venerdì, Luglio 23

USA: FED al bivio

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Qualche settimana fa, lo stimato economista della Deutsche Bank Rineesh Bansal ha scritto un’analisi in cui osservava come il tentativo congiunto di Federal Reserve (Fed) e Dipartimento del Tesoro di ottenere allo stesso tempo l’aumento dei salari, dell’inflazione e dei profitti sia destinato a risolversi in un sonoro fallimento. Nel corso della storia, i gestori dell’economia si sono infatti dovuti sempre accontentare di cogliere al massimo due obiettivi su tre con una struttura finanziaria incardinata sui tassi di cambio fissi, flussi di capitale transfrontalieri non disciplinati e politica monetaria formalmente indipendente dal governo.

Lo spiega in maniera molto chiara Paul Craig Roberts, ex alto funzionario del Dipartimento del Tesoro sotto l’amministrazione Reagan. Focalizzando l’attenzione sull’azzeramento dei tassi di interesse e i colossali programmi di acquisto dei Treasury Bond da parte della Fed, Roberts ha notato che: «lo scopo del quantitative easing è quello di mantenere alti i prezzi del debito, cosa che supporta le scommesse delle banche (nel 2011, l’Office of the Comptroller of Currencies ha rivelato che circa il 95% dei 230 trilioni di dollari di esposizione sui derivati degli Stati Uniti erano detenuti dagli istituti finanziari statunitensi JP Morgan Chase, Bank of America, Citigroup e Goldman Sachs). La Federal Reserve sostiene che lo scopo della sua enorme monetizzazione del debito serve ad aiutare l’economia con tassi di interesse bassi e con un aumento delle vendite di case. Ma la politica della Fed sta danneggiando l’economia privando i risparmiatori, in particolare i pensionati, del margine di interesse, costringendoli a consumare i loro risparmi. I tassi di interesse reali pagati dai CDS, dai fondi del mercato monetario e dalle obbligazioni sono inferiori al tasso di inflazione. Inoltre, il denaro che la Fed ha creato al fine di salvare le banche ha reso nervosi i detentori di dollari, sia in patria che all’estero. Se gli investitori abbandonano il dollaro e il suo valore di scambio scende, diminuirà anche il prezzo degli strumenti finanziari che gli acquisti della Fed stanno sostenendo, ed i tassi di interesse aumenteranno. L’unico modo con cui la Fed potrebbe sostenere il dollaro potrebbe essere quello di lasciar aumentare i tassi di interesse. In tal caso, i detentori di obbligazioni sarebbero spazzati via e gli oneri finanziari sul debito pubblico esploderebbero. Con una tale catastrofe, in seguito al precedente collasso azionario e immobiliare, quel che rimarrebbe della ricchezza delle persone verrebbe spazzato via. Gli investitori stanno disertando le azioni per i titoli del Tesoro Usa ‘sicuri’. È per questo che la Fed può mantenere i prezzi delle obbligazioni così alti in modo che il tasso di interesse reale sia negativo».

Ciononostante, i dirigenti della Fed hanno più volte dichiarato di puntare a mantenere l’inflazione a livelli prossimi al suo obiettivo del 2% e a garantire la stabilità finanziaria assicurando profitti crescenti agli investitori, ma per fare ciò ha dovuto sacrificare l’aumento dei salari, rimasti al palo ormai da decenni.

Quello dei salari è un problema molto serio, che scaturisce dall’incrocio di tre parametri principali, vale a dire produttività, livello dei prezzi e quota dei ricavi da scaricare sulle retribuzioni. In altre parole, la formula che mette insieme questi valori indica l’ammontare dei profitti che si può realizzare in un certo settore per ogni ora lavorata dai dipendenti rispetto all’andamento dei prezzi, e quale porzione dei ricavi debba essere trasferita sui salari dei dipendenti.

Bansal pone la questione nei seguenti termini: «se le retribuzioni dei lavoratori aumentano più velocemente della loro produttività per ora lavorata, le imprese, trovandosi a pagare salari più alti, si vedono costrette a scegliere tra due opzioni: possono scaricare i costi aggiuntivi sul prezzo finale del prodotto, favorendo l’aumento dell’inflazione, oppure possono farsi carico dei costi aggiuntivi riducendo il proprio margine di profitto. Per dirla nel linguaggio degli economisti, gli aumenti dei salari nominali devono essere uguali alla somma dei miglioramenti della produttività, e dell’incidenza – sempre variabile – del costo del lavoro nei ricavi della produzione (che sarebbe la voce da cui si determinano i margini di profitto) […]. Per tutta la seconda metà del XX Secolo, la crescita dei salari nominali seguiva la somma della crescita della produttività e dell’inflazione, lasciando lo share della quota del lavoro sulla produzione sostanzialmente invariato. Invece, nell’arco del decennio 2000-2010 si è visto che i salari nominali non riuscivano a crescere in misura proporzionale all’aumento dei prezzi e della produttività per ora lavorata. Conseguenza diretta di questo scompenso è stata il drastico declino della quota dei profitti da trasferire sui salari».

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