sabato, Dicembre 4

USA: il ballon d’essai di Donald Trump Le voci riguardo alla volontà di Trump di non lasciare la Casa Bianca dopo il giuramento del suo successore sono indicative di come la vittoria di Biden continui a essere contestata almeno una parte dell’elettorato repubblicano, e di come ‘The Donald’ riesca comunque a catalizzare l’attenzione

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Mentre si snoda l’iter che – salvo improbabili intoppi – porterà all’insediamento dellamministrazione Biden il prossimo 20 gennaio, sono tornate a circolare voci riguardo alla volontà di Donald Trump di non lasciare la Casa Bianca dopo il giuramento del suo successore. Il voto del Collegio elettorale, che il 14 dicembre si è espresso in larga maggioranza a favore del candidato democratico, ha ridato forza a queste voci, sostenute anche dal silenzio in cui il Presidente uscente sembra essersi trincerato. Ovviamente, l’eventualità che Trump debba essere accompagnato forzosamente alla porta della Casa Bianca è quanto mai improbabile, anche per una figura che sin dalla campagna elettorale del 2016 ha fatto un punto di vanto della sua capacità di sfidare le regole costituite. Piuttosto, il fatto che queste voci abbiano ripreso a circolare è indicativo da una parte di come la vittoria di Biden nelle elezioni del 3 novembre continui a essere contestata almeno una parte dell’elettorato repubblicano, dall’altra di come, nonostante la sconfitta subita, ‘The Donaldriesca comunque a catalizzare l’attenzione dei media e a dettare le coordinate del dibattito politico.

In questo senso, l’ormai lunga querelle su quali saranno le sue mosse è sufficientemente indicativa. Dalle ore stesse del voto, Trump si è impegnato su diversi tavoli per contestare la legittimità del risultato, agendo sia in prima persona, sia attraverso le figure a lui più legate all’interno del Partito repubblicano. In questa strategia, la credibilità delle contestazioni mosse e la validità degli argomenti giuridici sollevati sono stati gli aspetti meno importanti. Al centro si colloca la volontà di mantenere alto il grado di mobilitazione degli elettori e – dentro al partito – di avviare una specie di ‘conta’ delle forze su cui può contare. Questa scelta potrebbe rivelarsi controproducente, alimentando i timori di quelle frange moderate di elettori guardano con preoccupazione all’attuale stato di competizione permanente. Allo stesso modo, la resa dei conti interna che la ‘conta’ voluta dal Presidente uscente rischia di innescare potrebbe mettere in luce le tante divisioni che esistono nel Grand Old Party e che, negli scorsi anni, hanno spinto vari suoi esponenti a muoversi per evitare la rielezione di Trump.

Siamo, quindi, di fronte all’ennesima ‘scommessa’ di un Presidente il cui mandato si è spesso dispiegato sotto il segno dell’azzardo? La risposta è più sfumata di quanto potrebbe apparire. Nonostante la sconfitta elettorale e un calo significativo del suo indice di approvazione (attestato, secondo gli ultimi dati Gallup, intorno al 39% contro il 43% della prima metà di novembre), Donald Trump continua, infatti, a godere del consenso di fette importanti dell’elettorato repubblicano. Allo stesso modo, se diversi esponenti del partito hanno criticato la sua condotta prima e dopo il voto (in alcuni casi dando il loro aperto sostegno allo sfidante democratico), altrettanti hanno scelto una linea più ‘defilata’, mentre gli esisti della ‘conta’ di queste settimane sembrano indicare come la posizione di ‘The Donald’ in seno al GOP rimanga, comunque, forte. Se la partita per la Casa Bianca è, quindi, definitivamente chiusa, rimangono aperte quelle per la leadership del partito e – legata a questa – quella per il modo con cui l’opposizione repubblicana si potrà relazionare con la nuova amministrazione.

Gli esiti del ballottaggio in Georgia saranno fondamentali per definire – sul piano numerico – gli equilibri futuri del Congresso. Tuttavia, anche altri fattori influenzeranno il modo in cui il Partito repubblicano potrà giochare il suo ruolo di forza di opposizione, primo fra tutti gli equilibri che prevarranno al suo interno. Inoltre, il modo in cui l’opposizione repubblicana si articolerà in questi anni inciderà in maniera importante sulla credibilità di una eventuale candidatura Trump alle presidenziali del 2024. Su questa eventualità (evocata, nelle scorse settimane, dallo stesso Presidente uscente) le opinioni sono diverse, sebbene da più parti si tenda a considerare le parole di Trump una sorta di ‘ballon d’essai’. È forse presto per avere una riposta precisa su questo punto. D’altra parte, se anche l’ipotesi di una possibile candidatura nel 2024 non si dovesse materializzare, il fatto che di questa candidatura si sia parlato (e si continui a parlare con insistenza) è indicativo del peso che ‘The Donald’ conserva nell’attuale scenario politico, un peso che le voci più o meno fondate intorno alle sue possibili scelte da qui al 20 gennaio concorrono ad aumentare.

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