giovedì, Luglio 29

USA-Israele, un rapporto in crisi field_506ffb1d3dbe2

0

kerry-and-netanyahu

Le storiche relazioni fra Washington e Gerusalemme sembrano essere in una fase di crisi, stando al recente intensificarsi di dichiarazioni ben poco diplomatiche da entrambi i lati. Che l’amministrazione di Barack Obama abbia sempre avuto difficoltà ad allacciare una relazione definitivamente solida col Governo di Benjamin Netanyahu è noto: già nel celebre discorso rilasciato al Cairo nel 2009, il Presidente aveva sostenuto la necessità che Israele cessasse di espandersi sui territori rivendicati dai palestinesi. Più recentemente, dopo il funerale dell’ex Primo Ministro Ariel Sharon, erano emerse posizioni critiche sul Segretario di Stato John Kerry  da parte del Ministro della Difesa Moshe Yaalon: in seguito alla situazione di imbarazzo creatasi, Yaalon si era immediatamente scusato, benché il tempo abbia poi mostrato come le sue opinioni fossero ampiamente condivise tra le autorità del Paese mediorientale.

L’avvertimento lanciato da Kerry il I febbraio, per cui un fallimento degli attuali negoziati di pace potrebbe comportare sanzioni economiche per Gerusalemme, aveva spinto un altro Ministro, Yuval Steinitz, a definire «intollerabili» le parole del Segretario di Stato, questa volta col tacito appoggio dello stesso Netanyahu. Oggi arriva, infine, anche l’attacco del Ministro dell’Economia Naftali Bennett, per il quale le «decisioni sbagliate» di Washington avrebbero posto a repentaglio la sicurezza israeliana, incentivando anche il lancio di razzi da Gaza: per questa ragione, «solo Israele può difendere se stesso dalle minacce». Per inciso, Israele sembra doversi difendere anche da se stesso, avendo oggi chiuso temporaneamente la Spianata delle Moschee per il timore di provocazioni da parte di gruppi nazionalisti ebraici. Comunque, riguardo agli attriti tra USA ed Israele, Kerry sembra voler proseguire nella stesura del suo piano di pace, sostenendo di non sentirsi intimidito dalle minacce perché «sono stato attaccato in passato con proiettili veri, non parole. Nessuno deve distorcere quello che diciamo, perché si oppone al processo di pace».

La diplomazia statunitense è intanto attiva anche su un altro fronte mediorientale, quello della Siria. Oggi lo stesso Kerry ha infatti annunciato un cambio di strategia da parte della Casa Bianca, volto ad esigere dal Cremlino un maggior impegno nel convincere il Presidente Baššar al-Asad ad avviare la transizione. Nel frattempo, ha aggiunto, le forze governative starebbero riguadagnando terreno, ma in una situazione complessivamente di stallo. Al-Asad, inoltre, conterebbe sull’appoggio di 40.000 estremisti islamici giunti dall’estero. Proprio la Russia, comunque, aveva annunciato in mattinata il raggiungimento di un accordo tra Governo e opposizione per l’evacuazione dei civili dalla città di Homs, assediata da quasi due anni dalle forze del Presidente. Sempre il Cremlino ha rigettato una possibile risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU al fine di agevolare l’assistenza umanitaria in Siria: «non è un buon momento», ha dichiarato l’Ambasciatore al Palazzo di Vetro Vitalij Churkin. Il 30 giugno potrebbe essere invece un buon momento per eliminare definitivamente l’arsenale chimico siriano: la speranza del Segretario ONU Ban Ki-moon è infatti che, nonostante i ritardi, si riesca a rispettare la scadenza del piano concordato da Mosca e Washington.

Proprio Mosca accusa però Washington di non rispettare un altro accordo: quello del 1994 sulla tutela congiunta della sicurezza e sovranità dell’Ucraina dopo la rinuncia di quest’ultima alla propria parte dell’arsenale nucleare sovietico. La denuncia arriva da uno stretto collaboratore del Presidente Vladimir Putin, Sergeij Glazev, secondo il quale gli Stati Uniti avrebbero fornito armi agli oppositori del Governo di Viktor Janukovyč, con cui Putin si incontrerà domani a margine dell’inaugurazione delle Olimpiadi Invernali di Soči. Mentre il Parlamento ucraino lavora alla revisione costituzionale che, nelle intenzioni dell’opposizione, dovrebbe ridimensionare i poteri del Presidente secondo quanto previsto dal testo del 2004, Glazev getta benzina sul fuoco ricordando il dovere previsto dal trattato in caso di interferenze nella situazione del Paese: poiché l’ingerenza statunitense in Ucraina costituirebbe una «chiara violazione del trattato», Glazev ha minacciato un’azione da parte del Cremlino, pur senza specificarne la natura.

Falco sull’Ucraina, la Russia si propone come colomba proprio in occasione delle Olimpiadi da lei ospitate: in un comunicato rilasciato dal Ministero degli Esteri, «la Federazione della Russia ha rivolto un appello intenso ai partecipanti a tutti i conflitti armati, indipendentemente dai Paesi e dai continenti dove si tengono, perché dichiarino una tregua olimpica». Parole che non hanno impedito al Segretario Ban Ki-moon di chiedere a tutti di «alzare la voce» contro gli attacchi ai gay: «ci dobbiamo opporre agli arresti, alle incarcerazioni, alle restrizioni discriminatorie» l’esortazione espressa alla riunione del Comitato Olimpico Internazionale.

I diritti della comunità LGBT non sono però gli unici ad essere in pericolo. Con un pacchetto legislativo approvato oggi dalla Camera bassa dell’Assemblea Nazionale, il Governo di Ankara si è dato la possibilità di impedire l’accesso a siti web, senza dover richiedere l’autorizzazione giudiziaria, qualora vengano rilevati «insulti» fra i commenti. Secondo l’opposizione, che ha già fatto riferimento a «tempi di golpe», l’obiettivo sarebbe coprire gli scandali di corruzione che, da dicembre, hanno colpito l’Esecutivo di Recep Tayyip Erdoğan: sulla rete circolano infatti numerose registrazioni che proverebbero atti di malversazione compiuti dallo stesso Primo Ministro coi suoi alleati finanziari.

Quest’involuzione democratica potrebbe ostacolare ulteriormente la candidatura della Turchia ad essere membro dell’Unione Europea, che già trovava sulla propria strada l’opposizione di Cipro. E proprio l’isola di Afrodite potrebbe riprendere i negoziati fra le sue due comunità, quella greca e, appunto, quella turca. Secondo il Presidente Nicos Anastasiades, «sembra che ci siano serie prospettive per una sostanziale dichiarazione congiunta che soddisfarebbe i principi basilari che governano un accordo cipriota, e porterebbe ad una ripresa dei negoziati». Questi ultimi si erano infatti interrotti nel 2012 su divergenze lessicali riguardo al tipo di accordo da raggiungere. Si suppone che dietro alle nuove speranze dovrebbe vi sia la mano degli Stati Uniti, di cui un funzionario del Dipartimento di Stato ha visitato Cipro due giorni fa. Va d’altronde anche ricordato che, lo scorso dicembre, Turchia e Grecia rilasciarono una dichiarazione congiunta per la ripresa delle trattative.

L’Unione Europea, intanto, sembra voler gettare un ponte anche verso un’altra isola: Cuba. Lunedì dovrebbe infatti essere approvato senza dibattito il mandato all’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri Catherine Ashton perché abbiano inizio le trattative per un «accordo politico e di cooperazione» con L’Avana. Particolare rilievo dovrebbe avere l’impulso alle riforme nell’isola, attraverso «un dialogo attivo fondato nel rispetto degli standard internazionali di diritti umani, democrazia e buon governo», come asserito da fonti interne ai negoziati. Nel progresso delle relazioni tra Bruxelles e L’Avana ha influito sicuramente l’appoggio per quest’ultima dimostrato dall’America Latina durante il recente vertice della CELAC, tenutosi proprio nella capitale cubana, ma anche l’inefficacia della posizione comune adottata nel 1996 su iniziativa spagnola, che non verrà comunque abrogata dall’accordo: «promozione della democrazia e rispetto dei diritti umani» rimangono appunto al centro delle attenzioni europee.

Se a Cipro si spera in una riconciliazione, permane invece la spaccatura coreana. Il volo di un caccia B-52 statunitense sui cieli della Corea del Sud ha causato l’irritazione di Pyongyang, che ora minaccia di far saltare il previsto ricongiungimento delle famiglie separate fra i due Paesi della penisola. L’evento, che avrebbe una durata di cinque giorni, era stato osservato come un rilevante gesto di distensione. Pur non replicando nel merito della singola missione, una portavoce del Comando Pacifico statunitense ha ricordato che la presenza di propri cacciabombardieri nella regione è regolare da ormai più di un decennio.

Tornando in tema di negoziati, inizia oggi la prima sessione delle trattative tra il Governo del Pakistan e i delegati dei ribelli talebani locali. L’incontro, che ha luogo nella capitale Islamabad, ha ricevuto la benedizione del Primo Ministro Nawaz Sharif e sembra essere partito nel modo migliore: secondo un comunicato congiunto delle due parti, «tutti dovranno astenersi da atti che possano danneggiare i colloqui» ed entrambe «condannano i recenti atti di violenza in Pakistan, affermando che tali sforzi non debbano sabotare i colloqui». È chiaro che non manca lo scetticismo: «A cosa servono le trattative se la violenza continua persino nell’immediata scia del primo vero, noto tentativo di effettuarle?» si interroga l’autorevole quotidiano ‘Dawn’.

In Bangladesh, intanto, è il più classico dei conflitti ad aver luogo, quello tra padronato e forza lavoro. Secondo un rapporto dell’ONG Human Rights Watch, i vertici dell’industria tessile del Paese impedirebbero la formazione di sindacati attraverso l’uso di pestaggi, intimidazioni sessuali e minacce di morte. La possibilità per i lavoratori di associarsi è prevista dalle leggi sul lavoro che il Bangladesh ha introdotto in luglio, in seguito al crollo di un complesso industriale che, tre mesi prima, aveva ucciso oltre 1100 lavoratori. L’evento aveva portato notevoli danni anche sul piano delle relazioni commerciali, con minacce di sanzioni da parte dell’Unione Europea e gesti simbolici da parte dell’amministrazione statunitense.

E un gesto simbolico contro un altro tipo di commercio è stato compiuto oggi in Francia, dove  la distruzione di tre tonnellate di avorio sullo Champ-de-Mars sarà il preludio all’eliminazione dell’intero stock nazionale di avorio illegale. Il Governo francese intende così contrastare un canale economico che, oltre ai chiari effetti sull’esistenza degli elefanti dell’Africa centrale, permette il finanziamento di gruppi militari clandestini. Parigi continua infatti a rimanere coinvolta nelle vicende della regione: come affermato dal Ministro della Difesa Jean-Yves Le Drian, sarebbe «verosimile» una proroga del mandato ONU per la permanenza delle forze armate transalpine nella Repubblica Centrafricana. Dal 5 dicembre, 1600 militari francesi sono stati autorizzati a sorvegliare la situazione del Paese e gli accordi prevedono la possibilità di rinnovo del mandato ogni sei mesi. Secondo Le Drian, «la situazione a Bangui è più o meno stabile. Nel resto del Paese è molto più complicata». Nel frattempo, in Francia la popolarità del Presidente François Hollande sta crollando vertiginosamente, toccando un nadir di fiducia pari al 19%.

Più baldanzoso, sicuramente, il Comandante in Capo delle Forze Armate Egiziane ʿAbd al-Fattāḥ al-Sīsī. Intervistato da un quotidiano del Kuwait, ‘Al-Seyassah’, al-Sīsī avrebbe definitivamente confermato la propria intenzione di candidarsi a Presidente del Paese: «sì, è stato deciso, non ho altra scelta che accettare le sollecitazioni del popolo egiziano. Non rifiuterò questa richiesta». Portavoce dell’esercito hanno però smentito le dichiarazioni, accusando il quotidiano di averle rese in modo «inaccurato» e sostenendo che eventuali conferme verranno date «davanti ai figli del grande popolo egizio, con parole chiare e dirette, senza lasciare spazio a dubbi o interpretazioni».

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->