venerdì, ottobre 19

Usa: la carenza di lavoratori stagionali fa aumentare i salari Crescono gli stipendi, benché milioni di potenziali lavoratori rimangano esclusi dalla vita economica

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Le catene statunitensi operanti nei settori della vendita al dettaglio e dei fast food stanno imbattendosi in crescenti difficoltà nel reperire i lavoratori stagionali necessari ad affrontare al meglio l’imminente periodo di shopping sfrenato imperniato sul cosiddetto ‘Black Friday’, che si preannuncia particolarmente promettente. Il che le ha indotte ad adottare una strategia dissuasoria particolarmente originale. Come riporta ‘Il Sole 24 Ore’, «oltre alle pubblicità, le aziende ricorrono a piccoli incentivi. Così se Macy’s alla paga per i lavoratori a termine aggiunge anche una card per i regali di natale, Mc Donald’s promette cibo gratis ai suoi lavoratori, ma anche un bonus di 50 dollari per acquistare l’abbonamento Metro Card per i mezzi pubblici. La catena di supermercati Target offre, oltre allo stipendio, una carta regalo da 500 dollari o una vacanza a Miami o a New York. La catena di abbigliamento Gap propone sconti del 50% ai dipendenti a termine e un servizio di baby sitting aziendale. Walmart, la prima catena retail americana (e mondiale) ‘regala’ agli stagionali la toeletta per i cani o l’abbonamento per la palestra».

Ma di gran lunga più rilevante rispetto all’uso di questi benefit come strumento per attirare candidati risulta la tendenza delle aziende ad elevare i salari dei loro lavoratori. Grande scalpore ha destato la decisione di Amazon e Target di elevare rispettivamente a 15 e 12 dollari all’ora il salario minimo percepito dai loro dipendenti statunitensi, benché si tratti di un trend che si registra ormai su scala nazionale. Secondo l’Annual Holiday Hiring Survey condotto dalla società Snag, nel 2018 le retribuzioni orarie per i lavoratori stagionali dovrebbero aumentare di quasi il 32% nel 2018, arrivando a toccare quota 15,40 dollari. Nel 2017, gli stipendi medi percepiti dalla medesima categoria di lavoratori ammontavano a 11,70 dollari. Il rialzo più consistente dovrebbe riguardare proprio il settore della vendita al dettaglio, dove si stima un incremento dei salari medi pari al 54%. Secondo l’analisi effettuata da Snag, l’incremento dei salari è da attribuire all’irrigidimento del mercato del lavoro e all’avvicinamento del Paese verso la piena occupazione. Nello studio si legge inoltre che entro il lasso di tempo compreso tra il novembre 2018 e il gennaio 2019 si verificherà un incremento dei lavoratori a tempo determinato del 5% rispetto all’anno precedente, corrispondenti a circa 700.000 unità in più. Il vicepresidente della società Challenger, Gray e Christmas di Chicago Andrew Challenger ha stimato che, durante le prossime festività natalizie, dai comparti della vendita al dettaglio e dei fast food proverrà la più imponente domanda di lavoro a tempo determinato mai registrata dai primi anni ’70. Secondo ‘Il Sole 24 Ore’ tutto ciò starebbe a indicare che «ora negli Stati Uniti molta gente sta meglio, e chi prima accettava di lavorare nel periodo natalizio per avere un piccolo reddito aggiuntivo, ora preferisce restarsene a casa. Una buona cosa per loro, evidentemente. Un grande problema per l’industria dei fast food e della grande distribuzione».

Eppure, dietro le statistiche ‘grezze’ dipingono un quadro della realtà statunitense ben più complesso; i dati indicano infatti che su una popolazione di 325 milioni di persone e una forza lavoro che annovera oltre 258 milioni di unità, oltre 96 milioni di adulti risultano inoccupati e quasi 6 milioni sottoccupati. Il tasso di partecipazione della forza lavoro alla crescita economica (una percentuale che oscilla ormai da anni tra il 62 e il 63%) è ai livelli più bassi dalla fine degli anni ’70, quando ancora si avvertiva pesantemente l’impatto dello sganciamento del dollaro dall’oro e degli shock petroliferi. L’economista e statistico John Williams ha richiamato l’attenzione su tutto ciò, rilevando che il tasso ufficiale di disoccupazione U3 utilizzato dalla Federal Reserve tiene conto soltanto del totale dei disoccupati in percentuale rispetto alla forza lavoro. Il Bureau of Labor Statistics (Bls), prendendo in esame un bacino più ampio, ottiene invece un tasso denominato U6, che si calcola sommando al tasso U3 gli individui che lavorano part-time ma che vorrebbero lavorare a tempo pieno oltre alle persone che hanno lavorato per un certo periodo negli ultimi 12 mesi ma che al momento non lavorano né sono alla ricerca di un’occupazione e soffrono di questa condizione disagiata determinata dal particolare stato del mercato del lavoro. Con questo sistema di calcolo, il tasso di disoccupazione ammonterebbe all’8% circa, e non al 3,7% certificato recentemente dall’ufficio di statistica Usa. Prima del 1994, lo stesso Bls utilizzava un metro ancora diverso, che consentiva di esprimere un tasso di disoccupazione che sommava all’U6 tutti i lavoratori scoraggiati di lungo termine. Continuando ad utilizzare questo metro per calcolare il tasso di disoccupazione, Williams ha riscontrato che dal 2009 in poi i tassi U3 ed U6 hanno registrato un andamento declinante, mentre il tasso di disoccupazione calcolato con il vecchio metodo disegnava una traiettoria rialzista, che porta tuttora il coefficiente di disoccupazione ben oltre il 20%.

L’esclusione di una fetta tanto consistente della popolazione in età da lavoro dall’attività economica nazionale è un fenomeno dalle origini difficilmente individuabili, ma il fatto che i lavoratori part-time e quelli a termine stiano registrando una costante affermazione rispetto a quelli a tempo pieno e indeterminato non rappresenta certo un punto di forza dell’economia statunitense. Non va inoltre dimenticato che, nonostante gli aumenti salariali che si stanno attualmente verificando un po’ ovunque all’interno dei confini Usa, i lavoratori stagionali continuano ad essere costretti a lavorare in condizioni particolarmente svantaggiose, e ciò concorre indubbiamente a spiegare perché i giganti del retail, dei fast food e dell’e-commerce facciano fatica a trovare i dipendenti a tempo determinato di cui hanno bisogno.

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