sabato, Luglio 31

Usa-ISIS, stessa metodologia Così lontani, così vicini. Il parere degli esperti

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Obama

Quando il Presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, durante il suo discorso alla Nazione dello scorso Settembre, ha inizialmente annunciato che i militari avrebbero agito contemporaneamente in Siria e Iraq nell’ottica della sempre mutevole strategia di contrasto alterroredel Governo di Washington, lo ha fatto in modo unilaterale, ovvero senza alcun mandato da parte delle Nazioni Unite o dal Congresso Usa.

Se l’ennesimo intervento militare americano in Medio Oriente non è certo una notizia sorprendente, l’idea che il Presidente degli Stat Uniti possa bypassare l’organo legislativo nazionale attraverso un gioco di semantica legale, solleva nuovi dubbi sul tema dell’anti terrorismo, dell’autodifesa e sulla giustificazione morale della guerra stessa. L’approccio del Governo di Washington dell’ultimo decennio nell’affrontare i radicalismi in Medio Oriente, ha sempre poggiato le sue basi sull’idea che la stessa sopravvivenza dell’America fosse messa a repentaglio da queste forze estremiste, però mai prima d’ora un Presidente degli Stati Uniti aveva agito in modo così nettamente in contrasto con la tradizione costituzionale statunitense, lasciando il Congresso del tutto fuori dalla narrazione.

Giustificando la sua decisione, Obama ha sostenuto che ISIL  -Stato Islamico dell’Iraq e del Levante- rappresenta una minaccia tale per gli Stati Uniti che a questi non resterebbe altra scelta, se non quella di intervenire direttamente nei territori dove questa nuova formazione estremista ha messo radici (in questo caso, nei territori di Siria e Iraq) e, comunque, prima che questi terroristi possano ulteriormente espandere la loro influenza e arrivare a minacciare sul serio gli interessi nazionali degli Stati Uniti nella regione. Dopo lo schieramento di Usa e di ISIL delle rispettive forze sul campo di battaglia, (l’esercito del terrore contro la ‘Coalizione dei volenterosi’) analisti politici ed esperti di diritto hanno teorizzato che, seppur animati da motivazioni e credenze antitetiche, la Casa Bianca e ISIL hanno seguito modelli comportamentali simili, spesso utilizzando la stessa metodologia per far rispettare e supportare la loro rispettiva ideologia.

E’ stato Hashem Mokhtar, ricercatore del centro per studi sul Medio Oriente di Beirut nel giugno 2014 a teorizzare la ‘Guerra dell’America all’algoritmo del terrore’, riuscendo ad individuare una certa tendenza del Governo USA ad operare al di fuori dei limiti della legge, in molti casi in cui lo scopo era quello di sconfiggere un avversario posizionato, dalla retorica politica interna, al di fuori di ogni struttura o framework giuridico-morale.

Lo studioso, infatti, ha affermato che «quando entrambe le entità (USA ed ISIL, ndr) si sono trovate in reciproco contrasto, hanno assunto un comportamento sul campo piuttosto simmetrico. Infatti, le leadership hanno rispettivamente ignorato la sovranità dello Stato nel quale intervenivano direttamente, oltrepassandone i confini politici ed entrambe le formazioni hanno creato vittime tra la popolazione civile, senza mai offrirsi di rispondere a qualsiasi autorità legale, giustificando le loro azioni sulla base del perseguimento di un bene superiore». Mokhtar, inoltre, aggiunge che se Stati Uniti e ISIL non si possono distinguere in termini di ideologie e obiettivi finali (con Washington che, da un lato, fonda il suo intervento sull’idea di promuovere e difendere la libertà e i valori democratici, mentre dall’altro lato l’ISIL con l’obiettivo di imporre la supremazia di un’interpretazione molto radicale e discutibilmente perversa dell’Islam) entrambe le Potenze hanno dimostrato di essere radicali nel loro approccio all’uso della forza.

Guardando al passato e alla decennale guerra statunitense al terrore, è possibile far emergere un modello. Fin da quando l’ex Presidente americano George W. Bush riuscì, nel 2001 a ottenere l’autorizzazione dal Congresso a dichiarare guerra all’Iraq, centinaia di migliaia vite sono andate perdute, tra le quali molte sono state vittime civili. All’epoca dei fatti, nessun conteggio approfondito è mai stato fatto, tuttavia i risultati emersi da studi più recenti hanno impresso una fotografia piuttosto triste, un’immagine di estrema violenza e distruzione.

Secondo il Ministero della sanità dell’Iraq, ammonta a 87.215 la stima degli iracheni morti tra gennaio 2005 e febbraio 2009, un dato basato su relazioni rese disponibili da moschee e ospedali. Un’indagine Lancet, inoltre, ha valutato che l’intervento militare degli Usa è costato oltre 601.027 vite in tutto il Paese nel periodo compreso tra marzo 2003 e giugno 2006, numeri che l’ex Presidente Bush ha rigettato e giudicato come inesatti.

A questa equazione si aggiungono le perdite umane registrate in Afghanistan e, adesso, anche in Siria, morti avvenute sempre per cause violente.

Se nessuna guerra è mai stata vinta senza spargimenti di sangue, è proprio l’approccio statunitense all’uso della forza militare e il suo atteggiamento insensibile nei confronti dei danni collaterali e (più precisamente) verso le vittime civili, che ha portato gli analisti a tracciare un parallelismo sgradevole tra Stati Uniti e ISIL. Tra questi, Michel Chossudovsky ha affermato che «se una Potenza potesse pretendere di agire al di fuori della legge, allora questa Potenza potrebbe non essere diversa dal male al quale sostiene di volersi opporre». Agendo spesso ai margini della legalità, come ha fatto il Presidente Obama e affrontando «questa minaccia (terrore) con forza e determinazione», gli Stati Uniti hanno seguito, secondo alcuni, le stesse regole di ingaggio usate dagli stessi terroristi che gli Usa vorrebbero vedere annientati.

Lo scrittore Dave Lefcourt è andato addirittura oltre, analizzando le tecniche della guerra al terrore messe in campo dagli Usa e confrontando quello che lui descrive come ‘l’approccio unitario esecutivo alla Presidenza’ con la legalizzazione di Stato operata durante il Terzo Reich tedesco dei comportamenti criminali della polizia segreta, la Gestapo, allineando così le azioni di Washington con quelle proprie della Germania di Hitler. Nella sua opera ‘Truth-Out’, dal canto suo Peter Certo ha sostenuto che la nuova guerra di Obama in Siria è intrinsecamente e «inconfondibilmente illegale», corroborando la sua tesi mettendo sia ISIL che Washington sullo stesso piano, in termini di violazioni giuridiche e ingiustificate aggressioni contro il popolo siriano e il suo Governo. «Nell’ambito del diritto internazionale» scrive, «come definito dalla Carta ONU, della quale gli Stati Uniti sono firmatari e fondatori, un Paese può lanciare legalmente attacchi verso un altro solo in tre condizioni: se l’intervento è autorizzato dal Consiglio di sicurezza dell’ONU, se si tratta di un caso ‘cut-and-dry’ di autodifesa o se l’assistenza è richiesta direttamente dal Governo del Paese».

Mentre l’Amministrazione statunitense continua a dissentire su tale interpretazione del diritto internazionale, il dibattito rimane aperto, così come sulle questioni della legalità degli attacchi lanciati mediante l’utilizzo di droni contro Paesi stranieri e la tortura di soggetti sospettati terrorismo. Mary Ellen O’Connell, professoressa americana di diritto internazionale e di risoluzione dei conflitti, da parte sua ha rincarato la dose, condannando ulteriormente le tecniche utilizzate dal Governo di Washington nell’ambito della Guerra al terrore paragonando tali violazioni a «crimini di guerra».

Ma se l’ISIL e Stati Uniti innegabilmente non possono essere paragonati in termini di ideologie, principalmente in relazione al fatto che questi ultimi hanno basato il loro asse intorno a democrazia e libertà civili mentre gli estremisti iracheni predicano l’annientamento di tutti coloro che non si conformano con al loro interpretazione dell’Islam, entrambi, però, giustificano l’uso della forza definendo ‘barbaro’ il proprio contendente e ‘giusta’ la loro rispettiva crociata.

Se il Presidente Obama, quindi, ha bollato ISIL come organizzazione terroristica, allo stesso modo la leadership ISIL ha definito gli Stati Uniti come tiranni. Entrambe le Potenze vedono nell’altra, cioè, quello che più detestano e, rispettivamente, usano qualunque risorsa e metodo disponibile per imporre il loro punto di vista e la loro visione della guerra, anche ricorrendo ad azioni violente e che provocano spargimenti di sangue.

In una relazione per ‘Chatham House’, Alex J Bellamy ha osservato la ‘Guerra al terrore’ americana dal punto di vista puramente etico, sostenendo che, nonostante le dichiarazioni di funzionari abbiano affermato che torture e abusi sono stati sempre sanzionati da parte dello Stato, nei casi in cui sono state riscontrate «richieste irragionevolmente alte di chiarimenti sugli interrogatori» la realtà ha dimostrato che la tortura era divenuta la regola piuttosto che l’eccezione, sollevando dubbi permanenti sul tipo di morale che muove l’operato degli Stati Uniti.

Osservando come la ‘Guerra al terrore’ statunitense si è mutata e si è evoluta dal 2001 ad oggi, è difficile non ricordare le dichiarazioni di Michael Ignatieff, riguardo ‘l’etica meno malvagia’, ovvero quel tipo di politica fondata sul concetto che, in situazioni di emergenza, i leader siano costretti a scegliere il ‘male minore’.

Mentre gli esperti continuano a parlare, ad analizzare e discutere di semantica sulle tecniche di contrasto portate avanti dal Presidente Obama e dall’ISIL, mettendo in relazione orrori e terrori, una domanda rimane: fino a che punto, se ce ne è uno, la minaccia potenziale, rappresentata dal terrorismo, è così seria da riuscire a provocare l’erosione dei diritti fondamentali degli individui?

 

Traduzione di Fabio Castiglione

 

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