lunedì, Ottobre 18

Usa, ripensare la strategia nello Yemen

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Quanti cambiamenti in pochi mesi! Le dichiarazioni del Presidente USA Barack Obama, fatte a settembre 2014, in merito allo Yemen quale dimostrazione del successo americano nell’arginare il radicalismo islamico in Medio Oriente sono ormai prive di fondamento.

Facendo riferimento alla guerra americana al terrore e a come intendeva sbaragliare l’estremismo a livello mondiale, il Presidente Obama ha dichiarato: «Questa strategia che consiste nell’eliminare i terroristi che ci minacciano, sostenendo i nostri partner sul fronte è la stessa che attuiamo da anni con successo nello Yemen e in Somalia. Ed è in linea con l’approccio che ho descritto all’inizio di quest’anno: usare la forza contro chiunque minacci gli interessi fondamentali dell’America, ma mobilitare per quanto possibile i partner per affrontare le più ampie sfide di ordine internazionale».

Sono trascorsi quasi cinque mesi e la Repubblica dello Yemen si è quasi disintegrata, oppressa da una povertà paralizzante, profonda instabilità politica e crescenti disordini civili, mentre i militanti di Al Qaeda hanno totalizzato più vittorie contro lo stato di quanto chiunque sia disposto ad ammettere.

“La mancanza di obiettività politica e tattica di Washington la dice lunga. È quasi ridicolo che il Presidente Obama additi lo Yemen come simbolo di successo. Non era vero a settembre e di certo non è vero oggi”, ha sottolineato Mojtaba Mousavi, analista politico in Iran e caporedattore di Iran’s View. “La politica antiterrorismo del Presidente Obama è nel caos più totale. Che si parli dello Yemen o della Siria, è evidente che l’America ha adottato politiche sbagliate, seguendo dinamiche prive di qualsiasi obiettività. Esiste un’enorme differenza tra gestire realtà concrete, affrontando i problemi di petto, e fantasticare realtà che corrispondono alla propria sensibilità politica. Obama ha sognato ad occhi aperti la propria avanzata contro Al Qaeda e il radicalismo, lo Yemen ne è solo un esempio”, ha aggiunto.

Anche se il Presidente USA non è riuscito a prevedere la caduta del Presidente yemenita Abdo Rabbo Mansour Hadi, puntando sul cavallo politico sbagliato, è evidente che qualunque politica il Pentagono adotti nello Yemen richiederà notevoli aggiustamenti ora che Ansarallah, il braccio politico degli Houthi, spadroneggia sulla mappa di potere dello Yemen. Dato che Hadi è apparentemente prossimo ad andar via, dopo aver annunciato le proprie dimissioni il 22 gennaio (il Parlamento deve ancora ufficialmente ratificare l’abbandono), Washington è a corto di validi alleati a Sana’a. E anche se i potenti Houthi professano da tempo il proprio disprezzo per Al Qaeda, il gruppo ha reso chiaro che non approva la campagna USA dei droni nello Yemen.

Con l’affiorare di nuove realtà nello Yemen, i funzionari USA avranno probabilmente bisogno di rivedere e rimodellare il proprio approccio anti-terrorismo, altrimenti Washington rischia di essere messa da parte o addirittura rimpiazzata.

 

La posizione di Washington nello Yemen

L’alleanza di lunga data Washington-Sana’a contro il terrorismo potrebbe trovarsi di fronte alla sua più grande sfida. Più di dieci anni dopo che l’ex Presidente Ali Abdullah Saleh ha fatto visita all’ex Presidente USA George W. Bush, in seguito agli attacchi dell’11 settembre, offrendo il proprio sostegno nella lotta contro Al Qaeda, i due alleati si trovano in un guazzabuglio politico. Tuttavia, comunque la si guardi, la guerra americana al terrore ha raggiunto una fase di stallo nello Yemen.

Mentre i politici e gli esperti lavorano per valutare e rettificare questo nuovo dilemma politico, costruendo nuovi ponti e negoziando nuove alleanze politiche nello scenario in rapido cambiamento dello Yemen, gli esperti contestano non tanto la capacità di Washington di andare avanti, quanto il successo auto-proclamato di Obama.

A settembre 2014, Ishaan Tharoor ha scritto per il ‘Washington Post’: «Né in Somalia, né nello Yemen la minaccia agli interessi di sicurezza americani sembra prossima a essere neutralizzata. Le azioni USA hanno forse accerchiato dei gruppi di militanti, ma la carenza di soluzioni politiche genuine sul campo implica che le loro fonti di sostegno e di forza rimangono». Un’aspra critica della strategia USA in Medio Oriente e, più nello specifico,della controversa campagna dei droni nello Yemen, che è diventata il punto di riferimento del governo Obama, Tharoor sostiene che «lo Yemen e la Somalia rappresentano un esempio di infamia non di successo».

Facendo eco all’analisi di Tharoor, Tony Karon ha espresso la seguente valutazione in un pezzo per ‘Al-Jazeera’ a settembre: «Il confronto [Yemen/Somalia] enfatizza il messaggio che “definitivamente” è la parola chiave nella promessa di Obama di “distruggere definitivamente” [lo Stato islamico]. Sia nello Yemen che in Somalia, il nemico americano resta alquanto intatto e attivo, e l’approccio USA è finora riuscito a gestire e contenere la minaccia, ma non a distruggerla».

Nel bene e nel male e nonostante molta opposizione dai gruppi di destra, il governo Obama ha fondato la sua strategia antiterrorismo nello Yemen sulle capacità dei servizi militari e di intelligence di colpire gli operativi di Al Qaeda e altri affiliati radicali da lontano, ricorrendo ai droni. “Ed è stata questa la goccia che ha fatto traboccare il vaso”, ha dichiarato Mousavi a L’Indro. “Mentre gli yemeniti avrebbero voluto un’alleanza anti-terrorista tra Sana’a e Washington, un’alleanza che promuovesse i loro interessi e che sostenesse allo stesso tempo la guerra mondiale contro il terrore, i droni invece hanno solo contribuito a rafforzare la sfiducia e il risentimento nei confronti degli USA”.

“La campagna dei droni di Obama ha essenzialmente posto fine a qualsiasi speranza di cooperazione significativa con lo Yemen in quanto ha ignorato il benessere dei cittadini e ha calpestato la sovranità territoriale dello Yemen”, ha aggiunto.

Washington ha visto nei droni un vantaggio tattico militare, mentre altri, tra cui Jeremy Scahill, hanno paragonato la tattica americana dei droni a un assassinio, sostenendo che le vittime civili superano di gran lunga i vantaggi di una bassa impronta militare. Durante un’apparizione su MSNBC a marzo 2012, Scahill, corrispondente di guerra ed esperto sullo Yemen, ha espresso una secca valutazione della politica del Presidente Obama nello Yemen. Ricordando un attacco particolarmente sanguinoso nel paese yemenita di Al Majalah, Scahill ha riferito:

«Se si visita il paese di Al-Majalah nello Yemen, dove io sono stato, osservando le bombe inesplose,leggendo l’elenco delle vittime e guardando le prove fotografiche, come ho fatto io – si può constatare che donne e bambini sono stati le vittime principali di questo primo attacco autorizzato da Obama nello Yemen – quelle persone sono state assassinate dal Presidente Obama, dietro i suoi ordini, perché si credeva che ci fosse qualcuno di Al Qaeda in quell’area. Solo una persona che aveva una qualche connessione con Al Qaeda è stata poi identificata lì. 21 donne e 14 bambini sono stati uccisi durante l’attacco e gli USA hanno cercato di insabbiare il fatto, dicendo che si trattava di un attacco yemenita, e sappiamo dai cablogrammi di Wikileaks che David Petraeus ha cospirato con il Presidente dello Yemen per mentire al mondo sugli autori di quel bombardamento. È omicidio – è omicidio di massa – se si dice, “Bombarderemo quest’area perché riteniamo che un terrorista si trovi lì, ben sapendo che ci sono anche donne e bambini. Gli Stati Uniti hanno l’obbligo di non bombardare una zona se credono che ci siano donne e bambini. Mi spiace, ma questo è omicidio».

 

Rimodellare l’amicizia

E se il Presidente Hadi può aver ambito a promuovere gli interessi di Washington nello Yemen, scegliendo di allinearsi con la Casa Bianca per ottenere aiuto, il nuovo ordine politico yemenita potrebbe essere meno incline a farlo. Con lo slogan “Morte all’America e morte a Israele”, gli Houthi non sono esattamente i partner ideali per Washington nella regione, anche se il desiderio dei primi di distruggere Al Qaeda eguaglia quello dei secondi.

Hussain Al Bukhaiti, membro dell’ufficio politico di Ansarallah, ha riferito a L’Indro, in un commento esclusivo, che i funzionari USA hanno già contattato la “leadership Houthi/Ansarallah”in un tentativo di riavvicinamento politico e diplomatico. “Non sono nella posizione di discutere quanto è stato detto, ma è chiaro che Washington sta facendo di tutto per stringere nuove relazioni a San’a. Ansarallah si è presentato come un efficace intermediario di potere e naturalmente gli USA hanno avviato le trattative”.

In un articolo del 29 gennaio, il ‘Washington Post’ ha riportato le parole di un funzionario USA per la difesa: «Abbiamo contatti informali [con gli Houthi]. Non è insolito per noi comunicare con loro, anche prima che succedesse tutto questo»

Il fatto che siano state aperte delle vie di comunicazione, non vuol dire che sia stato raggiunto un accordo. È comunque evidente che il Pentagono sta coltivando una nuova amicizia. «Dobbiamo cercare di non infiammare la situazione aprendo il fuoco inavvertitamente su combattenti Houthi», ha dichiarato un alto funzionario USA al ‘Washington Post’, aggiungendo: «Loro non sono il nostro obiettivo militare. È AQAP e dobbiamo restare concentrati su quello».

Anche se i funzionari sia nello Yemen che negli USA non si lasciano sfuggire nulla in merito a una potenziale cooperazione Houthi-USA, Al Bukhaiti ha confermato che Washington ha già fornito il proprio «sostegno ai combattenti Houthi contro Al Qaeda».

“Ansarallah promuoverà sempre gli interessi yemeniti. Se l’America si dimostrerà un partner adeguato per lo Yemen, è ovvio che appoggeremo pienamente la cosa. Sosterremo qualsiasi decisione adotteranno gli yemeniti. Il nostro obiettivo è contribuire alla costruzione di uno stato democratico forte e per Al Qaeda non c’è spazio,” ha sottolineato Al Bukhaiti.

 

Rapidi cambiamenti

Ma mentre i funzionari USA stanno già sistemando le loro pedine per affrontare le realtà politiche in continua evoluzione e cambiamento dello Yemen, fare previsioni sul futuro è diventato in effetti un arduo compito. In definitiva, lo Yemen è diventato più difficile da interpretare di una sfera di cristallo.

Nel giro di alcune settimane, lo Yemen ha visto il Presidente, il Primo Ministro e diversi ministri dimettersi in protesta contro Ansarallah. Il 22 gennaio, dopo alcuni giorni di impasse politica tra il Presidente Hadi e Ansarallah, Hadi ha dato le dimissioni, seguito a ruota dal Primo Ministro Khaled Baha. Hadi, che ha servito l’ex Presidente Saleh per oltre un decennio, ha incolpato gli Houthi, che hanno preso il controllo di Sana’a,di aver ostacolato il suo tentativo durato due anni di guidare lo Yemen verso la stabilità dopo anni di disordini tribali e secessionisti.

Anche se le dimissioni di Hadi non sono state formalmente accettate dal Parlamento, “Lo Yemen è una repubblica senza un comandante, simbolo di uno stato distrutto”, ha dichiarato Anthony Biswell, analista politico in un commento per L’Indro. E qui si cela il vero pericolo. Mentre i politici e i leader delle tribù cercheranno di assicurarsi il controllo politico, stringendo nuove alleanze contro le vecchie amicizie politiche, Al Qaeda sta riprendendo piede nelle province meridionali dello Yemen, espandendo la sua presa sulle province ricche di petrolio di Shabwa e Marib, spingendo lo stato a muoversi contro le sue posizioni.

Nel tentativo di tenere Al Qaeda sotto controllo mentre lo Yemen prepara la sua prossima mossa, un drone guidato dagli USA ha colpito dei militantidi Al Qaeda il 29 gennaio a Marib, nel cuore del nuovo fronte terrorista yemenita, uccidendo tre sospetti terroristi. Ma senza una chiara strategia e senza una cooperazione significativa, alcuni attacchi non possono fare molto più che ostacolare temporaneamente i progressi di Al Qaeda in uno Yemen sempre più povero.

In mezzo a tanta incertezza si erge un’unica dolorosa verità, a beneficiare di questi disordini è stata un’unica realtà: Al Qaeda.

 

Traduzione di Maria Ester D’Angelo Rastelli

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