mercoledì, ottobre 24

USA-Corea del Nord: è Kim Jong-Un a dettare le regole? A più di un mese dal summit di Singapore, Pyongyang non sembra vicina a cedere alle richieste statunitensi. Ne parliamo con Lorenzo Mariani, ricercatore degli studi sull'Asia all'Istituto Affari Internazionali (IAI)

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In un recente incontro con i membri del Congresso, il Presidente americano Donald Trump ha dichiarato che, in merito alla denuclearizzazione della Nord, «non ci sono limiti di tempo, stiamo attraversando un processo, ma le relazioni sono molte buone».

Un passo indietro consistente rispetto all’incontro di un mese fa a Singapore, dove le richieste americane sembravano direzionate ad un inizio immediato da parte di Pyongyang di un processo di denuclearizzazione. La strategia diplomatica di Trump, la sua arte del negoziato sbandierata sin dai primi giorni alla Casa Bianca sembrerebbe aver fallito.

Negli ultimi mesi Trump è riuscito ad alienarsi non solo uno Stato vicino come il Canada a seguito delle accuse rivolte al Presidente canadese Justin Trudeau durante il G7, ma anche i suoi più stretti alleati atlantici come Germania e Francia, che non hanno nascosto di vedere Washington sempre più come un problema e sempre meno come un Paese affidabile.

Nonostante aver auto proclamato il summit con Kim Jong-Un un successo, i passi del leader coreano sembrano andare nella direzione opposta. A metà giugno, qualche giorno prima il presunto accordo tra i due leader, alcuni documenti sono emersi rivelando l’espansione da parte della Nord Corea dei suoi impianti nucleari. Non solo, la scorsa settimana la visita del Segretario di Stato americano Mike Pompeo al leader coreano sembra essere stata un buco nell’acqua e uno schiaffo in faccia alla leadership statunitense: Il Governo nordcoreano ha chiarito in maniera cristallina di non essere pronto a rinunciare al suo programma nucleare. Un viaggio che non ha ottenuto i risultati sperati esponendo l’incapacità dell’attuale diplomazia statunitense, sbeffeggiata dall’establishment coreano che, secondo alcuni fonti, non sarebbe mai stato veramente serio nell’aderire alle richieste americane.

A più di un mese dall’incontro che molti hanno precipitosamente definito storico, rimangono molti dubbi sulla reale fattibilità di un accordo che fatica a definirsi tale, in cui Washington sembra aver perso molto terreno nella suo potere negoziale, e potrebbe presto trovarsi a dover accettare le richieste nordcoreane piuttosto che farne avanzare di proprie. In questo clima di tensione ed incertezza abbiamo provato a fare un po’ di chiarezza grazie all’aiuto di Lorenzo Mariani, ricercatore nell’ambito degli studi sull’Asia all’Istituto Affari Internazionali (IAI).

Ad un mese dal summit di Singapore cosa non è stato fatto rispetto agli accordi presi?

Fondamentalmente non è ancora stato fatto niente. La dichiarazione congiunta presa durante il summit di Singapore è una pura dichiarazione d’intenti che lascia presupporre che i veri negoziati devono ovviamente ancora iniziare. Abbiamo assistito al viaggio di Mike Pompeo in Nord Corea dove si sono riaccese un pò delle tensioni tra gli Stati Uniti e Pyongyang e per il momento i due Paesi non hanno ancora realmente intavolato una discussione, almeno su quelli che sono i temi principali per cui Stati Uniti e Corea del Nord si stanno sedendo al tavolo dei negoziati, in particolare la questione nucleare. Al momento, quello che si sta muovendo è il rapporto tra Seul e Pyongyang, Jong-Un sta continuando con questa sua politica di dialogo su diversi fronti, una politica che a quanto pare sta dando dei buoni risultati, sta portando avanti l’apertura nei confronti della Corea del Sud e in un qualche modo sta facendo sopravvivere questo momento di diplomazia sulla penisola coreana. Per quanto riguarda i rapporti tra Stati Uniti e Corea del Nord non vi sono stati ancora passi avanti, se non la questione del rimpatrio delle salme, una questione che comunque non è stata ancora risolta. Non si è minimamente entrati nel merito delle vere questioni sul tavolo dei negoziati.

 

Qual è il bilancio della ‘strategia diplomatica’ di Donald Trump?

Innanzitutto c’è da dire che Trump ha una visione della politica, e in generale della diplomazia classica sui generis. Vede la politica sotto un occhio imprenditoriale dove lui ricopre il ruolo di deal-maker preferendo incontri bilaterali con i capi di Stato, piuttosto che portare avanti negoziazioni tra le delegazioni dei vari Paesi, preferisce lasciare a diplomatici esperti il compito di  negoziare nei dettagli gli accordi e l’esempio cardine è esattamente questo incontro di Singapore. L’unico risultato che è uscito fuori da questo summit è stato il ritorno di immagine che hanno avuto i suoi leader, però, a prescindere da questo, secondo i canoni classici della diplomazia non si può dire che sia stato assolutamente un successo.

La Nord Corea è veramente disposta ad abbandonare il suo programma nucleare?

In precedenza ci siamo trovati diverse volte a negoziare con la Corea del Nord che era disposta a sedersi al tavolo dei negoziati tuttavia, i tempi sono cambiati, sono cambiati gli attori coinvolti e soprattutto è cambiato il livello di avanzamento del nucleare nordcoreano che adesso non è più ad uno stato primordiale, come nel ‘94 o nel 2000, ma è probabilmente un nucleare quasi completo, soprattutto con i test dello scorso anno. Sono cambiati i parametri, potrebbe essere cambiata anche l’attitudine della Corea del Nord che solitamente si è seduta ai tavoli dei negoziati per estorcere delle concessioni per poi dopo ritirarsi. È un tipo di strategia che è stata utilizzata varie volte e molti, soprattutto Bolton o Pompeo, credono ancora che questa sia l’ennesima volta in cui la Corea del Nord vorrà fare lo stesso. In realtà questa volta potrebbe forse essere diversa per tutta una serie di fattori. In primis, la denuclearizzazione è un processo molto lungo, è un processo che secondo le ultime stime impiegherà non meno di 10 anni e inoltre c’è da considerare che il nucleare nordcoreano è un programma completo; questo vuol dire che la Corea del Nord può chiedere molto di più in cambio rispetto ad aiuti economici e di carattere umanitario. La Corea del Nord si è comprata un arco temporale di  dieci anni, o forse anche di più, per potersi eventualmente ritirare o venir meno agli accordi. Questo è un momento favorevole per Pyongyang perché stanno cambiando i paradigmi a livello regionale e globale, gli Stati Uniti non sono più il ‘poliziotto del mondo’, non viviamo più in un sistema unipolare, si va verso un multipolarismo, si parla di bipolarismo con la Cina che sta diventando un attore regionale sempre più rilevante, mentre gli Stati Uniti mancano ormai da anni di una strategia concreta nell’Asia pacifica, gli USA in generale nella regione si ritrovano a non avere una strategia concreta. Nello stesso tempo c’è la Cina, il principale alleato della Corea del Nord, che sta diventando un attore egemone, almeno a livello regionale, e sicuramente questi sono fattori che potrebbero portare la Corea del Nord ad essere seria quando dice di non voler più minacciare gli Stati Uniti. Il cambio di paradigmi ed equilibri di potenza regionale potrebbero portare Pyongyang a non sentirsi effettivamente più così minacciata da Washington.

L’avvicinamento degli Stati Uniti alla Nord Corea potrebbe essere stato utilizzato per fare pressioni all’Iran?

In realtà non vedo queste due questioni collegate. Chi ci ha perso la faccia, chi ci ha rimesso in realtà sono stati gli Stati Uniti. Lo scorso anno Trump aveva promesso che in caso di negoziati con la Corea del Nord avrebbe imposto a Kim il ‘best deal ever’, avrebbe fatto un accordo eliminando per sempre la minaccia del nucleare nordcoreano. Allo stesso tempo aveva attaccato Barack Obama per l’accordo sul nucleare iraniano definendolo il ‘worst deal ever’, nonostante quello fosse un vero accordo, negoziato per anni, che per dieci anni bloccava sicuramente qualsiasi progresso, qualsiasi tipo di proliferazione nucleare di Teheran. La dichiarazione di Singapore, nonostante siano solo quattro punti generici che toccano leggermente la questione nucleare, è considerata da Trump un ottimo ‘deal’. Gli Stati Uniti ci hanno perciò rimesso credibilità, rispetto all’Iran che ha continuato e continua a mantenerla a livello internazionale. Trump non è il negoziatore che vuole far credere, è un negoziatore per quanto riguarda il suo ritorno di immagine, ma dal punto di vista degli interessi del Paese che lui guida c’è poco che riesca a portare al mulino statunitense, un atteggiamento che sottolinea il fatto che è un personaggio poco affidabile. Sicuramente da questo ‘accordo’ i nordcoreani hanno imparato molto, hanno imparato che il Presidente americano non ha una politica fissa, che la sua opinione cambia di giorno in giorno, dimostrando quindi di prendere le grandi decisioni alla leggera. Inoltre questa postura va inevitabilmente a favore delle sue controparti, ovvero Cina e Russia, e a discredito della politica statunitense. Bisognerà vedere quale ruolo queste due potenze andranno a giocare nella regione. Sono previsioni difficili da fare, però sicuramente come dicevo prima gli equilibri del mondo sono cambiati, dovremmo attendere la seconda fase degli accordi per capire quali riscontri potranno esserci.

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