domenica, Maggio 16

USA – Cina: macchie di leopardo in vista Quella che si profila è una collaborazione su temi specifici che si affianca a una rivalità di fondo sulle questioni strategiche, per esempio quelle legate all’ambito tecnologico

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Nei prossimi giorni, l’incontro che il Segretario di Stato Blinken e il Consigliere per la sicurezza nazionale Sullivan avranno con le loro controparti cinesi offrirà indicazioni importanti per capire come si svilupperanno i rapporti fra Washington e Pechino sotto la presidenza Biden. Sinora, i due Paesi si sono misurati ‘a distanza’. Washington ha riconosciuto in più occasioni come la Cina rappresenti la principale sfida geopolitica che gli Stati Uniti sono chiamati ad affrontare e come essa sia “il solo Paese dotato di strumenti economici, diplomatici, militari e tecnologici che gli permettono di porre una seria sfida a un sistema internazionale stabile e aperto. Nelle scorse settimane, il Presidente (seguendo la linea inaugurata dal suo predecessore) ha criticato Pechino sotto vari aspetti,dalla repressione delle proteste a Hong Kong alla politica perseguita nello Xinjiang. Gli Stati Uniti hanno inoltre confermato il loro sostegno militare a Taiwan e agli altri alleati della regione. Fra l’altro, proprio prima dell’incontro con la delegazione cinese, Blinken e il Segretario alla difesa, Lloyd Austin, si recheranno in Corea del Sud e in Giappone per un primo incontro ufficiale con le autorità di questi Paesi.

Che le relazioni fra Stati Uniti e Cina avrebbero mantenuto aspetti di complessità anche dopo l’insediamento dalla Casa Bianca del nuovo Presidente non era difficile da prevedere. In campagna elettorale, Joe Biden ha espresso in più occasioni la volontà di essere ‘tough on China e ha ripetutamente evocato la necessità di un fronte comune con i Paesi europei per contenere l’influenza di Pechino. Sul piano militare, ha mandato segnali rassicuranti agli alleati asiatici, mentre il rilancio dei temi dei diritti umani e del multilateralismo non poteva non aprire nuovi ambiti di confronto con la Repubblica popolare. A livello formale, tuttavia, i rapporti sono stati, sinora, cortesi. Biden ha una lunga esperienza in ‘questione cinesi’, maturata sia negli anni dell’amministrazione Obama, sia nei vent’anni spesi alla Commissione esteri del Senato. Il suo ‘stile presidenziale’, inoltre, è ben lontano dai ‘flame’ che hanno caratterizzato quello del suo predecessore. Da questo punto di vista, anche il colloquio telefonico che ha avuto negli scorsi giorni con il Presidente Xi Jinping è stato abbastanza cortese da permettere a entrambe le parti di presentarne i contenuti come un successo della propria posizione.

Le divergenze di fondo, tuttavia, rimangono e hanno meno a che fare con gli aspetti ‘ideologici’ della nuova presidenza (diritti umani in primis, anche se questi hanno attirato l’attenzione di molti osservatori) che con la competizione in atto ormai da diversi anni per il riallineamento degli equilibri globali. Il ‘ripiegamentoperseguito dall’amministrazione Trump ha offerto a Pechino varie opportunità per consolidare sia la sua immagine (per esempio sui temi del cambiamento climatico), sia la sua posizione all’interno delle istituzioni multinazionali. Parallelamente, gli effetti della pandemia hanno accentuato il divario fra i due Paesi e intaccato la credibilità del ‘modello americano’. Tuttavia, Stati Uniti e Cina condividono ancora numerosi interessi, in parte legati al grado di integrazione dei loro sistemi economici. Se tale integrazione rappresenta, infatti, per Washingtonun chiaro fattore di vulnerabilità, esso espone anche Pechino ai rischi connessi a una rottura dei legami oggi esistenti; rischi che – su entrambi in fronti – se da un lato alimentano la volontà di giungere a un ‘disaccoppiamento’ (decoupling) delle rispettive economie, dall’altro rendono questa opzione potenzialmente pericolosa.

Lo scenario presenta, quindi, vari livelli di complessità ed è aperto a sviluppi molto diversi. Se sul piano formale sembra difficile un ritorno ai toni tesi degli scorsi quattro anni, su quello sostanziale un vero riavvicinamento fra Stati Uniti e Cina appare improbabile. Quello che si profila sembra piuttosto un quadro ‘a macchie di leopardo’, in cui una collaborazione su temi specifici si affianca a una rivalità di fondo sulle questioni strategiche, per esempio quelle legate all’ambito tecnologico. Il buildup militare di Pechino è un’altra di queste questioni, dati soprattutto i timori che solleva in ambito regionale. Inoltre, anche la NATO ha cominciato a guardare con una certa preoccupazione l’ascesa della Cina alla luce delle sue capacità di proiezione nel teatro mediterraneo. Molto più che in passato, il tema dei rapporti Stati Uniti-Cina sembra, quindi, destinato a uscire dalla ‘semplice’ sfera bilaterale e a ‘multilateralizzarsi’ a vari livelli. È una questione che tocca in modo particolare i Paesi che, sinora, hanno potuto sfruttare la competizione fra Washington e Pechino a proprio vantaggio, applicando una strategia del ‘giocare su due tavoli’ che nel mutato contesto – sembra diventare sempre meno praticabile.

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