domenica, Ottobre 24

USA in Iraq per combattere il radicalismo, o forse no? Forse, dopo che gli Stati Uniti si sono rivelati incapaci di sottomettere le fazioni politiche e tribali ribelli dell'Iraq, ora scelgono di concentrarsi sul controllo delle poche aree geo-strategicamente più importanti

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Anche se il Presidente americano Barack Obama, all’inizio di giugno, ha promesso che non si sarebbe fatto trascinare di nuovo nel baratro militare iracheno, sembra che le sue promesse si stiano dimostrando effimere e inconsistenti, così come la politica estera americana in Medio Oriente.

Mentre gli Stati Uniti hanno giustificato il loro ‘ritornosul campo come una tattica, sottolineando che il loro compito sarà focalizzato e circoscritto entro obiettivi molto specifici, la presenza sul terreno di circa 130 consiglieri militari‘ potrebbe preannunciare un rientro in Iraq molto più importante del previsto; ciò sembrerebbe riportare la situazione indietro nel tempo, nel periodo precedere al ritiro militare degli USA.

Questa volta il Pentagono si è schierato con i curdi contro lo Stato islamico, l’ISIL – Stato Islamico dell’Iraq e del Levante – dando ai combattenti Peshmerga un fondamentale supporto aereo; questa volta, l’aiuto di Washington è stato accolto dal popolo iracheno in modo favorevole, a prescindere da quali ulteriori motivi possano muovere gli Stati Uniti.

Ma l’America non è sola;  la Gran Bretagna la sta seguendo da presso. Mentre le forze curde in Iraq sono riuscite a fare alcuni progressi strategici contro i gruppi IS vicino a Mosul, sostenuti dagli attacchi aerei USA, il Ministro della Difesa della Gran Bretagna, lunedì, ha dichiarato che il personale delle forze aeree coinvolte nella campagna contro gli insorti sarebbe stato impegnato per settimane e mesi e non si tratta più semplicemente di un affare umanitario.

Proprio mentre il Presidente americano Obama prometteva che gli anfibi USA non avrebbero toccato nuovamente la terra irachena,il Primo Ministro britannico James Cameron è stato irremovibile nel dire che «i soldati britannici non verranno schierati».

Ha anche osservato di voler «essere assolutamente chiaro con voi e con le vostre famiglie che vi aspettano a casa. La Gran Bretagna non ha intenzione di essere coinvolta in un’altra guerra in Iraq. Non stiamo scendendo in campo. Non abbiamo intenzione di mandare l’esercito britannico in Medio Oriente».

Ma, ancora una volta, dal momento che l’ISIL ha già dimostrato di essere un nemico formidabile tanto che le potenze occidentali hanno dovuto intervenire in senso militare per fermare i suoi progressi, gli esperti militari hanno già etichettato le promesse del Presidente americano Obama e del Premier britannico Cameron sugli interventi limitati come impraticabili e irrealistiche.

Al di là del possibile risultato delle truppe americane in Iraq, o anche dei progressi senza precedenti da parte di radicali islamici nel cuore dell’Arabia, rimane una questione che in gran parte resta irrisolta: perché la Casa Bianca ha scelto di sostenere i curdi?

Forse, dopo che gli Stati Uniti si sono rivelati incapaci di sottomettere le fazioni politiche e tribali ribelli dell’Iraq, ora scelgono di concentrarsi sul controllo delle poche aree geo-strategicamente più importanti? Dopo tutto, il Kurdistan sembra essere ‘seduto’ su grandi risorse naturali, accanto alla Turchia e al’Iran, due Paesi sui quali Washington è fermamente intenzionato a mantenere viva la sua attenzione.

Il Kurdistan ha già dimostrato di poter essere un partner affidabile e flessibile per gli interessi occidentali nella regione.

Invece di difendere e proteggere l’Iraq dalla minaccia del radicalismo, non sarebbe più corretto guardare la mossa degli Stati Uniti come un rebranding delle sue ambizioni imperialistiche?

Un semplice sguardo alla mappa Iraq-Kurdistan racconta infatti una storia che non ha nulla a che fare con il radicalismo islamico e con tutto ciò che ha a che vedere con il posizionamento e l’accesso geo-strategico al petrolio. Un altro dettaglio interessante è stato trascurato nel considerare le motivazioni americane in questa nuova crisi: la politica petrolifera irachena nei confronti degli investitori.

 

Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli

 

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