domenica, Ottobre 17

USA ridotti al terziario

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Come è noto, gli Stati Uniti, prima società ‘post-industriale’, sono stati i primi a subire gli effetti della delocalizzazione da parte delle loro imprese, indotta dalle politiche neoliberiste portate avanti dai governi Reagan, Bush senior, Clinton e Bush junior, con la sottoscrizione di accordi di libero scambio quali il Nafta e la rimozione progressiva di tutte le barriere a protezione del mercato interno. Da avanguardia capitalistica quali erano, gli Usa tracciarono, quindi, il sentiero che avrebbero progressivamente percorso tutti gli altri Paesi industrializzati, facendo sì che nell’arco di trent’anni (1980-2010), gli investimenti esteri della Francia crescessero dal 3,6 al 57% del Pil, quelli della Germania dal 4,7 al 45,7%, quelli dell’Italia dal 6 al 28%. Secondo alcuni calcoli, se quella ricchezza fosse rimasta entro i rispettivi confini nazionali, la Francia avrebbe creato 5,9 milioni di posti di lavoro, la Germania 7,3 milioni e l’Italia 2,6 milioni  -non è un caso se tutti i Paesi che hanno fatto massiccio ricorso alla delocalizzazione sono stati scavalcati nelle classifiche internazionali.

Per gli Usa le cose stanno in maniera ancora peggiore, poiché l’impatto della delocalizzazione degli impianti produttivi verso i Paesi che offrono serbatoi pressoché inesauribili di manodopera a basso costo è stato letteralmente devastante.
Un’inchiesta del ‘New York Times’ risalente al 2006 ha documentato l’impatto sul settore automobilistico della deindustrializzazione indotta dalla delocalizzazione. Secondo le rivelazioni dell’autorevole quotidiano newyorkese, il trasferimento di centinaia di migliaia di posti di lavoro all’estero ha fatto sì che nelle città assurte negli anni ’20 a capitali mondiali dell’automobile la disoccupazione dilagasse e i lavoratori pensionati superassero per numero quelli occupati nel settore stesso. Come conseguenza, metropoli come Detroit si sono trasformate in città fatiscenti, in cui l’aumento degli individui ridotti sul lastrico a causa della perdita del lavoro ha favorito una vera e propria proliferazione incontrollata della criminalità.

Il calo dei posti di lavoro disponibili non è, tuttavia, imputabile unicamente alla delocalizzazione, ma anche alla progressiva introduzione di macchine che hanno gradualmente sostituito i colletti blu, i quali sono stati costretti a riciclarsi nei campi lavorativi comunemente rientranti nel settore terziario.

L’effetto diretto di questo processo è stato l’affermazione del comparto dei servizi a scapito di quello manifatturiero in tutte le economie mature, che in epoche precedenti erano state investite da poderosi processi di industrializzazione.
In Gran Bretagna, Paese da cui ebbe origine la Rivoluzione Industriale, l’occupazione manifatturiera era al 45% alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, per poi scendere a poco più del 30% ed attestarsi su quel livello fino ai primi anni ’70, quando ha cominciato a crollare. Attualmente, il settore industriale impiega meno del 10% della forza lavoro complessiva del Paese.
In Svezia, l’occupazione nel settore manifatturiero ha raggiunto un picco del 33% intorno alla metà degli anni ’60, per poi precipitare a valori di poco superiori al 10%.
Anche in Germania, la più moderna potenza industriale del mondo, l’occupazione manifatturiera ha raggiunto il picco del 40% verso il 1970, e da allora ha cominciato a diminuire a ritmo costante.
Negli Stati Uniti, ai primordi del XIX Secolo, il settore manifatturiero impiegava meno del 3% della forza lavoro, ma la sua vertiginosa espansione lo portò ad assorbire, nel 1962, qualcosa come il 25-27% della massa lavoratrice. Da allora, è iniziata la deindustrializzazione che ha portato, negli ultimi anni, a una quota occupazionale inferiore al 10%. Nello specifico, l’occupazione nell’industria manifatturiera divenne assoluto a partire dal 1980 e dieci anno dopo il numero degli impiegati nel settore era sceso a 17,7 milioni di unità mentre, nel corso dello stesso decennio, l’occupazione totale era aumentata da 90 a 108 milioni di persone.

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