sabato, Dicembre 4

USA: repubblicani divisi sulla battaglia persa di Trump Fra gli elettori repubblicani, la convinzione della bontà della causa del Presidente uscente rimane forte, con tutto ciò che questo può significare per la compattezza del partito

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Mentre la procedura per il passaggio di consegne alla Casa Bianca prosegue e il Presidente eletto Joe Biden compone, a poco a poco, il puzzle della sua amministrazione (l’ultima casella ‘importante’ ad essere stata riempita è stata quella del Segretario alla difesa, posizione per cui è stato proposto il nome dell’ex generale Lloyd Austin), la battaglia legale di Donald Trump contro gli esiti del voto dello scorso 3 novembre prosegue. risultati non sembrano, al momento, incoraggianti. Le istanze presentate dal Presidente e dal suo comitato elettorale sono state, nella maggior parte di casi, rigettate, mentre i grandi finanziatori, che avevano cominciato ad abbandonare il Presidente uscente già nelle ultime settime di campagna elettorale, sembrano avere accentuato la loro distanza. Anche il Procuratore generale William Barr, negli scorsi giorni, ha confermato come non vi siano prove di frodi su larga scala, né, tantomeno, di portata tale da mettere in discussione l’esito del voto. Quella di Trump appare quindi, sempre più una battaglia persa, anche se i vari comitati a lui riconducili continuano a raccogliere – e stanziare – fondi per tenere aperto il fronte giudiziario.

Tuttavia, intorno alla vicenda, il fronte repubblicano continua ad apparire spezzato. L’iniziativa del Procuratore generale del Texas, Ken Paxton, che si è appellato alla Corte suprema per invalidare gli esiti del voto in Georgia, Michigan, Pennsylvania e Wisconsin (Stati che avrebbero “sfruttato la pandemia di COVID-19 per giustificare il mancato rispetto delle leggi elettorali federali e statali e introdurre illegalmente cambiamenti dell’ultimo minuto, distorcendo così i risultati delle elezioni generali del 2020”), per esempio, ha raccolto, nel Grand Old Party, sia un ampio consenso (l’appello di Paxton è stato sostenuto da diciassette Procuratori generali e oltre cento congressmen nella sola Camera dei rappresentanti) sia pesanti critiche, come quelle del Procuratore generale della Georgia, Chris Carr, che l’ha definita “sbagliata sul piano costituzionale, legale e fattuale”. Non è un fenomeno isolato. Come dimostrano i piccoli contributi che continuano ad affluire al comitato elettorale di Trump, fra gli elettori repubblicani, la convinzione della bontà della causa del Presidente uscente rimane forte, con tutto ciò che questo può significare per la compattezza del partito.

La posizione dei ‘big’ è altrettanto divisa. Molte delle figure che nel 2016 hanno conteso a Trump la nomination repubblicana, negli anni successivi hanno scelto, nella maggior parte dei casi, un profilo più defilato; profilo che sembrano avere deciso di mantenere anche nell’attuale contenzioso e che ha attirato loro numerose critiche. Il fatto che – secondo alcuni sondaggi – fra il 70 e l’80% degli elettori repubblicani non sia disposto a riconoscere la vittoria di Biden spiega, in buona parte, questa scelta, soprattutto nel caso di quanti – come il capogruppo repubblicano al Senato, Mitch McConnnel dovranno affrontare, nei prossimi mesi, ballottaggi o elezioni suppletive. Secondo diversi osservatori si tratta della dimostrazione di come – negli anni della presidenza Trump – il Partito repubblicano sia andato incontro a una sorta di mutazione genetica sia a livello di elettori, sia di leadership. Sicuramente è una dimostrazione di come l’appeal di Trump su una parte dell’elettorato rimanga forte e di come anche per questo una parte consistente degli esponenti del partito continui a vedere il lui un punto di riferimento importante nell’orizzonte politico degli Stati Uniti.

Da questo punto di vista, anche se i grandi finanziatori sembrano avere preso le distanze da Trump (in molti casi avvicinandosi pragmaticamente al Presidente eletto o ad altri esponenti repubblicani), la sua influenza sul GOP sembra comunque destinata a durare. Al di là della fondatezza dal punto di vista giuridico, il caso aperto dal Procuratore Paxton ha dato inizio a una specie di ‘conta’, dentro al partito, che oppone i ‘filo-trumpianiai loro critici; una ‘conta’ che, ponendo le due anime del GOP una contro l’altra, rischia di impattare, a lungo termine, sui suoi risultati elettorali. Ancora una volta, Trump sembra, inoltre, essere riuscito a mettere in luce la frattura che esiste fra la base del partito e la sua leadership, frattura che lo scontro fra ‘trumpiani’ e ‘critici’ rischia di accentuare. L’orizzonte immediato è quello del voto di midterm del 2022 ma la vera posta in gioco sono le elezioni presidenziali del 2024. La posizione di Trump non è ancora chiara. Tuttavia, molti osservatori già prevedono primarie molto combattute, in linea con quanto accaduto nel Partito democratico e con la fase di sostanziale riallineamento che il panorama politico statunitense sembra stare attraversando.

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