sabato, Ottobre 23

Usa – Russia: sale la tensione

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Come ha dichiarato il generale Philip Breedlove, comandante supremo alleato in Europa, queste manovre militari costituiscono «una chiara indicazione che la nostra Alleanza ha la capacità e volontà di rispondere alle emergenti sfide alla sicurezza sui nostri fianchi meridionale e orientale». Lo stesso Breedlove ha poi affermato che la Russia avrebbe riposizionato le proprie forze a ridosso dei confini ucraini in preparazione di una vera e propria offensiva militare: «Molte attività dei Russi sono in linea con la preparazione di una nuova offensiva», ha dichiarato esplicitamente Breedlove. Sulla stessa lunghezza d’onda si è sintonizzato l’altro ‘pezzo da novanta’ delle forze Usa in Europa, il generale Ben Hodges, il quale, parlando grosso modo degli stessi argomenti, ha concluso che: «non è una supposizione. Esiste una minaccia russa […]. La Russia non vuole un confronto militare con la Nato. Si premura che la temperatura non arrivi a 100°, mantenendola però a 90-95°». Dalla base Nato di Trapani Birgi, il vicesegretario della Nato Alexander Vershbow ha rincarato la dose, accusando pubblicamente la Russia di «aver illegalmente annesso la Crimea, appoggiare i separatisti in Ucraina ed entrare nella guerra siriana dalla parte di Assad, creando così una situazione potenzialmente più pericolosa di quella della Guerra Fredda». Le preoccupazioni espresse da Breedlove, Hodges e Vershbow hanno portato la Commissione per le Forze Armate della Camera ad includere nel budget della Difesa per il 2016 una spesa di 200 milioni di dollari necessari ad assicurare ulteriore sostegno militare all’Ucraina.

«L’articolo 5 resta valido, quindi i Paesi baltici non si toccano», ha tuonato il presidente Obama, lasciando intendere più o meno consapevolmente che l’Ucraina era ormai andata, sebbene secondo fonti americane ed europee riportate dal ‘New York Times, il Pentagono si sia preparato a dispiegare mezzi e armi pesanti in Estonia, Lettonia, Lituania e in diversi Paesi dell’Europa orientale allo scopo ufficiale di scoraggiare e impedire aggressioni da parte della Russia. Nel febbraio 2016, la Cnn’ ha rivelato che gli Usa avevano inviato una partita di 5.000 tonnellate di munizioni in Germania e immagazzinato una notevole quantità di materiale militare pesante, tra cui carri armati ed artiglieria, all’interno di alcune caverne della Norvegia fortificate all’epoca della Guerra Fredda lungo il confine orientale, in prossimità della città di Murmansk, che ospita la flotta russa del Mare del Nord. Il colonnello William Bentley ha spiegato che lo stoccaggio di tutte queste armi era destinato ad «accelerare la risposta militare in caso di crisi» che sarebbe stata testata mediante l’esercitazione Nato Cold Response, con lo spiegamento di oltre 6.5000 veicoli militari adatti ad operare in climi di freddo estremo. Pochi giorni prima che la ‘Cnn’ trasmettesse la notizia, il segretario della Nato Jens Stoltenberg aveva pubblicamente applaudito alla decisione del Pentagono di aumentare di ben quattro volte (da 785 milioni a 3,4 miliardi di dollari a partire dal 2017) i finanziamenti necessari a sostenere il rafforzamento della presenza militare statunitense in Europa.

Secondo quanto documentato dallo Stockholm International Peace Research Institute (Sipri), l’intensificazione delle manovre Nato in prossimità dei confini russi è alla base di una corsa al riarmo di dimensioni mai viste fin dal termine della Guerra di Corea. Da allora in poi, l’andamento dei bilanci militari di quasi tutti i membri della Nato, in percentuale del Pil, era andato declinando anche durante i periodi di maggiore tensione con l’Unione Sovietica. Il fenomeno investe in modo particolare i Paesi dell’Europa orientale, che nel 2015 hanno incrementato le spese militari rispetto all’anno precedente in misura esorbitante: la Repubblica Ceca del 3,7%, l’Estonia del 7,3%, la Lettonia del 15%, la Lituania del 50%, la Norvegia del 5,6%), la Polonia del 20%, la Romania del 4,9%, la Repubblica Slovacca del 7% e la Svezia del 5,3%. Come osserva giustamente l’analista irlandese Finian Cunningham «significativamente, la maggior parte dei membri europeo-occidentali della Nato riduce o congela le spese militari, come Francia, Germania, Italia, Portogallo, Danimarca e Spagna. Tra i maggiori acquirenti militari, la Polonia ha il maggiore esborso finanziario con circa 35 miliardi di dollari anni fino al 2022. Lituania, Lettonia ed Estonia dedicano cifre molto minori in termini assoluti, ma che assumono dimensioni spaventose se rapportate alle dimensioni delle economie baltiche». Di questo sforzo dell’Europa orientale sostenuto dai meccanismo della Nato ha beneficiato naturalmente il ‘complesso militar-industriale’ Usa, confermatosi il principale produttore e venditore di armi nel mondo. Sono infatti ben 38 le aziende statunitensi presenti nella graduatoria delle Top-100, e da sole riescono per di più a gestire qualcosa come il 54% del mercato globale. Lockheed Martin, industria strettamente connessa all’establishment di Washington, ha avuto modo di consolidare il proprio primato planetario vendendo nel solo 2014 oltre 37 miliardi di dollari di armamenti.

 

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