martedì, Novembre 30

Usa, dietrofront in Siria Sembra che gli interessi USA in Siria e nel Levante potrebbero presto capovolgersi e condurre a cambiamenti precedentemente impensati nella politica

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Se vuoi fare pace col tuo nemico, devi lavorare col tuo nemico. Solo così diventerà tuo partner.” ~ Nelson Mandela

Se il Medio Oriente ha già dimostrato, diverse volte, di essere un gigantesco buco nero politico, specialmente dal 2011 quando la Primavera araba ha sconvolto l’equilibrio nella mappa di potere della regione, sembra che gli interessi USA in Siria e nel Levante potrebbero presto capovolgersi e condurre a cambiamenti precedentemente impensati nella politica. È così che i nemici di ieri si sono rapidamente trasformati nell’alleato più fidato di Washington nella guerra al terrore.

Alla luce della debacle contro l’ISIS, lo Stato islamico dell’Iraq e Al Sham, e l’incapacità della cosiddetta coalizione dei volenterosi di contrastare l’avanzata dei militanti terroristi nella regione, il Presidente USA Barack Obama potrebbe non avere altra scelta se non stendere un ramoscello d’ulivo al Presidente siriano Bashar Al Assad, e tramite lui, alla crescente super potenza della regione, l’Iran.

In ogni caso, la politica di Barack Obama in Siria ha subìto una drammatica sconfitta. In realtà, non è solo fallita, bensì ha alimentato il fuoco dell’estremismo nella maniera più irresponsabile, rendendo possibile a gruppi come l’ISIS di beneficiare di armi e finanziamenti esteri. Sapendo che i moderati presenti in Siria non sono poi così moderati, non dopo essersi schierati in gran numero tra le fila dell’ISIS, la storia può ricordare agli USA e al suo principale alleato in Siria, che l’Arabia Saudita è la causa principale dell’esplosione del movimento dell’ISIS nel Levante.

Come spiegato da Jane Harmon nel ‘Daily Beats’, «l’opposizione siriana approvata e parzialmente armata dagli USA appare come un’unica ampia organizzazione, piuttosto amorfa. Ma in realtà si tratta di un gruppo di ‘brigate’ di varie dimensioni e lealtà potenzialmente mutevoli che sono cresciute intorno a leader o signori della guerra locali».

A settembre 2014, al vertice NATO in Galles, il Presidente Obama ha detto al suo pubblico: «Bisogna trovare partner efficaci sul terreno per sconfiggere l’ISIL», utilizzando il nome preferito dal governo USA per definire l’ISIS. Ma nel cercare tali partner in Iraq e in Siria, gli USA non solo si schiereranno nelle complesse battaglie etniche e settarie, ma dovranno ridefinire la propria strategia nella regione coinvolgendo i propri nemici, cosa che l’opinione pubblica non ha ancora pienamente compreso.

Gli USA e i loro alleati si trovano di fronte a un enorme dilemma che è stato in gran parte da loro stessi creato. Dal 2011 la politica promossa da Washington, seguita da vicino dal Regno Unito, è stata quella di destituire il Presidente Bashar Al Assad. È importante notare che fino al 2011, il Presidente Al Assad era visto dalla maggior parte delle capitali occidentali come alleato e influenza positiva nel Levante, in quanto il suo regime garantiva stabilità e senso di continuità politica in una regione dominata da forti tensioni.

È stata in realtà l’influenza del re saudita Abdullah a fare in modo che Washington e le capitali europee cambiassero tono, adducendo la democrazia e il cambio di regime come giustificazione del proprio cambiamento di politica. Le azioni degli USA e degli alleati regionali sunniti guidati da Arabia Saudita, Qatar, Kuwait e Turchia, che dovevano indebolire Al Assad, hanno in realtà aiutato l’ISIS. Il confine turco-siriano lungo 560 miglia è stato lasciato aperto da Ankara ai jihadisti che lo hanno potuto attraversare, consentendo a 12.000 reclute estere di unirsi ai ribelli e entrare a far parte dell’ISIS. Gli USA stanno ora disperatamente cercando di persuadere la Turchia a chiudere definitivamente il confine, ma finora sono solo riusciti ad aumentare il prezzo richiesto dalle guide locali per far attraversare la frontiera da $10 a $25 a viaggio.

Se all’inizio di settembre 2014, il Presidente Obama è riuscito a schivare il problema principale della sua campagna contro l’ISIS, ora potrebbe non essere più in grado di evitare la dura realtà, ovvero che un’alleanza con Al Assad rappresenterebbe il male minore. Specialmente se l’alternativa è quella di vedere la regione bruciare sotto il fuoco dell’ISIS. E se il Presidente Obama, alcuni mesi fa, ha potuto vendere la messinscena dell’esistenza di una potente opposizione armata “moderata” in Siria, in grado di combattere sia l’ISIS che il governo siriano al tempo stesso, ora è finita.

Questa ‘forza’ di cui gli USA parlano a malapena esiste e i movimenti ribelli più importanti che si oppongono all’ISIS sono essi stessi jihadisti, quali Jabhat al-Nusra, Ahrar al-Sham e il fronte islamico. Il loro violento settarismo non è molto diverso da quello dell’ISIS.

In mancanza di un’opposizione militare moderata da sostenere come alternativa all’ISIS e al governo Assad, gli USA hanno cercato di porre tale forza sotto il proprio controllo. L’esercito siriano libero (ESL), un tempo considerato dalle capitali occidentali come probabile vincitore militare contro Al Assad, è collassato alla fine del 2013. Il leader militare dell’ESL, il generale Abdul-Ilah al Bashir, che ha disertato dal fronte del governo siriano nel 2012, ha dichiarato, in un’intervista con l’agenzia stampa McClatchy a settembre, che la CIA aveva assunto la direzione di questa nuova forza moderata. Ha affermato: «La leadership dell’ESL è americana», aggiungendo che da dicembre 2013 le forniture di equipaggiamenti USA hanno by-passato la leadership ESL in Turchia e sono state direttamente inviate a 14 comandanti nella Siria settentrionale e a 60 gruppi più piccoli a sud del Paese. Il generale Bashir ha aggiunto che tutti questi gruppi ESL rispondevano direttamente alla CIA. Altri comandanti ESL hanno confermato che gli USA stavano fornendo loro addestramento e armi tra cui missili filoguidati anticarro.

Ma è storia passata. E anche se il governo Obama continua a sostenere che il presidente Al Assad dovrà andarsene, alla fine, ora sta però tergiversando sul come e quando. O piuttosto sta persuadendo i politici USA del fatto che la destituzione di Al Assad potrebbe rivelarsi addirittura più catastrofica per la regione della sua permanenza. Di fronte a uno stallo militare duraturo, a jihadisti ben armati e alla crisi umanitaria peggiore al mondo, gli USA stanno compiendo sforzi diplomatici internazionali che potrebbero condurre a un cambiamento più graduale in Siria.

Questo cambiamento va di pari passo con altre azioni americane che secondo i sostenitori e oppositori di Assad provano il fatto che ora Washington è convinta che senza Assad non esisterebbe più niente in grado di controllare il caos e l’estremismo dilaganti. I caccia USA bombardano i militanti del gruppo dello Stato islamico all’interno della Siria, condividendo i cieli con i jet siriani. I funzionari USA rassicurano Assad, mediante intermediari iracheni, che l’esercito siriano non è il loro obiettivo. Gli USA continuano ad addestrare e armare gli insorti siriani, ma principalmente per combattere l’ISIS e non il governo.

In poche settimane, il Presidente Al Assad si è trasformato da nemico numero uno a nemico tollerabile. Nel gergo di Washington, potrebbero sopraggiungere a breve rinnovate promesse di amicizia, specialmente ora che la situazione tra USA e Iran si sta scaldando.

 

Traduzione di Maria Ester D’Angelo Rastelli

 

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