lunedì, Giugno 21

Usa, creato meno lavoro del previsto field_506ffb1d3dbe2

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Cattive notizie per la maggiore economia al mondo, che dimostra di non avere forza a sufficienza per poter creare posti di lavoro a un ritmo costante. Nel mese di dicembre gli Stati Uniti hanno visto solo 74 mila nuovi posti di lavoro, numero peggiore da ottobre 2011 e inferiore alle attese della vigilia, che erano per una cifra di 200 mila unità. Anche se il tasso di disoccupazione ha sorpreso in positivo scendendo al 6,7% (minimo dagli Anni 70) dal 7% di novembre, la percentuale su cui sono puntati gli occhi degli investitori è quella della partecipazione alla forza lavoro, scesa a un livello record che non si vedeva dal 1978.

Intervenuto ai microfoni di ‘Bloomberg’, Mohammed El-Erian, amministratore delegato di Pimco, il maggiore fondo obbligazionario al mondo, ha parlato di «report shock».  La Casa Bianca si è difesa, dicendo che i report occupazionali di questi mesi sono destinati ad essere volatili. Il portavoce di Washington ha citato fattori stagionali come le condizioni meteo difficili nella costa est Usa. Ma Bill Gross, co-gestore di Pimco, ha osservato che faceva freddo anche quando gli analisti hanno espresso i loro ottimisti pareri sulla creazione di posti di lavoro.

«L’intesa raggiunta sul budget non è ancora riflessa in questi dati e sarà invece importante per l’anno prossimo», ha fatto sapere la Casa Bianca. «È un promemoria del fatto che il miglioramento non sarà continuo e lineare», ha dichiarato a ‘BloombergMichael Feroli, chief economist Usa presso JP Morgan Chase. Ammesso anche che il meteo abbia giocato un ruolo «i dati sono comunque abbastanza deboli». Rob Carnell di ING ha parlato di un «report molto negativo».

È possibile che le aziende statunitensi preferiscano ancora aspettare di vedere prendere forma una ripresa più solida prima di tornare ad assumere ai ritmi pre crisi. Grandi beneficiari del dato deludente sono stati i titoli di Stato Usa, considerati beni rifugio dagli investitori. I prezzi dei Treasuries sono saliti ai massimi di seduta dopo la pubblicazione del rapporto mensile del Dipartimento del Lavoro, con il rendimento a dieci anni che è sceso sotto il 2,9%.

I mercati sono preoccupati che la  Federal Reserve possa accelerare il suo programma di riduzione delle misure ultra accomodanti di stimolo dell’economia. In un’intervista esclusiva alla rivsta Time, la neo Presidente della Federal Reserve Janet Yellen ha assicurato che la ripresa è già iniziata e che il Pil registrerà un forte aumento l’anno appena iniziato, dell’ordine del 3% più che del 2%.

Secondo il ‘Wall Street Journal’ il risultato spiazzante del rapporto occupazionale non cambierà i piani della banca centrale americana. «Da solo il report non è sufficiente ad alterare la strategia della Fed», scrive Jon Hilsenrath sul quotidiano finanziario Usa. I dati ridimensioneranno l’entusiasmo della Fed circa la ripresa, ma è «difficile che convinceranno i funzionari a cambiare rotta» rispetto al piano annunciato a dicembre che prevede una riduzione graduale del programma di acquisto di Bond e altri strumenti finanziari legati ai mutui.

In Europa l’agenzia internazionale Standard and Poor’s ha confermato il rating sovrano di tripla A alla Germania e mantenuto l’outlook stabile motivando la decisione con il fatto che Berlino ha un’economia «molto diversificata e competitiva e una politica di bilancio prudente». Confermato anche il giudizio di AAA per la Svezia.

I mercati non sono stati scossi, come visto, soltanto dal report occupazionale, ma anche da un indice che misura l’andamento degli scambi commerciali – e quindi dell’economia – internazionali. Il Baltic Dry Index, indicatore di riferimento del settore import-export globale, ha accusato un crollo a candela. Nelle due settimane dalla vigilia di Natale ad oggi l’indice che misura il carico effettivo e i costi delle navi cargo container in tutto il mondo ha accusato un tonfo del -35%. Si tratta del peggior inizio d’anno in 30 anni (dal 1984) per il commercio internazionale, misurato sull’effettivo carico delle grandi navi porta-container.

Anche se va scontato nei valori un fattore stagionale nei costi effettivi e in come viene calcolato l’indicatore – che subisce un rialzo nel periodo festivo e un ribasso nel periodo subito successivo – quello registrato oggi è a tutti gli effetti il crollo più clamoroso dal 1984, nel periodo nelle due settimane calcolate a partire dalla vigilia di Natale, nonostante le forti quantità di magazzino accumulate dai trasportatori globali nell’ultimo trimestre 2013.

In Italia doccia fredda dall’immobiliare. Nel terzo trimestre del 2013 l’indice dei prezzi delle abitazioni acquistate dalle famiglie ha registrato una diminuzione dell’1,2% rispetto al trimestre precedente e del 5,3% nei confronti dello stesso periodo del 2012. La flessione congiunturale registrata nel terzo trimestre, riferisce l’Istat, è l’ottava consecutiva ed è di ampiezza doppia rispetto a quella rilevata nel secondo trimestre (-1,2% rispetto a -0,6%).

Tale andamento va ascritto in parte a fattori stagionali. La diminuzione dei prezzi su base annua pari al 5,3%, e la settima consecutiva, ma valore più contenuto di quello registrato nel trimestre precedente (-5,9%). Alla flessione congiunturale, spiega sempre l’Istat, hanno contribuito i cali dei prezzi sia delle abitazioni esistenti (-1,3%) sia di quelle nuove (-0,5%). Analogamente, la flessione su base annua è la sintesi della diminuzione dei prezzi sia delle abitazioni esistenti (-6,8%) sia di quelle di nuova costruzione (-2%).

In un quadro di marcata diminuzione dei prezzi che tuttora perdura, la riduzione dell’ampiezza della flessione tendenziale si è registrato sia per i prezzi delle abitazioni esistenti (-6,8%, da -7,6% del secondo e -8,1% del primo trimestre) sia per i prezzi delle abitazioni nuove (-2%, da -2,2% del secondo trimestre). In media, nei primi tre trimestri dell’anno in corso, i prezzi delle abitazioni diminuiscono del 5,7% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, sintesi di un calo dell’1,8% dei prezzi delle abitazioni nuove e del 7,5% dei prezzi di quelle esistenti.

La crisi italiana, a dispetto di chi parla di ripresa, è dimostrata dalla prolungata situazione di stretta creditizia in cui versa il paese. A novembre, riporta la Banca d’Italia, i prestiti al settore privato hanno registrato una contrazione su base annua del 4,3%, in peggioramento rispetto al -3,7% di ottobre e, nello specifico, i prestiti alle società non finanziarie sono diminuiti del 6% (-4,9% a ottobre).

 

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