domenica, Ottobre 17

USA – Russia: Addis Abeba, un’occasione mancata Sarebbe stato più saggio e producente incontrare Lavrov allo Sheraton di Addis Abeba, aprendo un dialogo che possa far maturare un compromesso

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Mosca e Washington sono entrati in un gelo dei rapporti diplomatici dal 2016 quando i russi furono accusati di aver interferito con le elezioni presidenziali americane, a favore di Donald Trump, uscito vittorioso sulla rivale democratica Hillary Clinton.

Le accuse, mai realmente comprovate, furono l’arma che i Democratici usarono per quasi un anno per delegittimare l’Amministrazione Trump in un contesto socio politico estremamente polarizzato.

Trump è rimasto al potere e l’impeachement ipotizzato non è stato tentato seriamente, evidenziando che il grande capitale americano neccesita maggiormente di una politica protezionista “America First” ( di cui Trump è l’esponente più mediatico) e del rilancio della industria pesante,  rispetto alla New Economy e lo sviluppo di energie alternative proposto dai Democratici.

Questa scelta si riflette sulla politica estera che ora sembra pervasa dalla parola d’ordine “disimpegno” dopo le catastrofiche avventure militari in Iraq e Afganistan, ancora in essere.

La Hillary, alla Presidenza, avrebbe aperto nuovi fronti sopratutto in Africa per difendere gli interessi economici americani e fermare l’avanzata di Mosca e Pechino nel continente.

Al contrario Trump sta applicando una politica debole incapace di bloccare l’avanzata in Africa di nuovi attori internazionali che si traduce in una riduzione della influenza americana e delle importazioni di materie prime e idrocarburi dall’Africa. Il secondo effetto è paradossalmente considerato come in incentivo a promuovere le riserve energetiche americane a scapito dell’ambiente e della salute dei cittadini.

L’ Amministrazione Trump non è riuscita a far cadere il dittatore Nkurunziza nel piccolo paese africano del Burundi né ad imporre una svolta democratica in Congo per superare lo sciagurato regime di Kabila. In Sud Sudan la guerra civile continua mentre il ruolo di attore di primo piano per il riposizionamento strategico occidentale in Africa Occidentale è giocato dalla Francia.

Un disperato tentativo di mantenere il controllo sulla regione ed evitare il collasso economico in Madre Patria qualora le colonie africane sotto il giogo francese  ottenessero una vera indipendenza dopo quella teleguidata degli Anni Sessanta.

Terrorismo e controllo dei flussi migratori africani sono barzellette offerte dalla propaganda italo francese ad una opinione pubblica decurtata del senso critico, per nascondere amare verità.

Gli sforzi militari americani in Libia e Africa Occidentale sembrano subordinati agli interessi della Francia. Solo in Somalia gli Stati Uniti agiscono in autonomia contro i terroristi  di Al-Shabbab creando però una ecatombe di vittime civili causa i bombardamenti con i droni.

L’unico successo diplomatico riportatato da Tillerson è stata la pace tra i due leader kenioti: Huru Kenyatta presidente e capo della coalizione al governo Jubilee Party e Raila Odinga leader della coalizione d’opposizione National Super Alliance NASA. Una pace fondata sull’impegno di lavorare insieme per risolvere i gravi problemi economici, politici e sociali del Paese e firmata due ore prima dell’arrivo a Nairobi di Tillerson.

Il successo diplomatico americano è compromesso dalla natura della pace. Odinga non aveva riconosciuto i risultati elettorali nel nel agosto 2017 (annullati dalla Corte Suprema) e riconfermati nel ottobre 2017. Si era addirittura proclamato «Vero Presidente del popolo kenyota». L’improvvisa pace con il rivale Kenyatta sembra una riedizione del 1997 dove Odinga, dopo aver duramente contestato i risultati elettorali, accettò di collaborare con il dittatore Arap Moi, impedendo un vera svolta democratica.

In effetti sembra che la pace fatta con Kenyatta sia una decisione unilaterale ed opportunista di Odinga non condivisa dai suoi alleati politici. Kalonzo Musyoka, Musalia Mudavadi e Moses Wetang’ula, leader della NASA, hanno affermato in un comunicato stampa di non essere stati informati dell’accordo e hanno definito Odinga un traditore.

Per Washington il Kenya è un paese strategico. L’alleanza ha l’obiettivo di difendere gli interessi americani nell’Africa Orientale. La pace tra Kenyatta e Odinga non risolve ma rimanda la crisi politica al futuro, pronta a ripresentarsi in forma ancora più virulenta a causa di storici problemi sociali ed etnici mai risolti.

L’apparente successo diplomatico riportato da Tillerson è in realtà una sconfitta. L’ Amministrazione  Trump aveva puntato su Odinga ma è stata costretta ad accettare Kenyatta come Presidente anche se sono noti gli attriti con gli Stati Uniti e le simpatie verso Mosca e Pechino.

Gli Stati Uniti godono ancora dell’onda lunga degli investimenti decisi dall’Amministrazione Obama che, per quanto riguarda l’Africa Orientale, da 13 billioni di dollari all’anno di scambi economici di prodotti non petroliferi si è raggiunto la cifra record di 30 billioni.

Eppure il rinnovo degli accordi economici AGOA è ancora sospeso come del resto il rinnovo degli accordi con Unione Europea. I dirigenti africani li definiscono accordi capestro e preferiscono fare affari con i Paesi del BRICS. Questo stallo obbliga Washington e Bruxelles a cercare accordi con i singoli Stati africani indebolendo la loro influenza e potere di persuasione.

I principali partner per l’approvigionamento di petrolio rimangono Angola e Nigeria ma il volume d’affari annuo è sceso a 8,5 billioni di dollari. Il Presidente Trump sta privilegiando l’estrazione di petrolio sabbioso con il Canada e sta riavviando l’industria del carbone americana. Due fonti energetiche altamente inquinanti ma vitali per gli interessi dell’industria pesante americana storicamente insensibile alle problematiche ambientali.

Se il regime di Maduro in Venezuela cadrà gli Stati Uniti avranno nuovamente accesso al petrolio venezuelano che supera in quantità i rifornimenti angolani e nigeriani costando meno della metà visto la prossimità geografica del Venezuela.

Gli investimenti su fonti energetiche pulite in Africa decisi da Barak Obama sono stati congelati in quanto non fonte di guadagni diretti per la classe imprenditoriale americana classica che si basa sul principio di immediati profitti a tutti i costi e supportata da piccola borghesia, proletariato e sottoproletariato del profondo Sud, base elettorale di Trump.

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