sabato, novembre 17

USA: il ‘potere diviso’ Cosa accadrà negli USA dopo queste elezioni? Ne abbiamo parlato con lo storico Massimo Teodori

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Il Senato resta ai repubblicani, la Camera passa ai democratici. Questi, comunque, i risultati delle elezioni di Midterm negli Stati Uniti, elezioni che lo stesso Donald Trump ha descritto come un referendum sulla sua presidenza. 51 seggi contro 45 al Senato per i rossi e 219 contro 193 alla Camera per i blu ma dovremo attendere la fine della giornata per avere i numeri definitivi. Una vittoria per i democratici? O forse, sarebbe più corretto parlare di una vittoria ‘nuova‘ per i repubblicani? Tutte le sfide in bilico si sono risolte, infatti, a favore dei conservatori, ed i democratici hanno fallito nella conquista del Tennessee, dell’Indiana e del North Dakota.

Ed ora? «Domani sarà un nuovo giorno per l’America», ha dichiarato subito la leader democratica Nancy Pelosi. Se sarà effettivamente cosi, non possiamo ancora dirlo, ma di certo da queste elezioni ne esce una Nazione sempre più spaccata.

I riflettori sono puntati su ambedue i lati. L’eco di una domanda: Trump, nei prossimi due anni, si troverà ad affrontare una «guerra» dinanzi ad una Camera a gestione democratica? «E’ probabile che la Camera faccia indagini per colpire il Presidente e le persone della sua Amministrazione», lo si legge un po’ ovunque, oggi. C’è chi parla proprio di guerra, specie alla luce del fatto che, ora, la Camera a maggioranza blu avrà il potere di bloccare il suo programma legislativo, fare indagini ed infastidire un Presidente finora abituatosi ad un Congresso ed una Corte Suprema a maggioranza repubblicana.

Trump «potrebbe dover scegliere tra l’inasprimento della guerra partigiana a Washington e il tentativo di raggiungere accordi bipartisan», scrive il ‘New York Times‘ oggi. E i democratici come si organizzeranno? O meglio, si ri-organizzeranno?

«Saranno due anni difficili». L’America rischia, quindi, lo stallo? Le elezioni non Illustrano «un cambiamento massiccio nell’elettorato», si legge sul ‘Washington Times‘, ma il Paese risulta perfettamente spaccato a metà come già -in fondo- lo è da diversi anni. Quale sarà, quindi, l’atteggiamento della nuova maggioranza alla Camera? E la strategia di Trump?

Abbiamo parlato dei meccanismi che si innescheranno da queste elezioni di Midterm con Massimo Teodori, storico, scrittore ed esperto di politica americana.

 

Quanto hanno vinto davvero i democratici?

Sicuramente i democratici hanno vinto, innanzitutto, perché prendere il controllo di una camera significa avere una notevole possibilità di condizionare l’azione del Presidente e quella di governo. Un Congresso diviso con una camera ai democratici ed una camera ai repubblicani, significa che i poteri sono molto più bilanciati. I democratici, con il controllo della Camera dei Rappresentati, hanno, soprattutto, il potere nelle materie finanziarie -ad esempio per la materia fiscale- perché la Camera ha la preminenza su tutto quello che riguarda l’economia e la finanza; poi, avrà anche la possibilità di istituire delle commissioni di inchiesta all’interno del Congresso, cosa che, fino ad oggi, non ha voluto fare nei confronti di Trump. Quindi, direi che il potere è notevole. La loro vittoria, però, è anche nella conquista di una serie di governatorati: secondo i dati di questa mattina, infatti, sette governatori che prima appartenevano ai repubblicani adesso sono dei democratici. Il guadagno è stato anche nei confronti di alcuni stati che, prima, erano passati ai repubblicani, come il Michigan e l’Illinois, due stati decisivi per l’elezione di Trump nel 2016.

Cosa significa tutto questo? Significa che i democratici hanno riacquistato un certo potere, cosa che, del resto, è abbastanza normale in un’elezione di mezzo termine in cui il partito del Presidente, normalmente, perde le elezioni per il Congresso di una o due camere; così è avvenuto anche in passato con tante altre presidenze.

Quanto ha vinto, invece, e quanto ha perso Trump?

Io non parlerei di ‘quanto ha vinto’ o ‘quanto ha perso’. Il discorso va fatto più a fondo e riguarda la divisione della società e della politica americana, una divisione accentuatasi in questi anni. Già nell’elezione del 2016 fu rilevato come si erano create due Americhe, un’America tradizionalista che aveva avuto la maggioranza soprattutto alle contee legate a quei valori, un po’ l’America che veniva dalla frontiera e che aveva la maggioranza nei luoghi non urbani e negli stati del Sud e dell’Ovest, e poi l’altra America, quella delle città, quella più aperta, delle università e del ceto urbano più evoluto. Da allora, si notò che c’era stata questa profonda spaccatura antropologica prima che politica. Questa rottura fra le due Americhe, -per la quale ricordo la copertina del Times sugli Stati Divisi d’America-, si è accentuata nelle elezioni di Midterm perché Trump, in questi due anni, invece di fare quello che in generale i presidenti americani, repubblicani o democratici, hanno sempre fatto, cioè, unire gli americani dopo essere stato eletto, ha accentuato il fronte tra ‘quelli che sono con me’ e ‘quelli che sono contro di me’, acutizzando il conflitto tra due Americhe molto diverse. Questa cosa si è ripetuta oggi con l’elezione di mezzo termine. Un’altra cosa che ha accentuato Trump è stata quella tra bianchi e non, tanto è vero che alcuni lo hanno ribattezzato come ‘il primo Presidente bianco’ per sottolineare la sua espressione di un certo suprematismo bianco in contrapposizione alle minoranze. La sua ostilità agli islamici, ai latinos è soprattutto un’ostilità simbolica per fare appello a quel tipo di America bianca. Quindi, chiarito chi ha perso, parliamo dello stato della società americana divisa come non mai dagli anni ’50 ad oggi. Questo è lo stato della società che vedremo anche nei prossimi anni.

Ci sembra di capire che la forza dei democratici risieda soprattutto nei candidati ‘più di sinistra’; se così è, quale partito democratico si plasmerà da qui al 2020?

Innanzitutto, occorre dire che il partito repubblicano, oggi, è molto trumpizzato, molto più di quanto lo fosse nel 2016. Tutti quanti si sono adeguati a Trump, anche i suoi vecchi avversari come Ted Cruz e via dicendo. Nei democratici, dall’altro lato, ancora non si vede una linea comune, né quale sarà il leader che possa candidarsi nel 2020 per sfidare Trump. Ci sono sì molti giovani, molti rappresentanti delle minoranze; abbiamo visto, infatti, che sono state elette molte donne alla Camera dei Rappresentanti, anche un paio di islamiche e un governatore democratico apertamente omosessuale. Tutte queste cose sono nel partito democratico ma, d’altro canto, hanno avuto successo anche delle vecchie glorie democratiche; pensiamo a Nancy Pelosi che ha 78 anni e probabilmente sarà ancora il numero tre dello Stato americano, o al rieletto Bernie Sanders che ha la stessa età o al senatore presentato come il vice di Hillary Clinton. Vediamo, insomma, un partito democratico che non ha ancora una propria fisionomia perché, da un lato, dentro ci sono delle istanze più radicali e, dall’altro, c’è anche un grosso ‘blocco’, ovvero, i democratici tradizionali che sono poi quelli che fanno la vera forza.

Si parla di «guerra» nei prossimi due anni: sarà così davvero o, in realtà, una guerra non converrebbe a nessuno?

Dipende. Trump è una persona imprevedibile. Finora ha spinto l’acceleratore sul conflitto, anzi, il conflitto lo ha creato continuamente; bisogna vedere se, ora, con una camera in mano ai democratici guidati da Nancy Pelosi -che è una parlamentare molto esperta-, Trump possa anche fare una svolta improvvisa e cercare una collaborazione con i democratici. Ma questo, come ho detto, è imprevedibile, perché Trump lo è. Fino ad oggi, il suo metodo è stato creare il conflitto ad ogni costo e dappertutto, nelle istituzioni e nella società; quello che deciderà domani non si può sapere. Sicuramente, i democratici cercheranno di ostacolarlo quanto più possibile.

Da Trump ci dobbiamo attendere cambiamenti di politica e di strategia per il 2020?

Nessuno può prevedere cosa accadrà perché tutte le previsioni su Trump sono fallite. Da un giorno all’altro, può fare una cosa e poi, fare anche il contrario.

Ci faccia entrare nei meccanismi del nuovo Congresso: quali poteri avrà effettivamente la Camera a guida democratica? Come e su cosa potrà modificare le politiche di Trump? E quale potere avrà la Camera in politica estera?

Tutte le leggi devono essere approvate da entrambi i rami del parlamento. La Camera ha la preminenza su tutto quello che riguarda gli stanziamenti e la politica fiscale. Quindi, in generale, tutte le proposte di legge diciamo ‘di carattere parlamentare’ devono essere negoziate con la Camera e, in più, su quei temi economici e finanziari c’è maggior potere della Camera. Cosi come in politica estera i poteri sono essenzialmente del Senato che ha anche poteri di conferma di tutte le nomine comprese le nomine giudiziarie. Per tutto il sistema federale della giustizia, cosi come il sistema degli ambasciatori, delle autorità indipendenti ecc., l’iniziativa è del Presidente e il Senato ha il potere costituzionale di conferma. Ricordiamo poi che il potere di controllo e di inchiesta è un potere che appartiene autonomamente ad entrambe le camere, quindi, ognuno può fare quello che vuole. I democratici, chiaramente, potrebbero fare una commissione d’inchiesta sulle tasse di Trump, tasse che non ha mai dichiarato e su cui la Camera ha un potere specifico.

In un interessantissimo articolo uscito ieri, il premio Nobel Stiglitz sostiene che mai come in questo momento gli ideali di libertà, democrazia, giustizia siano sotto attacco in USA, e che una Camera controllata dai democratici potrà garantire un controllo contro le tendenze autoritarie di Trump. Fino a che punto condivide? Davvero la Camera democratica avrà gli strumenti e la forza per un freno di questo genere?

Non c’è alcun dubbio che il ‘potere diviso’, ovvero, quando il Congresso ha i due rami di due colori differenti, sicuramente il sistema di pesi e contrappesi è molto più equilibrato; i pericoli di involuzione autoritari diminuiscono perché viene ad esserci la compattezza del potere istituzionale.

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