venerdì, Agosto 12

USA: i guai fiscali di Trump non fanno male al trumpismo Indipendentemente dall’esito della vicenda giudiziaria, il trumpismo sembra avere acquisito una identità in larga misura indipendente dalla stessa figura di Trump, sia all’interno del Partito repubblicano, sia (per altre ragioni) agli occhi di quello democratico

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L’indagine in corso sui presunti illeciti fiscali nella gestione della Trump organization, il conglomerato internazionale che si occupa delle iniziative imprenditoriali e degli investimenti dell’ex Presidente degli Stati Uniti, ha contributo – nelle ultime settimane a riportare la figura di Donald Trump al centro della scena politica. L’invito a comparire che il procuratore generale di New York, la democratica Letitia James, ha indirizzato ai figli di Trump  Ivanka e Donald Jr  e il rifiuto di questi ultimi di testimoniare sulle attività del padre sono solo l’ultima puntata – in ordine di tempo – di una battaglia legale iniziata prima ancora che la passata amministrazione avesse concluso il suo mandato. Questa battaglia legale ha rilanciato gli interrogativi che, dopo la sconfitta di novembre 2020, circolano intorno a Trump, al suo futuro politico e al modo in cui questo potrà influire sul futuro del Partito repubblicano. Il seguito dell’ex Presidente all’interno del partito, infatti, rimane forte e le sue attuali vicissitudini potrebbero – paradossalmente – consolidarlo, contribuendo ad alimentare una polarizzazione nella quale diversi osservatori hanno voluto vedere la principale debolezza del Grand Old Party.

Nell’ultimo anno, le incertezze dell’amministrazione Biden e le divisioni della maggioranza democratica in Congresso hanno contribuito a rafforzare molto il fronte repubblicano. Tuttavia, ciò non è riuscito a sanare la frattura che, con l’emergere della candidatura di Trump e ancora di più durante la sua presidenza, si era aperta fra l’anima ‘tradizionale’ del partito e il numero crescente di chi, al suo interno, si identificava con le posizioni del tycoon di New York. La sconfitta nel voto presidenziale, anziché indebolire questa componente, ha consolidato il ruolo del trumpismo nella vita politica statunitense, impattando anche sulle dinamiche interne al GOP. I successi che i candidati vicini alle posizioni dell’ex inquilino della Casa Bianca hanno raccolto nelle recenti competizioni elettorali sono un indice significativo di questa tendenza. Altrettanto significativo è il favore di cui l’ex Presidente continua a godere in larghe fette dell’elettorato repubblicano e il consenso che continua a raccogliere la narrazione della ‘vittoria rubata’, nonostante la regolarità delle elezioni del 2020 sia stata ampiamente confermata.

I problemi legali di Trump potranno influire su questo stato di cose? In effetti, da più parti, l’auspicio è che i guai della Trump organization possano portare all’uscita di scena della figura ingombrante di ‘The Donald’ e – per questa via – favorire il ritorno a una dialettica politica più ‘normale’. Si tratta, tuttavia, di un auspicio forse troppo ottimistico. Indipendentemente dall’esito della vicenda giudiziaria, il trumpismo sembra, infatti, avere acquisito una identità in larga misura indipendente dalla stessa figura di Trump, sia all’interno del Partito repubblicano, sia (per altre ragioni) agli occhi di quello democratico. Sinora, il sostegno dell’ex Presidente, il recupero delle sue posizioni e il richiamo ai suoi slogan si sono dimostrati paganti, in termini di consenso, per i candidati del GOP. Sul fronte opposto, la necessità di opporsi all’affermarsi di una presunta ‘America di Trump’ è stato un richiamo importante per tenere insieme un Partito democratico che ormai da tempo appare in crisi di identità. Anche una possibile uscita di scena del Trump politico non avrebbe un grande effetto su queste dinamiche.

Inoltre, nonostante le difficoltà, è lo stesso ex Presidente che non sembra volere cedere il campo. Un recente sondaggio ha messo in luce come Donald Trump, pur non avendo ancora ufficializzato la sua posizione per i 2024resti di gran lunga il candidato preferito degli elettori repubblicani, surclassando, con il 54% dei consensi, l’11% del secondo classificato, il governatore della Florida Ron DeSantis, unico altro a segnare un valore ‘a due cifre’. Inoltre, alla vigilia del primo anniversario dei Capitol riots del 2021, stanno aumentando, in ambito repubblicano, i tentativi di rileggere l’accaduto ridimensionandone la portata, accreditando le istanze ‘patriottiche’ dei dimostranti o presentando l’intera vicenda come una complessa e articolata manovra di disinformazione (‘false flag’). È un’altra dimostrazione di come nonostante la sua natura divisiva (o, forse, proprio per quella) la narrazione trumpiana abbia ormai ‘messo radici’ dentro il partito e nel suo elettorato e di come, in questa manieraessa continui a esercitare un’influenza destinata a sopravvivere anche all’eventuale fine politica del suo protagonista.

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Sull'autore

Gianluca Pastori è Professore associato nella Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, dove insegna Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, International History e Storia delle relazioni e delle istituzioni internazionali. Collabora con vari enti di ricerca e formazione pubblici e privati, fra cui l’ISPI - Istituto per gli Studi di Politica Internazionale, dove è Associate Research Fellow per il programma Relazioni Transatlantiche. Fra i suoi ultimi saggi: The Atlantic Alliance, NATO, and the Post-Arab Springs Mediterranean. The Quest for a New Strategic Relevance (2021); Una distensione mancata? L’amministrazione Trump e il nodo dei rapporti con la Russia (2021); Il dilemma del multilateralismo. Washington e il mondo, fra impegno collettivo e “America first” (2019).

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