domenica, Settembre 26

Usa, il premier thailandese Prayuth Chan-o-cha dice sì a Trump

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Bangkok – La revisione dei quadri relativi alle alleanze nell’area Costa Estremo Orientale-Pacifico e USA-Asia del Sud Est sta vivendo una rinnovata passione geopolitica nell’Amministrazione USA ‘firmata’ Donald Trump. Il punto di non ritorno, in questo quadrante, è stato quello connesso con la crisi diplomatica nordcoreana. Da essa è derivata una repentina manovra da parte di Trump nel voler rivedere le ipotesi originarie – sbandierate durante la campagna presidenziale USA – oggi totalmente ridiscusse. Donald Trump, infatti, in campagna elettorale e nei primi dei suoi cento giorni di mandato ha disegnato un’America restituita agli americani ed una politica estera più isolazionista, più concentrata sui propri interessi.

Successivamente Trump si è fatto interprete di un attivismo improvviso sulla scena estera, andando a sfidare la Corea del Nord in prossimità delle sue acque e portando lo stesso colosso cinese a smascherare le proprie intenzioni nell’area, visto il clima certo non pacifico causato dalle vetuste questioni territoriali con molti Paesi nell’area e vista la particolare eccitazione che ha colpito Kim Jong-un, lo scomodo vicino asiatico del quale la Cina è praticamente l’unica Nazione sostenitrice e che ora ha messo la stessa Cina in una situazione diplomatica difficile da gestire se non del tutto imbarazzante.

E così, attraverso un lungo giro di telefonate condotte di persona, Donald Trump ha voluto riannodare il dialogo o approfondirlo lì dove era necessario, per ricreare un’area geopolitica ‘amica’ nel Sud Est Asia. Più a Nord, l’appoggio USA a Giappone e Corea del Sud era chiaro già prima che si scaldasse lo scenario nordcoreano, le manovre navali congiunte con il Giappone, lo spostamento di una notevole parte della propria flotta nelle acque dell’area, l’arrivo di un super tecnologico drone dagli USA e la collocazione di un avanzato sistema anti-missilistico ai confini sud-coreani, hanno connotato l’attivismo dell’Amministrazione Trump che ora si rivolge anche più a Sud.

Tra le telefonate che Trump ha fatto in quell’area s’è fatta certamente notare la risposta del Presidente filippino Rodrigo Duterte che, in modo alquanto sprezzante, all’offerta di una visita in qualità di ospite alla Casa Bianca ha risposto che non sa se ha tempo, visto che – afferma – è molto impegnato. Duterte, il quale aveva bollato il precedente Presidente USA con la frase ‘son of whore’, ha oscillato tra Cina e USA in parte del suo mandato. Ma, dopo le feroci critiche presentate in sede internazionale dagli USA, dall’Unione Europea, persino da parte dell’ONU circa i metodi brutali di Duterte nella lotta ai narcos filippini e che hanno condotto alla morte di numerosi cittadini filippini non connessi coi cartelli della droga delle Filippine, Duterte ha improvvisamente sterzato. Ha rivisto del tutto le proprie posizioni con l’ingombrante vicino cinese che spesso è stato il principale attore nelle dispute marittime e nei veri e propri scontri che si sono esplicati in mare aperto alla caccia delle ricchezze ittiche ed energetiche del Mar Cinese del Sud che le Filippine chiamano, invece, Mar delle Filippine Occidentali.

Duterte ha fatto i suoi calcoli ed ha decisamente svoltato a favore della Cina, ha affermato ai quattro venti la necessità di riprendere un dialogo improntato ad un rispetto reciproco e votato ad una maggiore armonia nell’area, si è progressivamente sganciato dal suo antico Paese amico – gli USA – ed oggi Duterte è persino andato a far visita alla flotta cinese che stava esercitandosi in zone marittime dove – solo fino a pochissimo tempo fa – sarebbe persino scoppiata una guerra locale a causa di sconfinamenti o altri casus belli più o meno reali, più o meno inventati. Queste decisioni prese da Duterte in epoca recente hanno parecchio fatto infuriare gli USA che non avrebbero potuto nemmeno immaginare, fino a qualche mese fa, di assistere ad un così vistoso avvicinamento diplomatico tra Filippine e Cina.

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