi, le critiche rivolte di Biden a vari Paesi, dalla Cina, all’Arabia Saudita, alla stessa Russia. Su questo sfondo, non stupisce che, dopo la vittoria nelle elezioni dello scorso novembre, Putin sia stato fra gli ultimi leader mondiali a congratularsi con Biden e che il tema delle presunte ingerenze russe nel voto di novembre sia stato già sollevato nel colloquio telefonico – peraltro definito “professionale e franco” (businesslike and frank) – che i due presidenti hanno avuto a fine gennaio.

La questione è, piuttosto, comprendere quali saranno le implicazioni concrete dell’ultimo ‘strappo’. Al di là del tono personale (che è stato ampiamente risentito nei circoli politici russi), l’attacco di Biden si inserisce, infatti, in un quadro di rinnovate tensioni fra Mosca e Washington. La nuova amministrazione statunitense ha espresso in più occasioni la volontà di contenere l’attivismo del Cremlino e di recuperare i margini di influenza perduti sotto quella precedente. Parallelamente, essa ha annunciato l’adozione di nuove sanzioni legate alla vicenda Navalny; anche il teatro cyber e i temi della propaganda e della disinformazione sembrano essere tornati al centro dell’attenzione. Tuttavia, è difficile che tutto questo porti a una ‘nuova guerra fredda’ fra Stati Uniti e Russia. Lo stesso Biden, proprio nell’intervista ‘incriminata’, ha sottolineato, anzi, la necessità di trovare con Mosca spazi di collaborazione. Vladimir Putin, dal canto suo, nel rispondere alle accuse, ha inviato la controparte a un colloquio chiarificatore. La stessa formula con cui l’ambasciatore russo è stato richiamato a Mosca sembra segnalare più la volontà di tenere aperti degli spazi di dialogo che quella di radicalizzare lo scontro oggi in atto.

Al di là della rivalità di fondo, fra Stati Uniti e Russia esistono numerosi ambiti di possibile collaborazione. Il principale ostacolo allo sviluppo di tale collaborazione è la sostanziale sfiducia che i due Paesi nutrono l’uno nei confronti dell’altro, alimentata anche da due visioni confliggenti dell’ordine internazionale. Questo, tuttavia, non esclude la possibilità di convergenzetattiche’ su questioni specifiche, come è stato nel caso del trattato New START. Il dossier cinese e quello iraniano rappresentano solo due altri possibili ambiti di convergenza. Quello che sembra configurarsi è, quindi, uno scenario sfaccettato, in cui la ‘vecchia’ rivalità ‘ideologica’ cede il posto a una competizione legata a interessi contrastanti ma che non esclude riavvicinamenti ove questi dovessero dimostrarsi abbastanza paganti. Con una terminologia ‘da guerra fredda’ di potrebbe parlare di ‘coesistenza competitiva’. Gli alti e bassi che hanno segnato i rapporti fra Washington e Mosca negli anni della presidenza Trump sembrano, quindi, destinati a durare, anche se – alla luce del pragmatismo di fondo cui pare ispirarsi l’azione di Mosca e Washington – difficilmente essi potranno condurre a un vero punto di rottura.

Gianluca Pastori
Gianluca Pastori
Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, International History e Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali. Collabora con vari enti di ricerca e formazione pubblici e privati, fra cui l’ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, dove è Associate Research Fellow per il programma Relazioni Transatlantiche. Fra i suoi ultimi saggi: The Atlantic Alliance, NATO, and the Post-Arab Springs Mediterranean. The Quest for a New Strategic Relevance (2021); Una distensione mancata? L’amministrazione Trump e il nodo dei rapporti con la Russia (2021); Il dilemma del multilateralismo. Washington e il mondo, fra impegno collettivo e “America first” (2019).
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