mercoledì, Dicembre 1

Usa-Gran Bretagna: alleanza in declino? La preoccupazione degli americani verte su un slittamento dagli effetti dirompenti in chiave geopolitica

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La debolezza britannica, fortemente indotta dagli Stati Uniti, fu il frutto di una riconfigurazione del pensiero geoeconomico di Washington secondo le idee di George Kennan, James Forrestal e William Draper. Secondo questi alti funzionari, la strategia statunitense da dispiegare sul fronte Sud dell’Urss avrebbe dovuto poggiare su Turchia, Iran e Arabia Saudita, con la prima a sorvegliare gli stretti sul Mar Nero, la seconda a presidiare le frontiere meridionali dell’Unione Sovietica e la terza a garantire i rifornimenti petroliferi in base all’accordo raggiunto sull’incrociatore Quincy in navigazione sul Grande Lago Amaro del Canale di Suez tra Roosevelt e Ibn al-Saud il 14 febbraio 1945. Il compito di sorvegliare sullo scenario asiatico sarebbe stato affidato al Giappone, mentre la Germania si sarebbe dovuta occupare del teatro europeo. Germania e Giappone erano infatti Paesi dalle grandi risorse industriali titolari delle capacità necessarie a creare sfere egemoniche attorno alla loro potenza economica. Gli Stati Uniti, dal canto loro, si sarebbero impegnati a finanziare il deficit estero delle partite in dollari di questi due grandi Paesi per un lungo periodo di tempo, secondo un modello ’triangolare’ in cui la potenza globale si sarebbe fatta carico delle spese necessarie a rimettere in sesto i due poli regionali che, una volta ripresisi economicamene, avrebbero proseguito con le proprie forze esportando verso le rispettive aree di influenza. Su queste basi ha preso vita il progetto relativo al Piano Marshall, che venne lanciato l’anno seguente. A fianco di ciò, gli Usa cominciarono ad applicare i principi che avevano reso la Gran Bretagna la più potente talassocrazia della storia mondiale, conformemente alla concezione dell’ammiraglio Alfred T. Mahan.

Come osserva il professor Alfred McCoy: «dopo aver assunto il controllo delle estremità assiali dell’“isola-mondo” da Germania nazista e Giappone imperiale nel 1945, nei successivi 70 anni gli Stati Uniti hanno innalzato numerose barriere militari per contenere Cina e Russia nel cuore eurasiatico […]. Fondamentale per il contenimento della potenza terrestre sovietica sarebbe stata l’Us Navy. Le sue flotte avrebbero circondato il continente eurasiatico, integrando e quindi soppiantando la marina inglese: la Sesta Flotta si è stabilizzata a Napoli nel 1946 per controllare l’Oceano Atlantico e il Mar Mediterraneo; la Settima Flotta a Subic Bay, nelle Filippine, nel 1947, per sorvegliare il Pacifico occidentale; la Quinta Flotta è di stanza in Bahrain, nel Golfo Persico, dal 1995. A fianco di ciò, i diplomatici statunitensi hanno stretto una serie di alleanze militari: Organizzazione del Trattato dell’Atlantico del Nord (1949), Organizzazione del Trattato del Medio Oriente (1955), Organizzazione del Trattato dell’Asia del Sud-est (1954) e Trattato di Sicurezza Nippo-Statunitense (1951). Nel 1955 gli Stati Uniti avevano messo in piedi una rete globale di 450 basi militari dislocate in 36 Paesi allo scopo di arginare il blocco sino-sovietico dietro una cortina di ferro che coincideva in modo sorprendente ai ‘rimland’ di Mackinder nel continente eurasiatico».

Questo nuovo approccio degli Usa produsse pesanti ricadute nei rapporti con l’ormai logoro Impero Britannico. I nuovi rapporti di forza scaturiti dalla seconda Guerra Mondiale costrinsero Londra ad assicurare a  Washington un appoggio incondizionato sia in sede diplomatica che militare, tanto in seno alla Nato quanto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. La Gran Bretagna, preso atto del proprio irreversibile declino, si rassegnò a vestire i panni di socio di minoranza degli Usa, nel tentativo di mantenere un minimo di influenza sullo scacchiere internazionale e di garantirsi la possibilità di definire gli orientamenti della superpotenza attraverso l’esperienza imperiale maturata nel corso dei secoli passati. «Siamo come i greci dell’età ellenistica. Il potere è passato agli Stati Uniti – la Roma dei nostri tempi – e noi dobbiamo puntare a civilizzarli e a influenzarli», affermò il primo ministro Harold MacMillan. Gli Usa si prestarono a questo gioco, poiché assecondando la megalomania della leadership di Londra si riusciva ad  ingraziarsene il favore, e a mettere in cantiere accordi strategici fondamentali come quello – noto come UkUsa – raggiunto il 5 marzo del 1946, in base al quale i due Paesi misero in piedi una rete di spionaggio costituita da centinaia di centri di ascolto impiantati in tutti dominions della regina. Si trattava del primo, embrionale nucleo di quelli che sarebbero diventati i cosiddetti Five Eyes, con l’inclusione progressiva nel club delle altre nazioni anglofone – quali Australia, Nuova Zelanda e Canada.

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