venerdì, Ottobre 22

USA – Israele, tra incertezza e debolezza Le incertezze dell’azione di Washington si incontrano con la debolezza dei suoi interlocutori israeliani, a partire dal Primo ministro Benjamin Netanyahu

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Il riaccendersi della violenza nella Striscia di Gaza ha messo l’amministrazione statunitense di fronte alla necessità di esplicitare chiaramente la sua posizione rispetto alla questione israelo-palestinese, posizione che, sinora, è stata circondata da una certa ambiguità. Negli anni passati, i rapporti fra Washington e lo Stato di Israele hanno sperimentato evidenti fluttuazioni. Durante la presidenza Obama, essi si sono pesantemente deteriorati, sfociando in una serie di ‘sgarbi istituzionali’ che hanno contribuito non poco ad alimentare la reciproca sfiduciaCon Donald Trump le cose sono cambiate radicalmente e nei quattro anni della sua presidenza si è assistito a un chiaro riavvicinamento, che ha avuto il suo culmine simbolico nella decisione di trasferire da Tel Aviv a Gerusalemme la sede dell’ambasciata statunitense nello Stato ebraico. In campagna elettorale, Joe Biden ha ripetutamente sottolineato la necessità per gli Stati Uniti di svolgere un ruolo più attivo ed ‘equo’ per la soluzione di quello che resta il problema principale dello scacchiere mediorientale. Tuttavia, queste affermazioni non sono mai uscite da una certa genericità, né sono mai sfociate in iniziative concrete.

La cosa, in sé, non stupisce. La questione israelo-palestinese è da sempre un argomento sensibile per le amministrazioni statunitensi. Dall’epoca della guerra dei sei giorni (1967), lo Stato di Israele è uno dei principali alleati regionali di Washington (se non il principale); una situazione che si è rafforzata dopo la guerra dello Yom Kippur (1973) e che la fine della guerra fredda non ha davvero intaccato. Quello ebraico è, inoltre, un bacino di voto importante; un fatto che, insieme alla forza dei gruppi di pressione a esso legati (la c.d. ‘Israel lobby’), trasforma il tema della sicurezza dello Stato di Israele in una importante variabile anche nel panorama politico interno USA. L’amministrazione Biden non fa eccezioneSignificativamente, le incertezze di questi giorni le hanno valso le critiche sia di quanti – soprattutto sul fronte repubblicano – hanno considerato troppo tiepido’ il sostegno dato allo Stato ebraico sia di quanti, sul fronte opposto, hanno sottolineato come l’atteggiamento assunto dal Presidente contrasti apertamente con il suo proclamato impegno per il multilateralismo e dei diritti umani.

D’altra parte, se la posizione della Casa Bianca non è priva di ambiguità, la situazione sul campo non aiuta a fare chiarezza. Negli scorsi mesi, le autorità israeliane hanno espresso in più occasioni e in varie forme i loro timori per la volontà di Washington di riavviare forme di dialogo con l’Iran. Il fatto che Biden – a differenza di quanto fatto dal suo predecessore – non abbia ancora indicato il nome del nuovo ambasciatore in Israele è un altro elemento che è stato considerato come il segnale di rapporti destinati a essere più freddi che in passato. Anche la volatilità che da qualche anno caratterizza il panorama politico israeliano che ha vissuto quattro elezioni generali fra il 2019 e il 2021 e che, nello stesso periodo, ha visto la formazione di una serie di esecutivi sempre più deboli – non semplifica le cose. In questa prospettiva, le incertezze dell’azione di Washington si incontrano con la debolezza dei suoi interlocutori israeliani, a partire dal Primo ministro Benjamin Netanyahu, il cui bacino di consenso sembra essersi via via spostato verso le componenti più assertive della destra religiosa.

Il rischio, per gli Stati Uniti, è di elidere ulteriormente la loro capacità di svolgere un ruolo credibile nella regioneIl sostegno dato all’azione militare e la posizione assunta in ambito ONU non hanno portato solo a uno ‘strappo’con fette importanti del Partito democratico, ma sono stati ampiamente risentiti a livello internazionale. Ciò allontana, per Washington, la possibilità di svolgere la parte dell’‘onesto sensale’ e apre la porta al coinvolgimento dei suoi rivali sistemici in un teatro che gli Stati Uniti considerano di loro particolare interesse. La presidenza cinese del Consiglio di Sicurezza ha esplicitamente addebitato alla rigidità di Washington l’attuale situazione di stallo mentre il governo russo ha avanzato la proposta di dare vita a un ‘quartetto di mediatori’ a livello di Ministri degli esteri per giungere il prima possibile a un cessate il fuoco duraturo. Entrambe le iniziative mettono in chiara difficoltà l’amministrazione statunitense; una difficoltà che diventa più chiara se considera come, negli stessi Stati Uniti, la posizione della constituency ebraica sembra si stia allontanando da quella (sinora dominante) di sostegno spesso incondizionato alle scelte securitarie del governo israeliano.

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