lunedì, Agosto 2

USA: le ‘big tech’ alla prova di Biden L’ampio movimento che punta al ridimensionamento delle ‘big tech’ è un fenomeno globale, ma la nuova amministrazione degli Stati Uniti – forte anche del sostegno di parte della maggioranza congressuale – sembra oggi intenzionata a trasformare in un suo cavallo di battaglia

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L’executive order recentemente firmato da Joe Biden che introduce nuove regole per il settore ‘big techporta cambiamenti importanti in un settore in cui, sinora, la regolamentazione era stata tradizionalmente piuttosto ‘leggera’. Nell’intento di promuovere una maggiore concorrenza e di accrescere le tutele e il peso contrattuale degli utenti/consumatori, l’atto ridisegna maniera estesa il sistema dei controlli di settore e rilancia il tema critico del diritto all’accesso, fra l’altro chiedendo agli organi competenti – prima fra tutte la Federal Communication Commission (FCC) – di adottare regole più restrittive ed esercitare una maggiore sorveglianza per evitare l’emergere di posizioni monopolistiche e l’impiego delle strategie di acquisizione per eliminare possibili concorrenti sul mercato (‘killer acquisitions’), di promuovere la diffusione di connessioni a banda larga a prezzi accessibili, di reintrodurre il principio della neutralità della rete abolito dall’amministrazione Trump e di bloccare eventuali accordi di esclusiva fra i proprietari delle infrastrutture e i fornitori di servizi a banda larga.

La portata dall’iniziativa presidenziale è molto ampia: oltre che nel settore ‘big tech’ essa mira a colpire i comportamenti anticoncorrenziali anche su altri fronti, come quelli della sanità, della logistica e nel comparto agricolo, ‘aggredendo’, fra l’altro, le normative che limitano la mobilità del lavoro e comprimono la dinamica salariale. Quello tecnologico è, tuttavia, il settore su cui si è appuntata l’attenzione della maggior parte degli osservatori. Da tempo (e non solo sul fronte democratico) il potere che le ‘big tech’ hanno accumulato, sia sul piano politico, sia su quelle economico è oggetto di critiche sempre più aperte. Il volume di dati che molte di queste compagnie gestiscono (spesso secondo regole piuttosto fumose) unito alla loro capacità di minimizzare il prelievo fiscale sui loro profitti hanno alimentato un ampio movimento che punta al loro ridimensionamento. È un fenomeno globale, che non interessa i soli Stati Uniti ma che l’amministrazione Biden – forte anche del sostegno di parte della maggioranza congressuale – sembra oggi intenzionata a trasformare in un suo cavallo di battaglia.

Le prime avvisaglie di questo orientamento si sono avute negli scorsi mesi: a marzo, con la nomina di Tim Wu (docente alla Columbia University ed esperto di normativa antitrust) ad Assistente speciale del presidente per la tecnologia e la politica della concorrenza all’interno del National Economic Council e a giugno, con quella di Lina Khan (anch’essa docente alla Columbia e fautrice di una più stringente legislazione contro le concentrazione) alla presidenza della Federal Trade Commission (FTC), l’agenzia governativa che tutela i consumatori e che indaga sulle pratiche lesive della concorrenza; una nomina, quest’ultima, che è stata salutata con favore, fra gli altri, da Elizabeth Warren, da sempre in prima fila nella lotta contro il presunto strapotere delle ‘big tech’. D’altra parte, in campagna elettorale, il candidato Biden ha espresso più volte la necessità di riflettere su un possibile smantellamento delle grandi aziende tecnologiche e si è detto favorevole a una riduzione delle tutele legali di cui i gestori di social media oggi beneficiano rispetto ai contenuti postati sulle loro piattaforme.

Nello stesso solco si colloca il pressing che la Casa Bianca sta portando avanti per l’adozione della c.d. ‘minimum global corporate tax. Liniziativa, lanciata negli scorsi mesi e ampiamente condivisa a livello di G7 e di G20 dell’economia, ha riscosso un favore pressoché generale anche in ambito OSCE. La stessa risposta di ‘big tech’ è stata cautamente positiva, evidenziando i suoi possibili benefici in termini di uniformità del sistema fiscale internazionale. Rimangono, tuttavia, sacche di resistenza, specie da parte di Paesi tradizionalmente legati a politiche di fiscal dumping comein Europa Estonia, Irlanda o Ungheria. Rimane, inoltre, all’interno degli Stati Uniti, la resistenza bipartisan di larghe fette del Congresso. L’inasprimento della tassazione sui profitti d’impresa è già stato oggetto di pesanti critiche, critiche che sembrano oggi destinate a scaricarsi sulla minimum global corporate tax soprattutto se questa – come rilevano pressoché tutti gli analisti – finirà per tradursi in un trasferimento netto di ricchezza dalle tasche delle compagnie statunitensi a quelle dei cittadini di altri Paesi.

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