sabato, Ottobre 16

USA: in Libia, linea cercasi Nemmeno Trump sembra avere le idee troppo chiare sulla strada da prendere

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La vicenda libica sembra essere passata sottotraccia nell’agenda politica USA. Dopo essere stati fra i protagonisti dell’intervento internazionale che nel 2011 ha portato alla caduta del governo di Mu’ammar Gheddafi e – da ultimo – all’uccisione del Colonnello; dopo il sanguinoso attacco al consolato di Bengasi in cui ha trovato la morte il neo-nominato ambasciatore Chris Stevens (11 settembre 2012); dopo, infine, in sostanziale fallimento della US-Libya Declaration of Intent, firmata nel dicembre 2013 per promuovere la cooperazione nel campo del contrasto al crimine e del law enforcement, maggio del 2014 gli Stati Uniti sembrano avere dissociato i loro interessi da quelli di un Paese che lo stesso Dipartimento di Stato qualifica ‘ad alto rischio’ e che sconsigli i cittadini americani di visitare a causa di una lunga lista di problemi interni e internazionali. L’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca non ha modificato questo stato di cose. Nei giorni dell’insediamento, diverse fonti avevano invocato la necessità di un ‘cambio di passo’ rispetto alle ambiguità dell’era Obama: cambio di passo che, tuttavia, non sembra essersi mai davvero manifestato.

In occasione della visita del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte a Washington, nel luglio 2018, il Presidente Trump aveva espresso il suo favore a considerare Roma un interlocutore privilegiato per il teatro libico, sostenendo la posizione italiana nella competizione ingaggiata con la Francia. Era una decisione che faceva in larga misura il gioco italiano, non solo rilanciandone le chance di influenza ma anche in relazione alla complessa questione migratoria e alla competizione che – in modo nemmeno troppo velato – contrappone il nostro Paese a Parigi su una lunga serie di punti. Il sostegno promesso sembra, però, essersi materializzato solo in parte. Nonostante la prossimità alle cerimonie parigine per il centenario della fine della Prima guerra mondiale, Trump si è tenuto a distanza dalla conferenza di Palermo sulla Libia (12-14 novembre), così come a distanza si sono tenuti altri attori importanti, come il Presidente russo Putin, quello francese Macron e il Cancelliere Merkel. Rappresentata dall’Acting Assistant Secretary for Near Eastern Affairs, David Satterfield, l’amministrazione USA sembra, inoltre, avere fatto il possibile per rimarcare il suo basso profilo.

La questione di fondo è che – dopo le accuse di scarsa incisività rivolte a Barack Obama – nemmeno l’amministrazione Trump sembra avere le idee troppo chiare sulla strada da prendere in Libia. Gli Stati Uniti sono attivamente presenti nel teatro libico, soprattutto al fine di contrastare l’influenza del sedicente ‘Stato islamico’ e delle realtà a questo legate. Fonti di stampa hanno segnalato il ripetersi di attacchi aerei sul Paese e gli stessi vertici militari statunitensi, nei mesi scorsi, hanno parlato di ‘pesante coinvolgimento in attività antiterroristiche in Libia’. Al di là di questo, e nonostante gli appelli che da più pari sono stati rivolti all’amministrazione perché assuma un ruolo più attivo, non sembra, tuttavia, esserci alcun programma ‘di lungo periodo’ per affrontare la crisi sociale e politica innescata dalla caduta della vecchia Jamahiriya. Nonostante un crescente interesse al mercato energetico, in questa come in varie altre questioni, il Presidente e il suo entourage sembrano, piuttosto, avere scelto di delegare la gestione della vicenda e delle sue implicazioni agli alleati regionali, primo fra tutti l’Arabia Saudita, la cui influenza nel Paese nordafricano appare in costante crescita.

Si tratta di una strategia ‘a doppio taglio’. Se da una parte essa permette a Washington di mantenere l’attuale lineadi basso profilo’, dall’altra finisce per ancorare i suoi interessi a quelli di una potenza che, negli ultimi tempi, è apparsa piuttosto difficile da controllare. Essa rischia inoltre di trascinare Washington nei contrasti che oppongono Riyadh ai suoi rivali regionali (Qatar in primis), che proprio in Libia trovano uno dei loro teatri di sfogo. Da questo punto di vista, il rischio è che – sul medio/lungo periodo – il ‘basso profilo’ finisca per trasformarsi nel coinvolgimento in due teatri interdipendenti (Libia e Golfo), per di più a condizioni scelte ‘da altri’. Quella che pare emergere è – ancora una volta – la perdurante mancanza di volontà di affrontare il problema libico in un’ottica di largo respiro. Si tratta, per certi aspetti, un tratto di fondo dell’attuale amministrazione. D’altra parte, proprio per la complessità del contesto e per la delicata collocazione geopolitica, questa scelta applicata alla Libia rischia di avere conseguenze particolarmente gravi, tenuto anche conto della accresciuta competizione con la Russia, anch’essa molto attiva nel teatro mediterraneo.

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