giovedì, Ottobre 28

USA – Cina: Taiwan, la coesistenza competitiva La vicenda di Taiwan sembra confermare come la rivalità fra Stati Uniti e Cina si sia in qualche modo cronicizzata, evolvendo verso una coesistenza competitiva in cui confronto e dialogo sono entrambi presenti

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L’improvviso raccendersi del confronto fra la Cina e Taiwan è la notizia che sta tenendo banco negli ultimi giorni. L’accresciuta attività militare della Repubblica popolare – che si è concretizzata in ripetute violazioni di quello che le autorità di Taiwan considerano la propria zona di sicurezza aerea (ADIZ – Air Defence Identification Zone) – ha portato a una brusca impennata della tensione nello spazio indo-pacifico, tensione già alta dopo la firma del ‘patto a tre’ fra Australia, Gran Bretagna e Stati Uniti (AUKUS) annunciata lo scorso 15 settembre. Nel criticare l’atteggiamento di Pechino, le autorità taiwanesi hanno espresso il loro timore per quanto sta accadendo, sottolineando il rischio di incidenti dalle conseguenze drammatiche. La consistente presenza di unità navali britanniche, statunitensi e giapponesi, impegnate in esercitazioni nel vicino mare delle Filippine, non semplifica la situazione. Anche a causa della firma di AUKUS, le scorse settimane hanno assistito a un nuovo deterioramento dei rapporti fra Washington e la RPC, deterioramento che può concorrere a spiegare gli eventi degli ultimi giorni.

Di fonte alla ripresa dell’attivismo cinese, la risposta dell’amministrazione Biden è stata dura (almeno a parole) e ha portato a una risposta altrettanto dura da parte della Cina, che ha definito l’azione statunitense ‘provocatoria’ e ‘destabilizzante’. Sebbene la Casa Bianca abbia valutato positivamente il colloquio avuto da Biden con il Primo ministro cinese Xi Jinping dopo l’inizio della crisi, non mancano, inoltre, le incertezze sul significato dato dalle due parti all’impegno che avrebbero assunto di onorare gli accordi [esistenti]su Taiwan”. Negli anni passati, Pechino (che dal 1949 considera Taiwan una provincia secessionista della Repubblica popolare) ha, infatti, aumentato sensibilmente le pressioni per una riunificazione, senza escludere esplicitamente la possibilità del ricorso allo strumento militare. Di contro, pur ribadendo la validità della ‘One China Policy (che dai primi anni Settanta considera il governo di Pechino come il solo legittimo rappresentante della sovranità cinese), Washington ha parallelamente esteso l’assistenza politica e militare garantita a Taiwan dall’inizio degli anni Cinquanta.

Il rischio di una escalation è limitato. Nonostante l’intensificazione degli ultimi giorni, la pressione dell’aeronautica cinese sulla ADIZ non è una novità. La stessa ADIZ, inoltre, è assai più ampia dello spazio aereo taiwanese vero e proprio, spazio aereo che, invece, le forze cinesi non hanno mai violato. Siamo, quindi, ben lontani da uno scenario di crisi internazionale, anche se l’azione di Pechino (che potrebbe rispondere anche a una logica di propaganda interna) non contribuisce ridurre la tensione. Tuttavia, nonostante le difficoltà, il dialogo sottotraccia con Washington sembra continuare. Nei giorni scorsi, il Consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan, ha avuto un incontro a Ginevra con il Direttore della commissione affari esteri del Comitato centrale del partito comunista cinese, Yang Jiechi, per cercare di ricucire gli strappi emersi a marzo nel vertice bilaterale di Anchorage. Segnali di dialogo sembrano, poi, provenire dal fronte della guerra commerciale nella quale i due Paesi sono impegnati ormai da tre anni e mezzo, anche se in questo campo le rispettive posizioni appaiono ancora distanti.

In questo senso, la vicenda di Taiwan sembra confermare come la rivalità fra Stati Uniti e Cina si sia in qualche modo cronicizzata, evolvendo verso una coesistenza competitiva in cui confronto e dialogo sono entrambi presenti. È una situazione che Joe Biden ha in qualche modo prefigurato sin della campagna elettorale e che rispecchia il suo atteggiamento anche nei confronti della Russia, altro rivale strategico di Washington, seppure a un livello inferiore rispetto a Pechino. Per certi aspetti, è una dinamica simile a quella che si è instaurata nella fase centrale della guerra fredda e che – con ogni probabilità – caratterizzerà anche gli anni a venire. Il ritorno della dimensione militare (evidente sia nella firma dell’accordo AUKUS sia nelle vicende di questi giorni) è solo un aspetto di questo processo. Per quanto appariscente, esso è, tuttavia, forse quello meno importante. Nonostante la crescente rivalità ‘di facciata’, Stati Uniti e Cina rimangono, infatti, due realtà strettamente interdipendenti: una situazione che – nell’attuale contesto internazionale – offre la migliore garanzia di stabilità anche agli attori ‘minori’.

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