venerdì, Dicembre 3

USA: Repubblicani verso la ‘traversata nel deserto’ L’assalto al Campidoglio e le violenze che sono seguite aprono per il GOP una lunga ‘traversata nel deserto’ dalla quale il ruolo di Trump all’interno del partito uscirà drasticamente ridimensionato

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Gli incidenti del 6 gennaio a Capitol Hill rischiano di avere – nel medio/lungo periodo – ricadute importanti sulla vita politica statunitense. Sul piano del funzionamento della ‘macchina istituzionale’ il loro impatto è stato, di fatto, nullo. Seppure con qualche ora di ritardo, il Congresso ha, infatti, ratificato formalmente la pronuncia del Collegio elettorale del 14 dicembreproclamando Joe Biden quarantaseiesimo Presidente degli Stati Uniti e sancendo ufficialmente la fine del lungo iter elettorale. Donald Trump ha annunciato la sua intenzione di volere garantire una transizione dei poteri ‘tranquilla e ordinata’ e ha ammesso per la prima volta la sconfitta subita il 3 novembre. Sul piano formale, la strada che porterà all’insediamento del prossimo 20 gennaio appare, quindi, sostanzialmente spianata. Anche le dichiarazioni di Biden e del suo entourage di non volere avviare, nei confronti del Presidente uscente, una procedura di rimozione dell’incarico ex XXV emendamento, né una procedura formale di impeachment (resa, peraltro, difficoltosa dai tempi stretti a disposizione) sembrano destinate a ridurre almeno in parte – le tensioni che si sono accumulate nelle ultime settimane.

Le cose appaiono, tuttavia, diverse per quanto riguarda il futuro del Partito repubblicano. L’assalto al Campidoglio e le violenze che sono seguite hanno spinto molti esponenti del GOP a prendere le distanze da quanto stava accadendo e dalle posizioni di un Presidente ritenuto troppo acquiescente verso l’azione dei suoi sostenitori. In forma più o meno esplicita, critiche sono giunte dai capigruppo delle due Camere, Mitch McConnel e Kevin McCarthy; da figure ‘di peso’ dell’amministrazione, come il Segretario di Stato, Mike Pompeo, e il Procuratore generale, William Barr; dall’ex Presidente George W. Bush, da importanti finanziatori del partito e da numerosi congressmen, anche vicini allo stesso Trump, come il senatore dell’Arkansas, Tom Cotton, o quello del South Carolina, Lindsey Graham. Queste prese di distanza hanno contribuito a rendere più agevole la ratifica del voto del Collegio elettorale (con alcuni senatori repubblicani che hanno rinunciato, in tutto o in parte, alle proprie obiezioni) e, nel complesso, hanno posto in evidenza l’isolamento della Casa Bianca che, anche nell’invitare i dimostranti a ‘tornare a casa in pace’, non aveva rinunciato a parlare di ‘elezioni rubate’.

Da questo punto di vista, nonostante gli sforzi fatti, negli ultimi quattro anni, per riplasmare il profilo del Partito repubblicano ‘a sua immagine e somiglianza’, un simile stato di cose rischia di porre un’ipoteca importante sul futuro politico di Donald Trump. Agli occhi degli esponenti del ‘mainstream’, i fatti degli scorsi giorni confermano la pericolosità di una strategia di polarizzazione dello scontro politico che trasferisce troppo potere nelle mani degli elementi più radicali e che rischia sempre di sfuggire al controllo di quanti l’hanno promossa. Agli occhi degli ‘hardliner (che pure, dentro il partito, costituiscono un elemento importante) essi mettono invece in luce i limiti che un politico ‘non professionista’ come Donald Trump incontra nel canalizzare in forme compatibili con il ‘gioco democratico’ le logiche potenzialmente eversive dei movimenti di protesta estrema. È chiaro che – dopo gli eventi del 6 gennaio – per il GOP si apre la prospettiva di una lunga e difficile ‘traversata del deserto’; traversata i cui esiti sono quanto mai incerti. Altrettanto chiaro sembra, tuttavia, che da questa traversata il ruolo di Trump all’interno del partito uscirà drasticamente ridimensionato.

Ovviamente, un GOP senza Trump l’eventuale scomparsa di Trump dalla scena politica significano necessariamente la fine del trumpismo. Per quattro anni, il Presidente ha dato voce e visibilità a una fetta importante dell’opinione pubblica statunitense; un mondo che – più che non sentirsi rappresentato dalla realtà dalla politica ‘istituzionale – nutre verso quest’ultima un senso di sostanziale estraneità. Non è un fenomeno specifico degli Stati Uniti né riconducibile al solo emergere del ‘fenomeno Trump. Proprio per questo, esso appare destinato a durare e a riaffiorare periodicamente, anche alimentando atteggiamenti ‘trumpiani’ da parte di alcune figure che, nelle scorse ore, hanno voluto prendere le distanze dal Presidente. Con o senza Trump, il trumpismo sembra, quindi, destinato a divenire una componente duratura del panorama politico statunitense, se non altro perché, in questi anni, ‘The Donald’ è riuscito a imporre molti temi della sua agenda sia al GOP sia a segmenti importanti del Partito democratico e perché l’insoddisfazione di una parte crescente dell’opinione pubblica è aumentata, producendo l’humus che ha alimentato, fra l’altro, proprio gli scontri del 6 gennaio.

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