domenica, Aprile 18

USA – Corea del Nord: il ballon d’essai di Kim Jong Un La posizione di Washington si chiarirà meglio nelle prossime settimane, ma grossa incognita resta la posizione che assumeranno gli alleati degli Stati Uniti

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Dopo le tensioni con la Russia e con la Cina delle scorse settimane, gli ultimi test missilistici nordcoreani sembrano avere aperto un nuovo fronte di crisi per l’amministrazione Biden, o meglio sembrano avere riaperto un fronte che da qualche tempo pareva essersi stabilizzato. Non si tratta di un evento del tutto inatteso. Mentre – nonostante il dialogo avviato con il vertice di Singapore – i negoziati in tema di armi nucleari entravano in una fase di stallo, già da maggio 2019 Pyongyang ha avviato un’intensa fase di test missilistici a corto raggioche ha destato la preoccupazione di vari Paesi della regione. I test si sono ripetuti a luglio, agosto, settembre, ottobre e novembre 2019, prima di interrompersi e riprendere agli inizi di marzo 2020, parallelamente al deteriorarsi dei rapporti fra Pyongyang e Seoul. Al netto delle dichiarazioni ufficiali (come quelle del Presidente Kim Jong-un all’ultimo congresso del Partito dei lavoratori), questi test avrebbero dimostrato significativimiglioramenti della capacità tecniche nordcoreane; miglioramenti che – secondo fonti militari statunitensi – renderebbero la Corea del Nord una sfida tecnologicamente paragonabile alle altre che gli Stati Uniti si trovano oggi ad affrontare.

I rapporti fra Washington e Pyongyang sono, quindi, destinati a sperimentare un ulteriore deterioramento? Per ora, la cosa appare improbabile. Da entrambe le parti, le dichiarazioni di questi giorni sono state improntate a una prevedibile durezza. Nessuna delle due ha però escluso del tutto la possibilità di portare avanti il dialogo. Anche sul piano tecnico, gli ultimi test sembrano avere avuto soprattutto un valore dimostrativo. In questo senso, essi si inseriscono nella consolidata tradizione nordcoreana di ‘saggiare’ con questo tipo di attività la possibile reazione della controparte; a maggiore ragione in una fase sensibile come quella dell’insediamento di una nuova amministrazione. Se, da una parte, le autorità di Pyongyang perseguono l’obiettivo a lungo termine di dotarsi di una capacità nucleare e (soprattutto) missilistica adeguata alle loro ambizioni regionali, dall’altra l’uso ‘strategico’ dei test rappresenta, infatti, lo strumento privilegiato attraverso cui esse perseguono obiettivi di più breve periodo, come il congelamento delle esercitazioni militari congiunte Stati Uniti-Corea del Sud concordato in occasione del vertice di Singapore.

La posizione di Washington si chiarirà meglio nelle prossime settimane, quando la nuova amministrazione avrà completato il processo di revisione della politica nordcoreana portata avanti da quella precedente. Come ci si poteva attendere, durante la campagna elettorale, Biden ha assunto in più occasioni posizioni ‘tough on Korea. La necessità di rassicurare gli alleati regionali (già preoccupati della sua presunta ‘morbidezza’ verso Pechino) ha avuto la sua parte in questa scelta, così come l’ha avuta la necessità di rimarcare la distanza dall’atteggiamento eccessivamente ‘dialogante’ tenuto da Donald Trump. Tuttavia, sembra difficile che questi precedenti conducano a una vera rottura. Sul piano politico come su quello militare, gli Stati Uniti rappresentano un attore importante per gli equilibri del Sud-est asiatico e uno di quelli che ha più da perdere di fronte a una escalation incontrollata della tensione. Da questo punto di vista, i circa 80.000 uomini delle forze armate USA attualmente di stanza nelle basi statunitensi in Giappone e nella Corea del Sud rappresentano forse la principale garanzia per la stabilità regionale.

La grossa incognita resta la posizione che assumeranno gli alleati di Washington. Nelle scorse settimane, Stati Uniti e Giappone hanno condotto nuove esercitazioni congiunte, nel quadro di una politica di intensificazione di questo tipo di attività che l’amministrazione Biden ha avviato nell’intento di riaffermare la propria vicinanza a Tokyo. Parallelamente, esercitazioni congiunte si sono svolte fra le forze armate statunitensi e quelle della Corea del Sud. Se, in entrambi i casi, il messaggio politico era indirizzato in primo luogo alla Cina, la Corea del Nord rappresentava, comunque, il secondo destinatario. Tuttavia, sia a Tokyo che a Seoul, l’atteggiamento verso Pyongyang appare sfaccettato. Pur affermando di voler rispondere ‘con fermezza’ ai test nordcoreani, il Primo ministro giapponese, Yoshihide Suga, ha infatti confermato la volontà di avviare negoziati diplomatici con la controparte. Anche le autorità di Seoul, al di là delle dichiarazioni di rito, sembrano avere reagito ai test in maniera sostanzialmente cauta. L’impressione complessiva rimane, quindi, quella di un ballon d’essai, la cui vera portata diventerà comprensibile soltanto nelle prossime settimane, se non – addirittura – nei prossimi mesi.

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