sabato, Aprile 10

USA, nessuna rivoluzione post elezioni field_506ffbaa4a8d4

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NON PUBBLICARE ASSOLUTAMENTE DICE CHE CI SONO TROPPI ERRORI, LI CONTROLLIAMO INSIEME NEL POMERIGGIO – GRAZIE

 

In America http://archivio.lindro.it/lombra-george-soros-sulle-elezioni-usa/ si corre verso l’election day di novembre http://www.repubblica.it/static/speciale/2016/primarie-usa/calendario.html per il nuovo ospite della Casa Bianca.

Una battaglia che porta come sempre all’ennesima rivoluzione politica sul territorio americano. Lo scopo principale è sconfiggere il futuro candidato repubblicano o democratico che sia.

Ma, a prescindere dai risultati politici secondo noi non ci sono dubbi sul fatto che le questioni principali andranno tutte in una precisa direzione. Il nostro soggiorno a Washinton è servito anche per avere un quadro della situazione americana più chiaro.

Indipendentemente, da chi sarà il presidente, questo è ciò che accadrà.

Gli slogan che si avvicendano nella campagna elettorale toccano i principali problemi del paese: un’economia che funzioni per tutti non soltanto per l’1%, assistenza sanitaria universale, college e università pubblici gratuiti e che ricchi e corporation paghino la giusta parte di tasse. C’è chi cerca l’idea forte, c’è chi invece punta molto sugli aspetti economici del paese.

Ma, sia che vinca Trump sia che vinca Hillary ci saranno delle sorprese. L’orientamento populistico e isolazionistico che si insinua da tempo nell’opinione pubblica americana è marcato e non crediamo che negli anni a venire potrà attenuarsi, affinché i problemi che tormentano gli americani siano risolvibili nel giro di un anno o due.

Per cui, chiunque venisse eletto presidente dovrà nuovamente affrontare in gran parte gli stessi problemi di sempre.

Prima di tutto, bisogna tener presente che chi vincerà non potrà cambiare radicalmente il paese. Non è mai successo. Se anche il senato tornasse ad essere democratico, la camera rimarrà repubblicana e nessun presidente potrà avere mano libera, ma dovrà gestire comunque il consenso in modo bipartisan.

Detto questo parliamo dei problemi. La Russia rappresenta il primo.

Il rammendo russo. All’inizio dell’anno il presidente Barack Obama, firma un documento che proroga di un anno le sanzioni nei confronti della Russia in relazione alla crisi ucraina. Detto questo, sembra che il Presidente americano voglia proprio cosí lanciare un “monito” agli alleati europei, circa l’opportunità o meno di rinnovare le sanzioni economiche contro la Russia da parte europea. Sembra, infatti, che a Bruxelles ci siano gravi disaccordi e quindi, secondo noi, il gioco non può reggere a lungo.

Il tentativo di un rammendo dei rapporti con la Russia è più che plausibile e da parte americana ci sarà certamente un tentativo di riavvicinamento, oltre che una fine delle sanzioni abbastanza rapida.

La fine del ‘Pivot to Asia’. Se da una parte Washington ragiona su Russia ed Europa, dall’altra prende atto dell’esito fallimentare del progetto ‘Pivot to Asia’ di Obama. Il nuovo asse della politica estera americana prevedeva meno attenzione al Medio Oriente e più risorse dedicate al Sud-est asiatico, con un occhio rivolto alle mosse della Cina. E, invece, secondo una ricerca pubblicata dal Council on foreign relations (Cfr), l’assistenza alla regione in materia di sicurezza è diminuita di 34,5 milioni di dollari, ossia del 19%, dal 2010 al 2015.

Il “Pivot to Asia” si completerà senza dimenticare la doverosa stabilizzazione del Medio Oriente? Secondo noi gli Stati Uniti non possono risolvere le crisi mediorientali e, soprattutto, non possono farlo certo in modo unilaterale.

Il progetto sulla carta sembrava coraggioso e coerente, ma si è risolto con un assoluto fallimento strategico. Crediamo, che nei prossimi mesi il ‘Pivot to Asia’ di Obama, risultato dell’egemonia americana dell’ultimo quarantennio, perderà di importanza. Ossia, il nuovo orientamento dell’America sarà diretto piuttosto verso il Pacifico con un tentativo di abbassare la presenza militare in Corea e in Giappone.

La UE da sola in MO. Nel Medio Oriente, la situazione non appare molto diversa. Gli Stati Uniti non possono risolvere le crisi in modo unilaterale. Obama è riuscito in alcuni casi a cambiare i rapporti con il mondo arabo e musulmano, attraverso un approccio più costruttivo e attento alle dinamiche politiche, sociali e religiose. Però, la strada sembra essere ancora lunga, viste le difficoltà incontrate in relazione alle dinamiche fondamentali di medio e lungo periodo della politica estera statunitense nella regione. Poca la strada percorsa sui principi di ‘giustizia e progresso, tolleranza e dignità’.

Il disimpegno Usa nell’area mediorientale sarà crescente. Secondo noi, gli Stati Uniti si sono resi conto che in Medio Oriente il problema è irrisolvibile e che chiunque lo tocca viene bruciato. Noi europei ci troveremo sempre più soli e con meno appoggio militare. Perciò dovremo imparare a cavarcela da soli. Diciamo che pensando anche alla Libia, non potremo più contare in futuro su qualcuno che ci sostiene, soprattutto militarmente, come ha fatto Obama.

La svalutazione del dollaro. Altro tema piuttosto caldo è la svalutazione della moneta Usa. L’aumento dell’impegno contro l’indebolimento delle valute è un principio che deve essere applicato anche agli Stati Uniti. Il parere è del segretario al Tesoro, Jack Lew, che ha sottolineato a pochi giorni dal G7 che si terrà in Giappone il 26 e 27 maggio che continuerà a lavorare contro la svalutazione competitiva del Giappone con lo scopo di sostenere lo status del dollaro di moneta di riserva globale. Secondo Lew, se altri Stati si metteranno a fare la svalutazione competitiva, si potrebbe causare una reazione a catena.

Non saremmo sorpresi, dunque, di vedere una marcata svalutazione del dollaro, perché è l’unica cosa che l’amministrazione può fare per limitare il crescente aumento del deficit commerciale. Aumento di tariffe e costringere le aziende a ricollocare negli Usa sono impraticabili sia tecnicamente che politicamente.

 

Nessun bilaterale con la Cina. In passato, i Paesi europei gareggiavano con il mercato cinese, oggi invece lottano per attrarre i suoi gli investimenti. Intanto, la Cina è sempre più potente.

L’influenza cinese ha cambiato rotta ed è diventata sempre più forte dopo il 2008, quando Grecia e Portogallo furono aiutati dal premier Wen Jiabao, che si offrì di acquistare gli eurobond. Da lì in poi però i rapporti della Cina con gli Usa e i suoi alleati dell’area dell’Asia e del Pacifico, soprattutto il Giappone, sono diventati molto tesi.

Pensiamo che gli americani saranno molto più prudenti nell’investire in Cina e non firmeranno alcun patto bilaterale sugli investimenti con la Cina, come la Cina sperava. Mentre l’Europa si accinge a firmare il suo BIT con la Cina entro fine anno. Ma, chi saranno i più furbi? Noi o gli americani?

 

Le infrastrutture da ammodernare. Tornando sul territorio americano, parliamo di infrastrutture. Perché quelle degli Stati Uniti sono datate e il loro mancato ammodernamento costerà migliaia di miliardi di dollari all’economia statunitense in termini di calo della produzione.

Uno studio dell’American Society of Civil Engineers, afferma che il colpo sul PIL sarà pari a 4mila miliardi di dollari fra il 2016 e il 2025 in termini di vendite e attività produttive perse. E questo si tradurrà in 2,5 milioni di posti di lavoro in meno. Secondo lo stesso rapporto, sarebbero necessari investimenti in infrastrutture per 3.320 miliardi di dollari.

Finalmente, il tema si sbloccherà. La trascuratezza delle infrastrutture americane degli ultimi 50 anni, crediamo posso assere l’unico spunto di vigore che verrà dato all’economia Usa, liberando un po’ di investimenti.

 

La pressione fiscale. Ormai, i consumatori sono stremati: chi potrebbe consumare non ha i soldi per farlo a causa della forza d’eguaglianza, chi è in cima alla piramide sociale non sa più cosa comprare. Gli investimenti languono perché non c’è domanda. Per cui non rimarrà, finalmente, che persuadersi di far partire un deciso piano di infrastrutture. A quel punto potremmo vedere una maggiore pressione fiscale, con alcuni ritocchi fiscali sia sulle persone che sulle imprese.

In ogni caso, la deflazione rimane una minaccia, non ancora una certezza. Negli Stati Uniti il mercato del lavoro è flessibile e le banche sono efficienti. Se la minaccia deflazione dovesse intensificarsi, il governo potrebbe prendere in considerazione misure fiscali ancora piú importanti.

 

L’assenza delle competenze e la perdita del primato industriale. L’America non riuscirà a tornare ad essere un paese a forte vocazione industriale, perché ormai ha perso le sue maggiori infrastrutture. Noi crediamo che l’assenza di lavoratori in grado di gestire le imprese industriali sia il nodo del problema.

Le nuove imprese richiedono lavoratori molto bravi che sappiano stare al computer, che sappiano stare sulle macchine utensili. Intere professioni, invece qui, sono andate perse.

L’America perde la sua peculiarità industriale e con lei l’opportunità di ricostruire la sua efficienza industriale. Non è facile per il Paese, in poco tempo, rimediare ai danni fatti negli ultimi anni e soprattutto ricominciare un percorso per ricostituire l’industria. Bisognerebbe fermare il sistema educativo, ma ormai le imprese fanno un po’ quello che vogliono.

 

No TTIP e no TIP. La Cina surclassa tutti. Ma, noi non crediamo che si firmeranno i grandi trattati commerciali sia il TTIP, che interessa l’Europa che il TTP, che riguarda la zona del Pacifico, il Giappone e altri paesi.

Gli americani non intendono affatto dare ai cinesi lo status di economia di mercato, come dimostra anche il voto dell’europarlamento di qualche giorno fa.

Nonostante i rapporti Pechino-Bruxelles siano in costante miglioramento il Parlamento Ue ha voluto inviare un segnale piuttosto forte, in vista della proposta che l’esecutivo europeo metterà sul tavolo a dicembre quando si dovrà valutare il passaggio della Cina allo status di economia di mercato nel Wto, a 15 anni dall’avvio del processo nel 2001.

Nel contesto sono coinvolti anche gli americani, che nel frattempo con l’Europa stanno valutando «un accordo commerciale e per gli investimenti» chiamato TTIP. Tale accordo dovrebbe agire sul libero accesso ai rispettivi, rimuovendo gli ostacoli agli scambi e agli investimenti, e raggiungendo un livello ambizioso di compatibilità normativa in materia di beni e servizi, ponendo le basi per regole globali. Ma il secondo partner dell’Europa, dopo gli Stati Uniti non molla, perchè Pechino sogna il sorpasso.

 

Nessun Market Economy Status alla Cina. Nel 2015 gli investimenti della Cina nella Ue hanno superato gli investimenti dalla Ue in Cina. Ma, il Parlamento europeo sollecita la Commissione sulla “necessità imminente” di “una riforma generale degli strumenti europei di difesa del commercio che garantiscano parità di condizioni per l’industria Ue con la Cina e gli altri partner, nel pieno rispetto delle regole del Wto”.

Ma, secondo noi, mentre, sotto l’aspetto militare diminuirà la tensione tra Cina e Usa, dal punto di vista commerciale invece aumenterà, soprattutto nel settore degli investimenti.

No interesse nell’Europa. Per gli Stati Uniti il Mediterraneo e l’Europa non sono più centrali. L’UE deve iniziare a pensarci. Questo è dovuto di certo a una miopia europea, letta dagli Stati Uniti come fallimentare. Un esempio ne è il rifiuto dell’adesione della Turchia quando ancora esprimeva moderazione e interesse, o la guerra in Libia e la ripetuta incapacità di gestire le situazioni non valutando gli effetti delle scelte che si stavano prendendo.

In Europa, infatti, fioriscono condizioni di destabilizzazione e movimenti di estrema destra e l’America è annoiata.

Lo sguardo americano sull’Europa trasmette molta sfiducia e poche illusioni.

 

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