giovedì, Agosto 5

Usa: la lotta per mantenere intatta la propria supremazia field_506ffbaa4a8d4

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L’attuale congiuntura storico-strategica è contrassegnata da un elevatissimo livello di conflittualità, che tende a manifestarsi sia sul piano geopolitico, che economico che sociale. Secondo alcuni, le scosse telluriche in Siria ed Ucraina, i primi segnali di cedimento del sistema finanziario e l’approfondimento delle disparità sono conseguenze dirette del declino relativo dell’ordine unipolare imperniato sulla supremazia degli Stati Uniti. Abbiamo parlato di questa turbolenta crisi internazionale con Paul Craig Roberts, economista statunitense collocato su posizioni estremamente critiche della politica condotta dalla leadership di Washington. In passato ha ricoperto l’incarico di assistente del segretario al Tesoro sotto l’amministrazione Reagan, scritto centinaia di articoli per ’Businessweek’ e il ’Wall Street Journal’ e pubblicato numerosi volumi di argomento economico, finanziario e geopolitico.

 

Dottor Roberts, come giudica la decisione del popolo della Gran Bretagna di abbandonare l’Unione Europea? Quale piega pensa che prenderanno gli eventi alla luce dell’esito del referendum?

Il voto in Gran Bretagna mostra che una maggioranza di coloro che si sono recati alle urne si rende conto che la permanenza nell’Unione Europea implica la distruzione della sovranità nazionale e conseguente deresponsabilizzazione degli organismi eletti. I britannici, da sempre gelosi della propria indipendenza, non accettano di essere governati da una commissione sovranazionale che emette editti insindacabili. Nonostante la chiara espressione della volontà popolare, è ancora tutto da vedere se alla Gran Bretagna verrò consentito di abbandonare l’Unione Europea. A Washington non sono affatto contenti di questa prospettiva. Il periodo di due anni previsto per completare l’iter necessario all’uscita è sufficientemente lungo per infliggere al Paese una durissima rappresaglia economica e orchestrare una campagna propagandistica orientata a convincere gli elettori britannici che votando per l’abbandono dell’Unione Europea avevano commesso un gravissimo errore.

In questi ultimi mesi si è acceso un forte dibattito internazionale riguardo al Ttip. Quali crede che siano i punti più problematici del Trattato dal punto di vista degli Usa?

Il Ttip non è altro che un piano volto a realizzare una colossale concentrazione di potere nelle mani delle imprese multinazionali, che per giunta non ha nulla a che vedere con il commercio. Il Ttip si propone di rendere le grandi compagnie immuni alle norme ambientali e sociali in nome della sacralità del profitto aziendale. I Paesi che decidano di aderire al Trattato saranno citati a giudizio dalle multinazionali nel caso in cui si rifiutino di rimuovere i regolamenti lesivi al business. Il loro statuto pone i tribunali che si occupano di esaminare tali contenziosi su un piano sovranazionale, e c’è da aspettarsi che i suoi verdetti saranno in linea con gli interessi delle grandi corporation, visti anche i precedenti generati da accordi consimili come il Nafta. Il Ttip cancellerebbe ogni riforma attuata in Europa nel corso dell’ultimo secolo: l’assistenza sanitaria, le pensioni sociali, la tutela ambientale e alimentare, la lunghezza della settimana lavorativa, le vacanze, le norme di sicurezza verrebbero spazzati via. Solo un governo totalmente corrotto e ben pagato potrebbe accettato di sottoscrivere il Ttip.

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