martedì, Agosto 3

USA – Iran: dialogo in salita? Il dialogo fra Stati Uniti e Iran sembra continuare, seppure fra alti e bassi e nelle forme contorte che lo hanno da sempre caratterizzato

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Quelli della presidenza Trump sono stati anni difficili per i rapporti fra Stati Uniti e Iran. Già in campagna elettorale, l’allora candidato Presidente aveva annunciato la volontà di rovesciare la linea ‘di dialogo’ seguita dal suo predecessore, soprattutto sul dossier nucleare. Dopo l’arrivo alla Casa Bianca, questa strategia è stata perseguita a vari livelli: oltre che attraverso un chiaro rafforzamento dei rapporti con Israele e le monarchie conservatrici del Golfo, con l’uscita dal JCPOA, la reintroduzione delle sanzioni già in parte sospese e un aumento della pressione diplomatica e militare, sia diretta (culminata nell’uccisione del generale Qasem Soleimani, nel gennaio 2020), sia indiretta, attraverso il sostegno alle numerose forze anti-iraniane attive nella regione. Joe Biden ha affrontato più volte la questione promettendo, in caso di sua elezione, una nuova svolta e un rilancio delle relazioni con Teheran. In particolare, il nuovo Presidente ha dichiarato di volere rilanciare proprio il dialogo sul nucleare, al fine di rivitalizzare l’accordo del 2015; una scelta che è stata sostenuta anche da Kamala Harris.

Le prime settimane della nuova amministrazione hanno, tuttavia, deluso quanti si aspettavano rapidi progressi su questo fronte. Gli attacchi statunitensi in Siria contro una serie di posizioni tenute dalle milizie filoiraniane nei pressi della frontiera con l’Iraq rappresentano solo l’ultimo atto di un crescendo di tensioni che ha visto Washington e la Repubblica islamica confrontarsi ‘a tutto spettro’, sia sul piano militare sia su quello politico. Già all’inizio di gennaio, pochi giorni prima dell’insediamento della nuova amministrazione, per esempio, l’Iran ha impresso una nuova accelerazione al suo programma di arricchimento dell’uranio, dando l’impressione di volere continuare sulla strada dal confronto imboccata dopo l’uscita degli Stati Uniti dal JCPOA; un’impressione, quest’ultima, apparentemente confermata dalla condizione posta dal Parlamento iraniano, dal Presidente Hassan Rouhani e dalla Guida suprema, Ali Khamenei, per la ripresa del dialogo con Washington, ovvero la rimozione ‘immediata e incondizionata’ di tutte le sanzioni imposte sotto la presidenza Trump a carico di Teheran.

È però presto per decretare il fallimento della politica di apertura di Biden. Nelle stesse ore degli ultimi attacchi, il Pentagono si è mosso attivamente per sottolinearne la natura reattiva e limitata, così da contenere il possibile rischio di una escalation. D’altra parte, già in occasione dell’uccisione del generale Soleimani, lo scorso anno, era apparsa chiara le volontà di entrambe le parti di ridurre la portata dello scontro e di evitarne la radicalizzazione. Nelle scorse settimane non sono mancati, inoltre, da parte di Washington, importanti segnali di apertura verso gli interessi iraniani, primi fra tutti la cancellazione dalla lista delle organizzazioni terroristiche delle milizie houti dello Yemen (con cui Teheran intrattiene da tempo un non sempre facile rapporto di vicinanza) e l’apparente presa di distanza da Mohammed bin Salman, che Donald Trump, al contrario, sembrava avere individuato come interlocutore privilegiato nella complessa galassia del potere saudita. Il dialogo fra Stati Uniti e Iran sembra, quindi, continuare, seppure fra alti e bassi e nelle forme contorte che lo hanno da sempre caratterizzato.

D’altro canto, è anche presto per sbilanciarsi in facili ottimismi. Le posizioni dei due Paesi restano distanti. Nei prossimi mesi, inoltre, il ‘pragmatico’ Rouhani dovrà lasciare la presidenza e tutti i segnali sembrano indicare come il suo possibile successore sarà un esponente dell’ala ‘dura’ del regime. È difficile dire come questo si rifletterà sul rapporto con Washington. Il rilancio dell’economia della Repubblica islamica passa necessariamente dall’allentamento – se non dalla rimozione tout court – delle sanzioni che oggi la zavorrano. Da questo punto di vista, la ricerca di un modus vivendi con gli Stati Uniti è una necessità indipendente da chi si troverà a guidare il Paese. Un ruolo fondamentale sarà, poi, quello degli altri firmatari del JCPOA. L’arrivo di Joe Biden alla Casa Bianca sembra già essere riuscito a dare più coerenza all’azione dei Paesi europei. La grande scommesse riguarda, tuttavia, la posizione che sceglieranno di adottare Russia e Cina, i cui rapporti con Teheran sono tradizionalmente cordiali e che hanno più volte espresso il loro favore per la ricerca di una soluzione che consenta di ridurre le tensioni in un’area ritenuta da entrambe di particolare rilevanza strategica.

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