sabato, Luglio 24

Usa: le forze centrifughe all’assedio di Washington

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Una delle leggi di gravità della politica che si è affermata nel corso dei secoli impone quantomeno a Stati dotati di dimensioni geografiche ragguardevoli (ma non solo), a cui si accompagna quasi sempre una varietà di gruppi sociali distinti tra loro (sia per etnia che per religione) e una variegata struttura economico-produttiva, di adottare forme di governo di tipo federale, che decentrino verso le amministrazioni periferiche alcuni dei poteri sovrani che nei sistemi centralizzati si concentrano nelle mani dell’esecutivo.

Naturalmente, la condizione necessaria perché il federalismo funzioni correttamente è la presenza di una linea di comunicazione continua tra il potere centrale e le amministrazioni locali in grado di permettere alle parti di mediare le varie posizioni e trovare soluzioni di compromesso che tengano in debita considerazione gli interessi di tutti. Nel momento in cui il governo centrale si mostra eccessivamente assertivo, o debole o indifferente alle necessità dei singoli Stati, le forze indipendentiste acquisiscono sistematicamente consenso facendo emergere le spinte centrifughe latenti. Lo si è visto nella Gran Bretagna degli anni ’80, quando l’imposizione della poll tax da parte del governo guidato da Margaret Thatcher alimentò il secessionismo scozzese, o nell’Unione Sovietica del 1991, quando il dissesto economico e il marasma sociale esacerbati dalla perestroijka fornirono al russo Boris Eltsin, all’ucraino Leonid Kučma e al bielorusso Stanislaŭ Šuškevič l’occasione d’oro per concordare la secessione alle spalle del debole e screditato Mikhail Gorbačëv. Senza dimenticare la Spagna franchista in costante lotta contro l’indipendentismo catalano e basco, la Jugoslavia multietnica orfana di Tito e il Belgio monarchico, in cui la presenza del re non si rivela sufficiente a mitigare il clima di tensione che vige tra fiamminghi e valloni.

Da qualche anno a questa parte, sono proprio gli Stati Uniti a conoscere un netto deteriorarsi dei rapporti tra gli Stati federati e Washington. Il fenomeno non si limita alla crescita di consensi registrata negli ultimi tempi dall’irredentismo texano e californiano, il quale affonda le radici nelle peculiarità culturali ed economiche di questi due grandi Stati, ma si riscontra un po’ ovunque all’interno della Federazione, specie in seguito all’insediamento di Donald Trump. Pur avendo conquistato la Casa Bianca (anche) grazie al suo sostegno ai diritti degli Stati federati di perseguire i propri interessi specifici, il tycoon newyorkese ha adottato un approccio molto pragmatico e decisionista, ritenuto da molti osservatori scarsamente rispettoso dell’autorità dei governi locali e del Congresso, che riunisce Rappresentanti e Senatori chiamati a portare avanti in sede istituzionale le istanze degli Stati federati che li hanno eletti.

Le reazioni non hanno tardato a manifestarsi, sotto forma di iniziative attraverso le quali numerosi Stati hanno inteso sfidare l’amministrazione su tutta una serie di temi caldi, a partire dalla posizione da adottare nei confronti della marijuana, la quale è divenuta oggetto di un vero e proprio braccio di ferro tra il governo, collocato su posizioni ultra-conservatrici, e gli Stati occidentali (Colorado, Nevada, Oregon, Stato di Washington e California) che l’hanno legalizzata per uso sia medico che ricreativo, per nulla intimoriti dalla crociata anti-droga proclamata dal procuratore generale Jeff Sessions. Altro pomo della discordia è dato dalla riforma sanitaria di Trump, che una nutrita fronda di Stati (i soliti Colorado, Nevada, Oregon, Stato di Washington e California, a cui si aggiungono Alaska, Hawaii, Nevada, Arizona e New Mexico) si è dichiarata indisponibile ad applicare a causa dei tagli che comporterebbe alla Medicaid introdotta da Obama.

Altre profonde divergenze tra governo federale e amministrazioni locali si sono palesate rispetto alla richiesta di registrazione dei dati degli elettori inoltrata dalla Commissione Kobach (dal nome del governatore repubblicano del Kansas Kris Kobach), a cui ben 44 Stati federati hanno risposto negativamente, nonché riguardo alla revoca, da parte di Trump, dell’approccio conciliatorio nei confronti di Cuba adottato da Obama, che secondo il parere di numerosi governatori aveva posto le condizioni per un rapporto di collaborazione assai vantaggioso per tutte le parti in causa.

Una vera e propria sollevazione si è invece verificata rispetto al discusso argomento climatico. La fuoriuscita degli Usa dall’accordo di Parigi ha infatti indotto il Connecticut, il Massachusetts, il Vermont, il Rhode Island, l’Oregon, le Hawaii, la Virginia, il Minnesota e il Delaware ad entrare a far parte dell’United States Climate Alliance, l’organismo fondato dalla California, dallo Stato di Washington e dallo Stato di New York che si propone di rispettare i termini dell’intesa sul clima indipendentemente dalle decisioni prese dal governo federale.

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