domenica, Aprile 18

Usa-Iran, alleanza d'intelligence field_506ffb1d3dbe2

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 Rohani-Obama

La guerra impossibile è iniziata. Nessuno dei due Governi lo ammetterà mai. Ma, di fatto, in Iraq, Stati Uniti e Iran hanno inviato uomini e mezzi per combattere, da dietro le quinte, una battaglia comune contro l’ISIS: i jihadisti dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante che il 29 giugno 2014 hanno proclamato l’instaurazione del Califfato tra Iraq e Siria.
Nella vecchia terra d’invasione, gli americani hanno spedito unità speciali e droni, anche armati, formalmente in difesa del loro personale diplomatico e militare a Baghdad.
La Casa Bianca ha comunicato l’arrivo di altri 300 marines in difesa dell’Ambasciata (ma con regole d’ingaggio da combattimento), il potenziamento del personale d’intelligence, la presenza aerei senza pilota (UAV) di ricognizione e attacco in Iraq e anche 500 milioni di dollari per addestrare i ribelli siriani. Dall’Iraq, fonti interne non confermate hanno anche riferito di 3-4 mila soldati americani, richiamati dalle basi nel Golfo, di presidio nella ‘green zone’ della capitale.
Da parte sua, la Repubblica islamica, secondo le informazioni del ‘New York Times‘, avrebbe rifornito il Governo iracheno di «tonnellate di equipaggiamento militare e forniture varie», inclusi, «droni di sorveglianza». Per l’inglese ‘Guardian‘, sarebbero inoltre 2 mila i basiji (le milizie volontarie controllate dai Pasdaran), radunate da Teheran in Iraq, dove comunque operano da anni le unità speciali di al Quds, i reparti esteri dei Guardiani della Rivoluzione.
In rinforzo ai due nemici giurati, la Russia ha poi inviato a Baghdad una prima fornitura di cinque caccia Sukhoi, per agevolare la controffensiva dell’Esercito.

Ufficialmente, come Washington, Teheran smentisce la presenza di truppe iraniane in Iraq. Pur senza spingersi oltre, il Presidente iraniano Hassan Rohani non ha tuttavia mai escluso una collaborazione con gli Usa per la crisi  E, per quanto dalle indiscrezioni degli ufficiali americani al ‘Nyt’ non trapelerebbe «alcun coordinamento degli sforzi paralleli», chiaramente Stati Uniti e Iran hanno programmi segreti simili e dai medesimi obiettivi.
La politica estera del Presidente americano Barack Obama del ‘lead from behind’ (guida da dietro ), già adottata in Libia nel 2011, è pressoché identica alla tattica di Teheran: «Sia gli Usa sia l’Iran», scrive il quotidiano americano più letto al mondo, «hanno un piccolo nucleo di consiglieri militari in Iraq»: da una parte il «commando di 300 unità statunitensi», dall’altra la «dozzina di ufficiali delle forze al Quds, per istruire i comandanti iracheni e mobilitare più di 2 mila sciiti dal sud dell’Iraq».
La medesima similitudine vale per gli interventi mirati aerei di jet e velivoli senza pilota. Dalla presa di Mosul dell’ISIS del 12 giugno, gli Stati Uniti hanno aumentato i voli di sorveglianza nel Paese da 30 a 35 missioni al giorno con cacciabombardieri F-18, aerei di ricognizione P3 e UAV, ammettendo anche la presenza di droni armati a Baghdad, in difesa del personale.
La presenza di droni iraniani in Iraq e in Siria è venuta invece a galla, con il tam tam sugli strike di droni, nelle regioni di confine tra i due Stati: inizialmente addebitata al Pentagono e, dopo la smentita degli Usa, all’aviazione siriana del Presidente Bashar al Assad.

Dietro l’Esercito di Damasco c’è, in realtà, sempre la longa manus di Teheran, che tutto può in Medio Oriente attraverso i diktat del generale e capo delle Quds force, Qassim Suleimani, visto atterrare a Baghdad con un team di advisor, regista dei due voli giornalieri con a bordo 70 tonnellate di munizioni a carico e in precedenza anche architetto delle forniture di iraniane alla Siria di Assad.
Come dalle portaerei e dalle basi americane del Golfo i caccia americani sono pronti ad «azioni limitate» in Iraq, un «paio di dozzine di mezzi dell’aviazione iraniana stazionerebbero nell’ovest della Repubblica islamica per possibili operazioni in Iraq». E a Baghdad, Teheran avrebbe anche predisposto un «centro speciale di controllo e pilotaggio di droni di sorveglianza nella base aerea di Rasheed» (nel governatorato di confine di Diyala), nell’obiettivo di intercettare, come gli americani, le «comunicazioni elettroniche tra i combattenti e i comandanti dell’ISIS».
Di fronte a tattiche, nella sostanza, coincidenti, è inevitabile chiedersi se i piani di Usa e Iran per l’Iraq non nascondano un’inconfessabile strategia comune, concordata e non detta. Da Teheran, l’agenzia ‘Fars‘, vicina ai Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) si limita ad addebitare gli «intensi e accurati bombardamenti contro l’ISIS» a Mosul e Samarra «all’aviazione irachena». Fonti riservate de ‘L’Indro‘ ritengono tuttavia possibile quantomeno uno scambio di informazioni tra le intelligence” in corso tra i due arcinemici.

Il fil rouge che unisce l’Amministrazione Obama al Gabinetto Rohani è, infatti, bloccare i teocon della linea dura che, tanto a Washington quanto a Teheran, premono per un intervento militare diretto in Iraq, allo scopo di esercitare l’egemonia nella regione.
«Collaborare o non collaborare con l’Iran è il dilemma degli Usa», scrive Trita Parsi, iraniano fondatore del National Iranian American Council (NIAC) con base a Washington. «Tutto dipende da cosa vogliono gli Usa in Medio Oriente, se la stabilità o la dominazione».
Se Obama, puntando sull’indipendenza energetica da shale gas (il gas di scisto ricavato dalla fratturazione idraulica negli Usa) e guardando più alla minaccia della Cina che alla Repubblica islamica, «ha scelto per la stabilità, allora collaborare ha un senso». Altrimenti, conclude Parsi, «se l’obiettivo di Washington è rinvigorire il suo dominio politico e militare nella regione, ponendosi alla fine in uno stato di guerra permanente in Medio Oriente, collaborare è inutile».
Tutto ruota attorno a questo asse. Per il politolo irano-americano Kaveh Afrasiabi, accademico dell’Università di Teheran e della Boston University, il quadro è delicato. “Interesse imprescindibile dell’Iran è, per ragioni di sicurezza, prevenire la balcanizzazione dell’Iraq, garantendone l’integrità territoriale. Prima di una cooperazione limitata con Washington”, ci racconta, “Per collaborare Teheran deve essere il più possibile informata sulle reali intenzioni degli americani. Se gli Usa, sgombrando il campo alle ambiguità, si dimostrano seriamente impegnati per difendere l’integrità dell’Iraq si muoverà, altrimenti no”.
Il quotidiano israeliano ‘Hareetz conferma la «collaborazione già in corso tra le due intelligence», a colpi di missioni di droni e di 007, «Alcune figure di Washington» starebbero anche «premendo per una coalizione diplomatica tra Usa, Iran, Iraq, Siria e Russia».

 

 

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