lunedì, dicembre 17

USA: con l’amico Pompeo, Trump è più sicuro Tra l'ex Segretario di Stato e il presidente troppe differenze. Con 'il falco', e amico, Mike c'è più convergenza

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La scelta di Donald Trump, annunciata oggi, di licenziare il Segretario di Stato Rex Tillerson dopo soli 17 mesi di incarico, non è casuale. Anzi. Rispetta quelle che sono le esigenze politiche, presenti e future, della Presidenza americana. Le divergenze tra Tillerson e Trump sono state evidenti sin dai primi mesi dell’insediamento del tycoon nella stanza ovale, e quindi la scelta di estrometterlo dalla carica di Segretario non rappresenta un fulmine a ciel sereno nella politica americana.

Se, inizialmente, Tillerson era stato salutato come un persona di larghe vedute internazionali con ampie conoscenze economiche, vista il suo quarantennale impiego ai vertici della Exxon mobile, la sua uscita converge su altre opinioni. «Uno dei peggiori segretari di Stato non solo dal secondo dopo guerra, ma di tutta la storia americana» commenta alla rivista ‘Vox‘ Paul Musgrave, professore di Politica Estera americana alla University of Massachusetts Amherst. A cui si aggiungo le parole di Ilan Goldenberg, diplomatico del dipartimento di Stato sotto l’Amministrazione Obama: «Sarà ricordato come il peggior Segretario della storia».

Inoltre, secondo un conteggio svolto da The American Foreign Service Association, sotto il segretariato di Tillerson, l’intero dipartimento diplomatico ha subìto una grossa perdita in termini di risorse umane e di efficienza. Il 60% dei top diplomatici statunitensi hanno consegnato le loro dimissioni, e le nuove domande per le assunzioni sono diminuite di circa il 40%.

Ma se l’inefficienza, e la mancata abilità diplomatica, possono essere attribuite, in parte, anche ad un clima non esattamente distensivo all’interno della Casa Bianca, le sue posizioni politiche non hanno mai remato nella stessa direzione di quella del presidente Trump. Oltre al suo oscuramento, in termini di importanza, all’interno dell’entourage presidenziale, Tillerson è stato più volte al centro di dibattiti interni circa la strada da prendere su questioni internazionali.

Ma c’è di più. Gli eventi che si sono susseguiti in questi 17 mesi di reggenza a capo della Segretaria di Stato, hanno avuto una portata potenzialmente disastrosa non solo per gli Stati Uniti, ma anche per il mondo intero. I rapporti tra Washington e la Corea del Nord non sono mai stati peggiori, tanto che più di una volta si è fatto avanti il rischio di una guerra tra questi due Paesi, e quindi mondiale. Le relazioni con i Paesi Medio-Orientali, su tutte la Siria, hanno portato ad una. Ed inoltre, Tillerson non è mai stato un fan della politica isolazionista che Trump sta avviando, ma un sostenitore del libero scambio e della cooperazione internazionale. In più, sostenitore degli accordi di Parigi in merito al cambiamento climatico, tanto che la sua posizione gli è valso l’imbarazzo quando, alle udienze di conferma nel gennaio 2017, gli era stato chiesto, dalla Commissione Democratica, se non rispondesse per mancanza di conoscenza o per perchè non volesse. La sua risposta è stata emblematica: «Un po’ tutt’e due».

Ma la questione che, più di tutte, ha messo in imbarazzo Trump, è, con pochi dubbi, legata alle indagini sulla presunta infiltrazione russa nelle scorse elezioni americane. Tillerson, il primo ad essere nominato nel nuovo Governo Trump, è stato chiamato alla Segretaria di Stato, in parte, grazie le sue strette conoscenze con la politica russa, e soprattutto con Putin, tanto che nel giungo del 2013, è stato insignito direttamente dal Putin nell’Ordine dell’Amicizia per «il compimento di sforzi di cooperazione ed amicizia internazionale ed inter-etnica». Simili legami hanno creato non pochi imbarazzi alla Casa Bianca, e molti problemi con l’FBI,

Legami che il neo Segretario di Stato, Mike Pompeo non ha mai avuto, al contrario. Nominato 14 mesi fa come Direttore della CIA, Pompeo ha sempre difeso Trump da tutte le accuse che in questo anno e mezzo lo hanno seguito, fino al punto di subire lui stesso critiche per aver dichiarato che non esistevano prove dell’infiltrazione russa durante le elezioni. Repubblicano convinto, membro del Congresso per tre legislature consecutive, è conosciuto a Washington come una figura dalle posizioni molto intransigenti in politica estera, fortemente anti-iraniano e molto critico nei confronti di Hilary Clinton.

Come Trump, Pompeo ha più volte difeso la CIA dalle accuse di tortura durante l’Amministrazione Bush, dichiarando gli agenti coinvolti «eroi della patria e difensori della Costituzione». Ha, inoltre, sostenuto la riapertura del carcere di massima sicurezza nella Baia di Guantanamo, dove la maggior parte di quelle torture sono avvenute, descrivendola come «fondamentale per la sicurezza nazionale».

Di posizioni non certamente progressiste in termini di libertà religiosa, ritiene la lotta contro l’ISIS e Al Qaeda la priorità assoluta per l”intera nazione. Idea, questa, che lo ha portato a difendere il Muslim Ban voluto da Trump, e che ha suscitato proteste in molte parti del mondo.

Ma quello che più contraddistingue Pompeo da Tillerson, è una questione molto importante all’interno delle dinamiche di potere: la fiducia. Pompeo ha sempre goduto della fiducia di Trump, tanto che è stato ascoltato più e più in merito a questioni politiche ed internazionali. Resta da capire se Pompeo riuscirà ad essere la voce della ragione all’interno della Casa Bianca, o se, invece, non farà altro che metter fuoco agli istinti di Trump.

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