lunedì, Ottobre 18

USA: perchè un vicepresidente conta Per i padri fondatori niente di più di un dettaglio formale, poi durante la seconda guerra mondiale il ruolo del vicepresidente USA inizia cambiare, fin tanto che a fine degli anni ‘70 il Presidente Carter implementa molto pesantemente il ruolo del vicepresidente

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Il dibattito tra i candidati vicepresidente Mike Pence e Kamala Harris di mercoledì sera è stato considerato dalla gran parte degli analisti l’unico dibattito autenticamente presidenziale di questa folle campagna elettorale delle presidenziali USA 2020. Quello tra i candidati alla presidenza, Donald Trump e Joe Biden era stato considerato uninamamente come brutto e inutile. Eppure abitualmente quello dei candidati alla vicepresidenza è un dibattito minore, a seguito del quale gli americani dovrebbero solo farsi l’idea se tali candidati sono o no in grado, in caso di necessità, di sostituire il Presidente alla guida della Nazione, magari anche solo per pochissimo tempo. Questo perché la vicepresidenza degli Stati Uniti per molti anni è stata un ufficio con poteri molto scarsi. Secondo la Costituzione, i vicepresidenti non hanno molto potere, lo possono avere solo se devono sostituire il Presidente perché muore, si dimette, viene rimosso o disabilitato.
I primi leader americani consideravano l’ufficio un’appendice del Congresso, ai vicepresidenti era richiesto sostanzialmente nulla se non presiedere il Senato, senza esserne membro e senza votare, evotare solo esclusivamente in caso di parità.

Negli ultimi anni molto è cambiato. I vicepresidenti nel ventunesimo secolo sono stati membri effettivi dell’Amministrazione, «direttamente coinvolti nella definizione della politica in patria e all’estero», «l’ufficio è stato elevato a un tale status negli ultimi decenni, in particolare da Walter Mondale negli anni ’70, che il suo occupante ora funziona più come unassistente presidente’ o ‘supervisore», tanto che secondo alcuni analisti «i recenti vicepresidenti sono diventati un centro di potere troppo grande alla Casa Bianca», afferma un report del prestigioso think tank statunitense, specializzato in politica estera e tematiche globali, Council on Foreign Relations (CFR).

La vicepresidenza è stata «un ripensamento alla Convenzione costituzionale. I padri fondatori hanno introdotto l’ufficio solo perché era necessario un sistema di doppia votazione per garantire che un candidato di maggioranza uscisse dal collegio elettorale. (Gli elettori dovevano esprimere due voti per il presidente, almeno uno dei quali doveva essere per un candidato fuori dallo Stato.) Il secondo classificato divenne vicepresidente», spiega il report nel definire come è nata la vicepresidenza. Soprattutto l’affermarsi inattesodei partiti politici nazionali ha portato poi a inserire quel ‘ripensamento nel 12° emendamento (nel 1803). Negli anni successivi il tutto si è consolidato anche con la prassi dei candidati presidenti che nella scelta del vice cercano di bilanciarsi geograficamente e/o ideologicamente -esempio chiarissimo di bilanciamento ideologico è il ticket Trump-Pence.

Una serie di sviluppi durante e dopo la seconda guerra mondiale iniziarono a portare la vicepresidenza all’interno del ramo esecutivo.
La prima di queste evoluzioni che rafforzarono il ruolo della vicepresidenza è stata che i candidati presidenti, piuttosto che i leader del partito, iniziarono a prendere l’iniziativa nella scelta dei vice. Il Presidente Franklin Roosevelt, ricorda la ricerca del CFR, «facendo campagna per un terzo mandato, minacciò di ritirarsi dalla gara nel 1940 se il suo partito non avesse nominato la sua scelta per il numero due Henry Wallace. Roosevelt coinvolse Wallace nella pianificazione della guerra e lo inviò in importanti viaggi diplomatici».

Un altro passo importante avvenne nel 1949 «quando il Presidente Truman firmò la legislazione che portava il vicepresidente nel Consiglio di sicurezza nazionale (NSC), un nuovo potente comitato per la gestione della burocrazia della politica estera. Con un’incombente minaccia sovietica, Truman cercò di coinvolgere Alben Barkley nella discussione strategica, in particolare dopo che Roosevelt, che morì in carica, lo aveva lasciato all’oscuro di alcune importanti iniziative in tempo di guerra, incluso il Progetto Manhattan».

A metà degli anni Cinquanta, «Dwight Eisenhower continuò a conferire potere al vicepresidente, chiedendo a Richard Nixon di presiedere alle riunioni di gabinetto e dell’NSC» durante i periodi in cui era malato. «Nixon viaggiò anche molto come uno degli inviati di Eisenhower. Nel 1953 fece un grande tour –38.000 miglia in 68 giorni- per incontrare i leader di più di una dozzina di Paesi dell’Asia e del Medio Oriente. In un altro viaggio in Unione Sovietica nel 1959, partecipò auno straordinario dibattito pubblico con il premier Nikita Khrushchev sui meriti del capitalismo».

I vicepresidenti che seguirono -Lyndon Johnson,Hubert Humphrey, Spiro Agnew, Gerald Ford e Nelson Rockefellerebbero incarichi esecutivi, viaggiando come emissari presidenziali e presiedendo varie task force, commissioni e consigli. Entrarono nell’Esecutivo anche fisicamente: iniziarono avere uffici alla Casa Bianca, oltre che al Senato.

La svolta definitiva si ha con la presidenza di Jimmy Carter, il quale aveva scelto di avere accanto come suo vicepresidente Walter Mondale. E’ Carter ad aver fatto del «VicePresidente un partner a pieno titolo nell’Amministrazione», e la «forte prestazione di Mondale nel primo dibattito in assoluto dei vicepresidenti, contro Bob Dole, il compagno di corsa del Presidente uscente Gerald Ford, ha incoraggiato questo progetto» di una vicepresidenza forte. «La loro visione richiedeva di aumentare l’accesso e l’autorità di Mondale in modo che potesse servire come uno dei principali consiglieri generali, responsabile della risoluzione dei problemi e inviato di Carter».

«Carter è stato il primo a concedere al suo vice presidente diversi privilegi, tra cui l’accesso illimitato a briefing dell’intelligence, riunioni regolari, un pranzo settimanale privato e un ufficio nell’ala ovest. Ha anche invitato Mondale alle sue colazioni di politica estera del venerdì insieme al consigliere per la sicurezza nazionale e ai segretari di stato e alla difesa. L’accordo ha permesso ai due di sviluppare un rapporto di cui hanno beneficiato entrambi», sottolinea il rapporto CFR. «Integrare il nostro personale è stata una delle decisioni più saggia che ho preso, e subito mi sono chiesto perché altri presidenti non avessero utilizzato i servizi dei loro vicepresidenti in modo simile», ha scritto Carter nel suo libro di memorie del 1982 ‘Keeping Faith’.

Da George Bush senior, vicepresidente di Ronald Reagan, la cui influenza si sostiene sia stata decisiva per la presidenza Reagan, a Al Gore con Bill Clinton, considerato «partner a pieno titolo nelle discussioni politiche» e «membro chiave» del team di politica estera dell’Amministrazione, a Dick Cheney con il Presidente George W. Bush, passando per Joe Biden con il Presidente Barack Obama, fino a Mike Pence con Donald Trump, il ruolo del vicepresidente è cresciuto di potere e visibilità.
«Cheney sotto George W. Bush, in particolare nel suo primo mandato, ha rappresentato l’apice del potere del vicepresidente degli Stati Uniti, affermano molti esperti di politica estera», avendo «influenza straordinaria sulle politiche di sicurezza nazionale dell’Amministrazione, in particolare dopo l’11 settembre».

Dopo il dibattito di mercoledì sera, non sono pochi gli osservatori che ritengono che Kamala Harris possa essere un vicepresidente capace di rafforzare ancor di più questo ufficio.

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